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giovedì 23 marzo 2017

Albert Robin in viaggio in Dalmazia (I)


Albert Robin (foto Alphonse Lièbert)


Due anni dopo la breve crociera che aveva visto il Namouna lungo le coste dell'Istria, James Gordon Bennett decise di visitare la Dalmazia. Anche questa volta a bordo, assieme ad altri ospiti, c'era l'amico Albert Robin, il quale scrisse una relazione pubblicata, come la precedente, nelle Mémoires de l’Académie des Sciences, Arts et Belles-Lettres de Dijon”.
Il viaggio durò sedici giorni, con partenza e ritorno a Venezia. Passarono, senza fermarsi, la costa istriana, vista due anni prima, e fecero una prima sosta a Uni. Scesero poi verso Zara e si fermarono a Sebenico, dove ebbero il tempo non solo di visitare la città, ma anche di compiere delle escursioni. Il viaggio proseguì per Traù, che visitarono prima della sosta obbligata a Spalato. Qui, Robin, sorprendentemente, rimase deluso, ritenendo la città commerciale e puzzolente e vedendovi nel noto palazzo di Diocleziano forse l'unica attrattiva, la cui immagine però risultava già troppo sfruttata e, quindi, scontata. Furono poi a Ragusa, descritta dettagliatamente assieme all'isola di Lacroma, ed a Corfù, dove incrociarono lo yacht di Elisabetta d'Austria, che era in procinto di trascorrere uno dei consueti periodi di riposo sull'isola. Corfù però, non piacque affatto a Robin, che ne riportò una descrizione assai critica. Scesero ancora fino alla costa dell'Albania e da lì fecero ritorno a Venezia.
La crociera durò dal 12 al 27 settembre del 1898.



Albert Robin – Sedici giorni di crociera sulle coste della Dalmazia (1898) (parte I)

Estratto da “Mémoires de l’Académie des Sciences, Arts et Belles-Lettres de Dijon”, IV seire, t. VII, 1898. Corredato da 10 fotografie. pp. 7-61



Albert Robin - Sixteen Day Cruise along the Coasts of Dalmatia (1898) (Part I)


Extract from “Mémoires de l’Académie des Sciences, Arts et Belles-Lettres de Dijon”, IV s., t. VII, 1898. Equipped with 10 photographs. pp. 7-61



(Traduzione dal francese: Daniela Durissini / Translation from french by Daniela Durissini)






(p. 7) Il 12 settembre, alle sei del mattino, la Namouna leva l’ancora e s’infila nel canale Orfanello, tra le linee di pali che segnano la strada dei grandi “steamers”1. Venezia scompare in una luce rosa così chiara, virante al blu per un riflesso della laguna.
Sul palazzo ducale ed il campanile di San Marco le ombre assumono luminosità che si fondono nel riflesso del sole nascente.
Vicino al manicomio dei mormorii, delle incoerenze di grida sembrano uscire dalle tre grandi ali grigie che si inseriscono perpendicolarmente sulla costruzione principale. In lontananza, davanti a noi, appaiono i fari del passaggio di Malamocco; poi il villaggio, situato a lato, che guarda la laguna, con le sue case rosa ed il suo campanile dal tetto aguzzo. Entriamo nel passaggio, lasciando a sinistra il faro screziato di blu, a destra una formidabile ridotta armata di cannoni a lunga gittata, dietro a noi i forti della laguna, costruiti su (p.8) minuscoli isolotti e che difendono direttamente l’entrata del passaggio.
Il mare è liscio come un parquet, l’aria è dolce, il vento s’è acquietato. La laguna era grigio-azzurra; il golfo di Venezia, come l’intero Adriatico, prende i toni blu del mare di Nizza: è un blu incomparabile che non si può smettere di guardare; ha toni di cielo nel suo zaffiro in cui, con strane incidenze di luce, gioca l’indaco, diviene iridescente di riflessi di bronzo e si screzia di raggi ondulati, formando dei vortici attorno ad un centro, che si muovono come i cerchi di una ruota gigantesca. (p.9) La temperatura è molto dolce, il termometro segna 21 gradi. Ma ecco che, nel lapislazzulo pallido del mare, verso l’orizzonte, un fiotto di schiuma che colpisce il sole ricade in pioggia d’argento. É un branco di sardine che si dirige verso di noi. Vengono attorno allo yacht, che seguono per qualche minuto, facendo dei graziosi balzi che le piegano in arco di cerchio, fuori dall’acqua, in una cascata abbagliante.
Alle undici, si grida: “Terra”. In lontananza si profila una striscia grigiastra i cui contorni si chiariscono poco a poco: è la costa dell’Istria, sulla quale distinguiamo ben presto due ammassi biancastri: Rovigno, poi Pola, la vecchia città romana dall’arena costruita, si dice, da Tito.



Charles-Loouis Clérisseau. Arco dei Sergi. Pola


É là che sbarcarono, in tempi leggendari, i marinai che Eti inviò alla ricerca di Giasone, rapitore di Medea. Diomede vi sarebbe venuto a piangere il tradimento della sua donna Egialea e la perdita di Argo.
Doppiamo la punta dell’Istria, lasciando a sinistra l’isolotto sul quale si trova un faro girevole. Verso le quattro della sera, l’isola di Uni2 appare con le sue alte colline e la dirupata falesia che sottolinea d’un tratto bianco l’ammasso scuro dei bossi e degli ulivi. Uni non ha porto ma una baia in acqua profonda, con fondali di sabbia, limitata a sud da un capo verso la punta del quale si trova un piccolo isolotto vagamente indicato sulle carte3. Presso questo isolotto emerge l’albero di una nave perduta. Quando soffia il Boro4, il vento del nord che a suo tempo diede ad Orazio un’ idea così penosa dell’Adriatico5, la baia è indifendibile.(p. 10) Ugualmente non vi ci si deve bagnare se non con il bel tempo; se vi regna il vento del nord occorre ripararsi dietro il capo che forma come una sorta di gettata naturale.
Proprio sul fondo della baia, la piccola città di Uni, dalle case quadrate, costruite ad anfiteatro sul declivio di una collina tagliata a sinistra da una profonda forra, che scende verso il mare. Non ci sono spiagge, ma un divallare quasi a picco delle colline e, qua e là, delle sottili strisce di sabbia fine che l’onda ricopre incessantemente. Su di un fondo verde nerastro, le case di Uni si staccano in un grigio rosato, ai raggi del sole calante. Una casa tinta di verde, in alto, accanto alla chiesa, dà toni policromi all’aspetto orientale della piccola cittadina.
Si getta l’ancora a 200 metri da Uni. Il mare è così trasparente che se ne vede il fondo davanti allo yacht, la cui chiglia bianca dà all’acqua bluastra delle sfumature d’opale. La steam launch6 ci conduce ad un piccolo molo che si spinge per più di dieci metri verso il mare e sul quale tutta la popolazione sembra riunita attorno al capo della sanità7 che, alla vista dello yacht, ha indossato la sua più bella uniforme ed il suo berretto gallonato.
Si tratta di un uomo di statura media, dall’occhio blu pallido, intelligente, che si mette a nostra disposizione e ci procura alcuni litri di un eccellente vino rosso, d’un colore carico, di circa 10-12 gradi alcolici, molto profumato; questo vino proviene dal raccolto del curato; ci viene portato in delle eleganti bottiglie di vetro, dalla pancia strozzata, della capacità di due litri. (p. 11)
Saliamo, lasciando il molo, una specie di strada alta, lastricata con pietre rotte, irregolari. A sinistra, un sentiero pietroso conduce sul versante della collina, tra muri di pietra a secco, fiancheggiati da bossi ed arbusti spinosi.
La vite è la coltura principale di Uni. Cresce in un suolo che ricorda, per certi versi, la costa della Borgogna: un sottile strato di humus disseminato di detriti di un calcare molto duro, rotto in schegge. La pianta cresce un po’ come vuole, priva di sostegni, ma è vigorosa e benché tagliata lungo il fusto, alza energicamente e senza appoggi i suoi grandi ceppi carichi di grappoli neri, lunghi, dagli acini spaziati e piuttosto piccoli, d’un sapore dolce e molto caldo. La vendemmia comincia: i vignaioli, carichi di cesti di grappoli, si sgranano lungo i sentieri.
L’aria è pregna del profumo delle piante aromatiche della montagna; camminiamo fino alla forra ma il sole, come un globo rosso, cala lentamente nel mare e noi torniamo sui nostri passi. Lo spettacolo è davvero indimenticabile. Ad occidente, un bagliore d’incendio accende il mare, che rende insanguinato, e dà delle apparenze d’oro fuso alla lunga striscia di nuvole che attraversa il cielo; ad oriente il blu dell’atmosfera nel suo tono verde pavone è rigato da strisce rosa carne che sfumano verso l’infinito e nel crepuscolo che scende sulle acque la luna appare come un globo verde pallido e mette degli scintillii d’argento alle creste delle piccole onde rosse. Sotto i nostri piedi la Namouna, tutta bianca, si scurisce nell’oro (p. 12) scuro del giorno che si spegne, e la notte arriva nel silenzio delle cose, mentre si radunano le prime stelle.
Sul molo, duecento persone sono raggruppate in un ammasso bruno: la baia è solcata da barche che trasportano gli indigeni attorno allo yacht. Questa folla è silenziosa. Delle donne ci portano dell’uva e dei cesti di fichi.



Contadina dalmata 


Riguadagniamo lo yacht. Ceniamo sul ponte al chiarore della luce elettrica che dà alla tavola, brillantemente servita, un’aria di festa lussuosa.
E mentre i piatti sfilano ed i bicchieri si riempiono, una dolcezza ci invade e la poesia di questa notte ci porta fuori dal mondo, verso le immensità; è come una mistica gioia di vivere con dei bagliori dell’anima; si vorrebbe stringere una mano nella propria, dire delle parole che accarezzano l’immagine adorata dell’assente e sentire il suo cuore fondersi nel nostro attraverso il casto infinito delle stelle.
Alle nove riguadagniamo le nostre cabine. La brezza si è levata dall’est; increspa il mare; le onde sciabordano dolcemente e noi ci addormentiamo cullati dal loro dondolio con gli occhi pieni di sogni.
13 settembre – Alle cinque il rumore dell’ancora che si leva ci sveglia; è l’aurora. Un vento fresco fà increspare il mare e forma una cresta di schiuma sulle onde. Lasciamo Uni, con il suo faro Nétak8 e la sua baia di Blugli9 ed entriamo nel seminato di isole e isolotti che popolano l’Adriatico lungo la costa della Dalmazia. A sinistra le isole Canidoli10 (p. 13) grandi e piccole, riunite da un banco di sabbia, poi l’isola di Lussino, con i suoi quattro fanali nella parte centrale, uno su di un isolotto all’entrata del porto della città. Poi, sempre sulla destra, Anisello11, l’isolotto di Gruissa12 (faro), l’isola di Salve13 (faro), d’Ulbo14, di Fontadura15, di cui l’estremità superiore porta un fanale.
A sinistra, passiamo lungo le isole Premuda, Skada, Isto, Melada, Sestrugu, Uglia16.
Dopo Fontadura17 e tra la costa della Dalmazia e l’isola di Uglia, si entra nel canale di Zara, rischiarato dai tre fanali di Zara.
Dopo il canale di Zara viene il canale stretto e cosparso di scogli di Posman18, situato tra la costa della Dalmazia e l’isola con questo nome. Sono le undici e mezza quando entriamo in questo canale ed attraversiamo il primo passaggio, di fronte alla Torretta. Il secondo è situato di fronte a Zara Vecchia.
Il centro del canale è occupato da tre isole principali. La prima, Babac, porta un fanale alla sua estremità nord. Plangel19, la seconda, è circondata di isolotti. La terza, Catarina20, porta un fanale alla sua estremità sud.
Al momento in cui entriamo nel canale di Posman il vento gira, il mare si appiattisce.
Ora è un lago verdastro seminato di isolotti, alcuni coperti da una magra vegetazione, che spingono i loto picchi acuti nell’aria diafana, altri, più vicini, aridi, nudi, giallastri, come degli ammassi di sabbia senza un filo d’erba, che danno un’impressione di desolazione e simili a delle grandi sfingi dai contorni sfumati (p. 14) emergenti dalla calma blu delle acque. E in lontananza, sulla sinistra, le alte montagne della Dalmazia si stagliano arditamente nel cielo e dietro ad esse la cima delle nuvole bianche crea una vetta nevosa dai picchi arrotondati.
Zara ci passa davanti come una visione. La città è costruita su di un isolotto, con l’entrata a nord, il porto rischiarato da due fanali. Davanti a Zara, sulla costa Dalmata, i due fanali di Petercane21 e di Amica22.
Le antiche fortificazioni della città esistono solo in parte. Vista dal mare Zara sembra come un ammasso di case moderne, a più piani, dipinte di un rosa veneziano, costruite su una riva dove sono stati piantati degli alberi, che ha alle sue due estremità delle antiche fortificazioni: a nord c’è una specie di bastione prolungato da una cortina ombreggiata di vecchi alberi che deve dominare l’entrata del porto; a sud c’è un vecchio rudere di ridotta del medioevo con la sua torre rotonda bagnata dal mare, all’estremità di un altro bastione. E da questo ammasso emergono cinque sei campanili veneziani grigiastri, una torre quadrata sormontata da un minareto, il tutto molto chiaro nella luce cruda del mezzogiorno.
Una tartana che passa davanti alla riva, tutte le vele arancione spiegate, le macchie rosse e gialle dei venditori ambulanti, all’angolo di una piazza, la vivacità dei costumi che scorgiamo con i nostri binocoli, tutto ciò dà alla bianca Zara una nota così personale che colpisce nel medesimo istante tutti i passeggeri dello yacht.
Di fronte a Zara, nell’isola di Ugliani23, su una cima di 625 piedi, si elevano le rovine dell’antico (p. 15) borgo di San Michele, costruito da Dore d’Antona, che comunicava (dice la leggenda) con Zara, mediante un lungo sotterraneo, scavato sotto il mare. Il castello di San Michele ha l’aspetto di un vecchio borgo feudale del Reno; esso domina fieramente Zara e le città vicine; il suo torrione centrale, annerito dal tempo, ha resistito agli assalti e porta i segni di numerosi combattimenti; circolano misteriose leggende tra la gente sulle apparizioni che lo bazzicano e sui passaggi segreti scavati nel fianco della montagna.
Ma lasciamo il canale di Posman24 per entrare in quello di Sebenico; lasciamo a destra le isole di Kosina25, Vergada26, Oblig27, il piccolo gruppo di Tatevisnak28 e di Galia.29 Fiancheggiamo, a sinistra, le isole di Arta30, la grande isola di Morter31, in alto, a destra della quale si trova il faro di Presnjak32, costruito su di un isolotto.
Davanti a noi, le isole, più piccole e più numerose, formano come una cintura di colline. Giriamo a sinistra ed entriamo nel passaggio di Sebenico. Questo passaggio, di 900 metri circa di lunghezza e di 50 metri di larghezza, è l’entrata di un grande lago tutto circondato da montagne pelate, aride, grigiastre, che dà l’impressione desolata del lago Pavin in Alvergna, con dimensioni gigantesche, non fosse che di fronte al passaggio, disposta su una roccia più alta delle altre ed estesa poi sulla riva del lago, scende una città bagnata dal sole, che appare con la dolcezza di una valva di conchiglia screziata di rosa e più chiara ancora, sul grigio-giallastro assolato delle montagne. (p.16) É Sebenico, dove lasciamo cadere l’ancora alle tre.



Sebenico. Duomo


Ma l’apparizione ha qualcosa di magico che ci trattiene per molto tempo immobili a prua, quasi ammutoliti nella nostra ammirazione, riempiendoci gli occhi di questa apparizione. Delle case rosa, blu, verdi, bianche, che si bagnano nel mare a sinistra, poi ammassate in disordine sui gradini della montagna, dominate da due fortezze dei tempi passati, l’una sulla cima del monte, già in rovina, l’altra su un monte più alto, in secondo piano, che una forra separa dalla collina dove la città è costruita. Un vecchio muro di cinta che scende fino al mare forma una lunga banda grigiastra fino alla fortezza.
A destra, una riva si prolunga, meno carica di colori, come un nuovo quartiere, tutto bianco. E dei minareti scuri, delle torri veneziane coronate dal duomo bizantino, una cupola, emergono dall’ammasso delle case. In primo piano, sulla riva, al centro, una grande casa dipinta di giallo (che ricorda i palazzi veneziani) serve da residenza al vescovo e dona un riflesso d’oro sulla cattedrale che la domina. Ed in questi toni luminosi, alcuni rari, esili, alberi formano delle piccole macchie scure che il verde eclatante delle imposte chiuse fà sembrare ancora più tristi.
Sebenico conta da otto a novemila abitanti. La posta ed il telegrafo si trovano in una costruzione che dà sulla riva e l’entrata della quale si trova in una via laterale. Una linea ferroviaria unisce la città a Zara e a Spalato, poi al resto del mondo attraverso Novi e Agram. Vi si fa un vino celebre, detto Maraschino, (p. 17) che ricorda il Rancio o il Grenache33. Il suo commercio è costituito da vini, olio e sardine. I principali scambi hanno luogo con Trieste. Un bastimento del Lloyd austriaco che fa servizio da Trieste a Corfù, passa ogni giorno da Sebenico.








La calura è soffocante. In questo lago di acqua salata, alle sei del mattino, abbiamo 17°; ora, alle quattro del pomeriggio, ce ne sono 27 all’ombra e non c’è un soffio d’aria. L’acqua blu è liscia come il ghiaccio. Un carillon argentino, a quattro campane, suona i vespri ed il suono si ripercuote in una lunga eco attraverso le montagne.
La lancia ci conduce a terra in dieci minuti (p. 18) dato che abbiamo potuto attraccare a 100 metri dal molo, con dieci metri d’acqua. Tutte le flotte del mondo resisterebbero in questo lago dalle acque profonde.
Consiglio vivamente agli amanti di nuove sensazioni di venire a Sebenico. Anche dopo l’incanto di Venezia, non si resterà delusi, perché nel meraviglioso scenario che colpisce, all’arrivo, gli occhi dei viaggiatori, si scopre una ricchezza di dettagli ed un imprevisto di incontri di una strana originalità. Lungo una strada stretta, pavimentata con pietre larghe, una strada come quelle di Venezia, dai banconi sporgenti, con una striscia di cielo blu, saliamo alla città. Le strade si incrociano in disordine; sotto le arcate ribassate delle case si aprono botteghe medioevali. Entriamo in una di queste: vi si vende di tutto, riso, tabacco, scarpe, costumi dalmati. Dieci bambini che ci seguivano, entrano con noi, mentre contrattiamo per delle vesti rosse, dal collo bordato d’oro, e ricamate sul davanti da disegni bizzarri, gialli, verdi e blu.
Questo costume dalmata dona al paesaggio una nota così personale, così poco vista, che attira gli sguardi con un’insistenza insaziabile. Ci imbattiamo in una festa di matrimonio: gli uomini fieramente piantati, con delle arie di capitani, camminano solidamente nei loro pantaloni neri, talvolta allargati a zampa d’elefante, talvolta aperti ed allacciati dietro i polpacci. Sulla testa un impercettibile berretto piatto che non copre che la cima del capo, posato di traverso, la nota rossa del quale spicca sul nero dei capelli ed il bronzo patinato della pelle.
Sotto il berretto, trattenuto (p. 19) ad uno degli angoli, un grande fazzoletto scuro ad arabeschi chiari, fioriti, ondeggia sul dorso e, sopra il gilet rosso, ricamato di blu e giallo, pieno di grossi bottoni di cuoio (che assomigliano ai bottoni dei magiari ungheresi), ondeggia alla ussara la giacca, maniche al vento, nera o bruno scuro, o blu reale, i paramenti del davanti e l’estremità delle maniche coperte da grosse cordelle di lana rossa o viola-rossa, che assomigliano ad una pelliccia.
Gli uomini sono alti, ben piantati; portano i baffi spioventi che disegnano un arco di una tonalità più nera sul colore della loro pelle; è una bella razza di soldati che ha le sue radici in tempi leggendari che fanno pensare alle alte lotte ed al suolo così tante volte insanguinato.
I vespri sono finiti: sulla grande piazza dei gruppi circolano vestiti a festa. Gli uomini a gruppi di tre o quattro, vanno cantando con un tono trascinante di melopea. Le donne vanno loro appresso, in gruppi, tenendosi a braccetto. Hanno una gonna nera, rotonda, pieghettata a fisarmonica. Un corsetto nero che dietro non arriva che a metà delle spalle: le spalle sono coperte con uno scialle bianco. Il corsetto è chiuso davanti da un pezzo di stoffa in tinta unita, di colore appariscente, giallo o blu; una cintura dorata chiude la vita e sul davanti del vestito fa’ bella mostra di sé un lungo grembiule di seta, di colore morbido, rosa pallido, blu tenero, salmone, che muta di colore al sole e si sposa sempre piacevolmente con il tono crudo del corsetto. Tutte portano delle calze rosse e delle scarpe. Alcune vanno a capo scoperto, la nuca coperta dai capelli (p. 20) neri ed una specie di chignon composto da una treccia arrotolata, alta sul capo. Altre mettono intorno alla testa un pezzo di stoffa bianco i cui angoli pendono dietro il collo e fino a metà del dorso, che funge, nello stesso tempo, da sottogola e da copricapo.
Quasi tutte sono brune con dei begli occhi neri, degli occhi profondi e vellutati dove l’oriente sembra aver messo la sua poesia e la sua luce; tuttavia ne ho vista una rossa, alta, muscolosa, che camminava, i capelli al vento, nella luce del sole al tramonto, con dei movimenti provocanti di una bella ragazza che sa di essere guardata. Era veramente graziosa con la sua carnagione di bionda abbronzata ed il lampo nero degli occhi (p. 21) la sua alta ed agile figura e la fine giuntura delle sue mani brune. D’altronde a Sebenico è impossibile non essere colpiti dalla bellezza della razza e dalla naturale eleganza di queste donne che sanno rendersi attraenti con il minimo ornamento e che si guardano, nostro malgrado, quando passano con i loro grossi orecchini di paccottiglia, il loro costume eclatante dove il bianco dello scialle stacca con il rosso del corsetto ma dove il contrasto si attenua con le bretelle dello stesso colore e le tonalità pallide del grembiule.
Ed il completo grigio di qualche funzionario che porta un alto cappello nero che attraversa la piazza in mezzo a questi gruppi in festa, sempre pronti a danzare il loro kollo nazionale, fa’ una macchia tra questi costumi chiari, una macchia malinconica che guasta l’aspetto di ciò che si vede e mette del realismo sull’angolo del sogno nel quale ci si lasciava andare.
Ridiscendiamo verso la città e ci inoltriamo in una viuzza tutta imbandierata dove delle persone chiacchierano allegramente con l’orcio in mano; é la festa del vino nuovo che è stato pigiato oggi, ed ecco che uno di loro, un vecchio, ci tende il suo orcio e ci chiede di bere con lui. Poi tutti accorrono, siamo circondati. Tutti questi visi dimostrano la forza e la bontà; è un paese di brava gente.
Qualche rara bottega è aperta. Dico bottega ma dovrei dire botteguccia. Davanti ad una di queste si staglia una grande cromolitografia rappresentante Guglielmo II, l’imperatore della Germania, in piedi e che unisce le mani dell’imperatore d’Austria (p. 22) e del re d’Italia. Più lontano un’altra cromolitografia rappresenta l’imperatore tedesco in alta uniforme accanto ad un’imperatrice vestita con piume di cigno e con in testa un cappello di piume rosa. Si vede bene che siamo nel paese della triplice alleanza ma io mi meraviglio che l’amor proprio austro-ungarico lasci vedere così crudamente agli occhi dei Dalmati la supremazia del suo potente alleato.
Le strade di Sebenico sono, come le strade di Venezia, strette, tortuose, ed in più sono in salita; qua e là, delle scale conducono ad un piano superiore della città. L’aspetto di queste strade è del più curioso interesse. Ovunque delle porte ogivali dai contorni scolpiti, in marmo annerito dal tempo, portano nell’ogiva, piena degli stemmi araldici fiammeggianti, dei pans de palais34, alla moda di Venezia, delle arcate profonde, tutta una confusione di case ove abbondano le colonnette tortili, i motivi inattesi che catturano l’attenzione e ci fanno salire senza fatica le scale delle viuzze. Il crepuscolo che scende conferisce delle tinte rosate ai muri anneriti e noi ci attardiamo ancora a guardare delle cesellature dei battacchi di porta, delle scale che salgono a spirale, degli strani aspetti dei crocicchi, mentre circola attorno a noi questa folla variegata che punteggia ancora di note vivaci il declinare del giorno.



Jackob Alt. Piazza grande e duomo di Sebenico (1841)


Dei monumenti di Sebenico, il più importante è la cattedrale, la cui cupola traforata e tutta bianca appare al centro della parte bassa della città. Si tratta di un monumento quasi incoerente, d’insieme pesante (p. 23), di stile ibrido e che cattura tuttavia per la ricchezza della sua ornamentazione scultuale ed il lusso squisito dei dettagli che si non si possono non guardare. La facciata laterale dà su una piazza rettangolare che sembra essere un luogo di riunione se lo si giudica dal va e vieni di coloro che passeggiano. Questa facciata è semplicemente una meraviglia. Da ciascun lato della porta, il leone e la leonessa che portano sul loro dorso una colonnetta di marmo sormontata da un Adamo ed una Eva che ritroveremo a Trau. La facciata principale merita anche un’ispezione minuziosa con la sua larga cornice e le sue graziose colonnette. L’interno, scuro e raccolto, è di una singolare attrattiva. Una scala a giorno, a destra e a sinistra del coro, conduce a una loggia bordata da una fine balaustra e chiusa da una sorta di pulpito, sporto sulla grande navata. Non bisogna trascurare di visitare il battistero, dove si scende per una scala piazzata alla destra del coro e che fa seguito a quella che sale alla loggia. Questo battistero arrotondato, con quattro angoletti, è un merletto di pietra. Per vederlo bene è importante munirsi di luci e piazzarne una immediatamente sopra la vasca che occupa la parte centrale della stanza.
Quando usciamo il sole è tramontato. Una immensa nuvola d’oro esce dal mare sul quale lancia lame di toni arancione.
La cena a bordo dello yacht ci trattiene per molto tempo; è un pasto gargantuesco, come sempre, d’altronde. Questa sera il cuoco si è superato, ciascun piatto ha ricevuto il nostro doppio omaggio; sono circolati dei (p. 24) vini meravigliosi e, pigramente accovacciati sul ponte, fumiamo al chiaro della luna bianca, accanto alla quale la nostra luce elettrica sembra gialla, e che getta sul mare di piombo dei riflessi di acciaio lucido.
Sebenico si è addormentata. In tutta la città, cinque o sei luccichii picchiettano d’un vago punto luminoso l’ammasso grigiastro delle case. Dei canti lenti, monotoni, salmodiati da delle voci discordanti, arrivano come un eco da lontano. Tutto ad un tratto, nella parte alta delle colline che circondano il lago, dei grandi fuochi s’illuminano ed arrossano la notte; è la festa del vino nuovo alla quale prende parte il nostro yacht che lancia dietro di sé una ventina di razzi multicolori e di candele romane. Allora tutti quelli che non dormivano in città, scendono sulla riva, salgono sulle barche e vengono in flottiglia intorno allo yacht.
L’ultimo razzo ha brillato, le rari luci di Sebenico si sono spente, sono le dieci e per molto tempo ancora guardiamo l’orizzonte e la luna così bianca nel blu adorabile di questa notte di stelle.
14 settembre – Alle sei il caffé ci riunisce sul ponte. Ci sono già 22 gradi. Il lago è fermo, di piombo. Sebenico, in un vapore trasparente, diventa rosa, sulla collina.
Decidiamo di andare a vedere la cascata di Kerka35, di cui il capitano del porto vanta in termini entusiastici il colpo d’occhio.




Cascate della Krka

Partiamo nella lancia alle 9 e 15. L’acqua blu fa pensare al quadro di Français36 ed al bel lago di Nemi “che nessun soffio increspa”. Bisogna (p. 25) seguire dapprima il lago di Sebenico, che si restringe ben presto senza mostrare alcuna uscita, tanto le montagne che lo circondano formano un circo completo. Si scorge infine un passaggio che conduce in una parte più stretta del lago, verso l’estremità della quale ha origine a destra un canale abbastanza stretto che conduce nel secondo lago, il lago di Proklyan37, molto più grande del lago di Sebenico.
La traversata di questo canale offre uno degli spettacoli più belli che sia possibile vedere; è una serie di circhi, circondati da alte montagne grigiastre che scendono nell’acqua con pendii scoscesi o a picco; ci si domanda, entrando, da dove si uscirà (p. 26) e se non si sarà costretti a tornare sui propri passi, quando appare un canale, stretto tra due alte muraglie di rocce rotte. Tutto questo passaggio ha un aspetto selvaggio e desolato che fa’ vagheggiare di vuoto o di sprofondamenti. Ma, attraverso un canale tortuoso, ecco un grande spazio inondato di luce, è il lago do Proklyan, dall’acqua verde, interamente circondato da montagne. Quelle di destra, molto alte, scure, proiettano la loro ombra come una colossale macchia di inchiostro; più avanti, l’aspetto è meno selvaggio; un’arida vegetazione di un verde sbiadito copre le alture; a sinistra, sulla riva, alcune case bianche. Attraversiamo il lago di Proklyan nella sua parte mediana ed entriamo nel golfo stretto e profondo che si insinua all’interno delle terre come una larga foce di un fiume e che conduce alla cascata. Sono le 10 e 30 quando doppiamo il piccolo capo che forma l’estremità destra del golfo la cui larghezza è di 800 metri circa. Qui non c’è più vegetazione, delle montagne nude e grigie, dei meandri irregolari come nel primo canale, una solitudine completa. Verso il centro del golfo, tre pioppi gracili, sulla destra, su una piccola spiaggia di alcuni metri, al di sotto della montagna a picco, danno solo una nota di fogliame in questa aridità.
Ma il golfo si allarga e s’ incurva. Sul gomito, a sinistra, un villaggio grigio dominato da un campanile che corona una cupola verde nerastra a costoloni, in cattivo stile bizantino. É il piccolo porto di Scardona38, 1000 abitanti; là vi è un commercio con Sebenico attraverso il lago e con i Turchi attraverso i sentieri (p. 27) della montagna. I laghi ed i passaggi hanno abbastanza acqua perché i grandi vascelli arrivino fin qui; noi avremmo potuto benissimo venirvi con lo yacht. M.N. di R..., di Vienna, vi è venuto ieri su di un vapore del Lloyd austriaco, il Milano, trasformato temporaneamente in yacht di piacere. 




Scardona a fine '800


Scardona non offre curiosità se non delle rovine del medioevo, sopra la città, rovine che ospitano oggi un cimitero greco. Sulla riva, fiancheggiata da qualche albero rinsecchito, delle botti e dei sacchi che vengono caricati in una feluca. Nel porto la feluca, una decina di barche, una vecchia tartana in disarmo, un piccolo vapore che va a Sebenico. Imbarchiamo un pilota, quantunque la strada delle cascate sia tanto semplice quanto possibile. Sul fianco della montagna serpeggia una strada che va a Sebenico ed alla quale si accede da Scardona, con un traghetto. A partire dal traghetto il golfo si racchiude, l’acqua non è più salata; siamo all’imboccatura dove si precipitano la Kerka e la Cikola39.
Sempre le stesse rocce nude, tristi. A destra, il nostro pilota ci mostra in un anfratto della montagna, quattro buchi che contenevano un Cristo di legno, che la pietà degli Scardonesi aveva messo là, per proteggere il loro villaggio contro le incursioni dei Turchi. Trent’anni fa il Cristo sparì. I chiodi, alla lunga, s’erano arrugginiti, e la croce era stata inghiottita dalle profondità insondabili del lago. E gli abitanti, da molto tempo vivevano nell’inquietudine del loro Palladium perduto, quando un mattino di tempesta, un’ondata portò il Cristo sulla riva di Scardona. Oggi si trova nella chiesa del villaggio (p. 28) miracoloso e venerato, e la nostra guida s’è segnata parlandone.
Ma ecco, tra le alte montagne sempre pelate, un’oasi di salici e di pioppi; in alto, una casa bassa dal tetto rosa; in basso, un edificio grigio e polveroso, e divallanti da tutte le parti, delle cascate d’argento abbaglianti al sole, che sembrano immobili come la neve.
L’imbocco nel quale navighiamo si è allargato; dei larghi banchi di giunco limitano degli stretti canali dove l’acqua stagnante ha i riflessi d’una gigantesca labradorite. Tutta questa regione è rinomata tra le genti del paese per la caccia all’anatra selvatica. Il nostro pilota ci racconta che non è raro uccidere cento esemplari in due ore di caccia.
Sono le undici quando mettiamo piede a terra di fronte ad un gruppo di industrie rudimentali in cui si utilizza una minima parte dell’enorme forza motrice della cascata. Ci sono un mulino, un follatoio per le stoffe ed un piccolo impianto di sollevamento d’acqua a due corpi di pompa, che alimenta la città di Sebenico. Lo spettacolo è sorprendente. In fasci bianchi, in falde d’argento, in cascatelle, da tutte le parti, l’acqua sprizza, ribolle, si lancia su gradini giganteschi, rimbalza in pioggia diamantata fino alla cascata centrale che cade maestosamente da un alto blocco di rocce. E da tutte le parti, nei saliceti, dei lunghi fili di schiuma scendono isolati come delle graziose colonnette, fino al glauco tranquillo dell’acqua dormiente.
Si può percorrere in tutti i sensi le cascate, ma per godere appieno lo spettacolo è meglio (p. 29) salire la montagna, il che richiede al massimo un quarto d’ora, e contemplarla da sopra: si vede allora la cascata della Kerka e quella della Cikola riunirsi all’angolo acuto in una cascata unica.
Quando ridiscendiamo, una donna affascinante ci accoglie e ci parla in francese; è un’ungherese di Buda-Pest, sposata ad un meccanico che dirige la presa d’acqua: ha abitato a Ginevra. Discutiamo di Pest, cosa che l’incanta, e quando partiamo, ci segue con il suo lungo sguardo dolce, dicendo un “arrivederci” che l’eco ripercuote due volte nella montagna. In quel momento un grande (p. 30) serpente attraversa il braccio del lago e scompare tra i giunchi.
Ecco, per gli amanti della navigazione, la durata delle diverse fasi del ritorno.
Partenza dalle cascate alle 11 e 15, arrivo a Scardona alle 11.e 39, arrivo al grande lago di Proklyan alle 11 e 53, entrata del canale alle 12 e 12, uscita del canale ed entrata nel lago di Sebenico alle 12 e 26, arrivo allo yacht alle 12 e 55.
I nostri compagni che sono andati a Sebenico a visitare gli angoli ignorati della città ed il lebbrosario si sono messi a tavola. Noi moriamo di fame. Ciascuno racconta le sue impressioni e si sforza di persuadere che lui ha visto la cosa più interessante.
Durante la discussione si leva l’ancora, partiamo. Sono le due. Il tempo è pesante, il termometro sale a 27°.
Passiamo davanti al forte costruito in mare aperto, su un isolotto che difende il passaggio di Sebenico, poi tra la costa e l’isola Zlarin. Lasciando a sinistra l’isola di Dervenik40, filiamo tra l’isola Gbrovae41 e l’isola Maslinovae42, poi entriamo nel canale di Zivona43 situato tra le isole di questo nome della costa.
Davanti ci appare l’isola Bua44, alla punta della quale gettiamo l’ancora, verso le quattro.
Quest’isola è separata dalla costa da un canale molto stretto, nel mezzo del quale si trova un isolotto occupato dalla città di Trau45. La città è collegata all’isola di Bua da un ponte girevole. Il suo aspetto è pittoresco: a sinistra, una grossa torre rotonda merlata, bagnata dal mare; nel mezzo, su un molo, un minuscolo tempio greco a sei colonne; a destra le (p. 31) rovine del vecchio castello di Bela IV, il re detronizzato di Ungheria, di cui l’alta torre ottagonale domina l’entrata del canale; infine, al centro, più lontano, un alto campanile veneziano, dal tetto dipinto di rosso, e questa e là dei campanili bruni, bianchi, con delle scure montagne violacee come sfondo del quadro.
Trau è l’antica Tragurium. Nel XIII secolo il re Bela IV di Ungheria, battuto a Sayo46 da Batu Khan, il nipote di Gengis Khan, venne a rifugiarvisi fino al momento in cui la ritirata dei Mongoli gli permise di rientrare a Buda. L’isola di Bua, di cui la riva che si trova di fronte a Trau è fiancheggiata da case e forma un sobborgo di questa città, servì da confino al monaco eretico Gioviniano condannato dal papa Siricio, al concilio di Milano, ed esiliato dall’imperatore Onorio.



Leone veneziano di Traù


Il molo di Trau è a cento passi dalla torre ottagonale. La costruzione occupata dal capitano del porto è antica e porta il leone alato di Venezia sulla facciata destra. L’aspetto della città è caratteristico. Attraverso una viuzza stretta, tortuosa, fiancheggiata da resti di palazzi, guadagniamo la piazza della chiesa principale. Questa piazza è limitata a sinistra dalla chiesa, davanti da un palazzo, a destra da un campanile che porta un quadrante orario dipinto di blu, e da una impressionante loggia veneziana formata da colonne di marmo dal capitello romanico o corinzio. Sul fondo della loggia, una sorta di altare, dietro il quale un bassorilievo molto scavato, con il leone di Venezia al centro, ed in alto la Giustizia della Repubblica.
La cattedrale è il pezzo principale d’architettura della città; è stata costruita nel XIII secolo, (p. 32) ma il suo campanile è del XV secolo. La porta meridionale porta la data del 1215, la porta occidentale è datata 1240. Il tutto è del più bel romanico italiano e sembra esser stato costruito da Raduano, secondo un’iscrizione della porta occidentale. Quanto al campanile, che è la più bella espressione che abbiamo visto fin qui del gotico veneziano, è stato iniziato nel 1321 e finito verso l’inizio del XV secolo.




Portale della cattedrale di Traù

L’interno della chiesa ha un aspetto più germanico che veneziano. La sagrestia racchiude delle belle boiseries ed il sagrestano mostra con orgoglio degli splendidi ricami d’oro, antichi, e dei magnifici ornamenti di chiesa.
Ma ciò che c’è di più bello nella cattedrale è il nartece con la sua porta centrale chiusa da un’ inferriata e la porta laterale che dà sulla piazza.
Non si può non ammirare la ricchezza delle sculture della porta che dà accesso alla chiesa, la sua splendida cornice, i leoni che sostengono la trabeazione su cui si levano Adamo ed Eva ed i santi, sostenuti da dei Turchi accovacciati.
Da vedere ancora a Trau la piccola chiesa di San Giovanni Battista, la cappella dei Domenicani e la chiesa di San Martino.
La cittadella merita un’occhiata. Si tratta di un mastio quadrato, a quattro torri, le cui merlature in rovina sembrano dei grandi denti irregolari nel cielo. La torre che guarda l’ingresso è più alta delle altri ed ottagonale.




Castello di Traù. Scavi archeologici

Ancora un meraviglioso tramonto. Dietro ad un isolotto che sembra una bestia mostruosa accucciata (p. 33) nel mare, sei grandi raggi rosa partono e si diffondono nello spazio a ventaglio, con un cielo blu vivo tra loro; è come l’ultimo riflesso della gloria di Venezia al tramonto. Notte lunare nera.
Alle 8 della sera la temperatura è di 24°.



1 In inglese nel testo
2 Unije (Croazia)
3 Školjič
4 Boro=Bora
5 Orazio si espresse più volte in merito alle tempeste orginate nel mare Asriattico dai venti settentrionali, ad esempio ne parlò in Odi, I, 3; Carmina, I, 33, 14-16; II, 3,5.
6 Lancia, in inglese nel testo
7 Nel testo santé=sanità, ma in questo caso si tratta della sanità marittima
8 Vnetak
9 Si tratta del porto del paese comunemente noto come baia di Unije
10 Si tratta in realtà di due sole isole: Male e Vele Srakane. L’autore ne parla al plurale perché probabilmente ingannato dalla lettura della toponomastica croata.
11 Asinello=Ilovik
12 Grujica
13 Silba
14 Olib
15 Fontadura=Puntadura; si tratta probabilmente di nuovo di una comprensione errata del lemma da parte dell’autore. Attualmente Vir.
16 Škarda, Ist, Molat, Sestrunj, Ugljan.
17 Fontadura=Puntadura=Vir
18 Pašman
19 Planac
20 Sv. Katarina
21 Petrčane
22 Puntamika
23 Ugljan
24 Pašman
25 Kozina
26 Vrgada
27 Oblik
28 Veli e Mali Tetovišnjak
29 Di difficile identificazione. Esiste un isolotto attualmente chiamato Galijola, accanto all’imbocco del Canale di Sebenico, ma è improbabile che l’autore si riferisca a questo. Alcune indicazioni sono invero assai imprecise ed aggiunte probabilmente al momento della stesura della relazione, rielaborando appunti presi sul posto.
30 Vela e Mala Arta
31 Murter
32 Prišnjak
33 Il vitigno Grenache assai diffuso nella Francia del Sud, dove è arrivato dalla Spagna, è conosciuto in Italia come Aleatico, Canonau, Granaccia, Vernaccia di Serrapetrona. Il Rancio è un vino che si ricava dal Grenache.
34 Tra i vari significati di questa espressione in francese sembra opportuno orientarsi su “officier féodal”, “officier du palais royal”, l’autore si riferisce infatti alle teste scolpite che ornavano la parte superiore centrale dei portali e che simboleggiavano la guardia armata che sorvegliava l’entrata dei palazzi. A Trieste ed in area veneta erano indicati anche come “Panduri” con riferimento alle milizie provenienti dalla Slavonia ed inserite nell’esercito imperiale austriaco.
35 Krka
36 François Louis Français (Plombières 1814 – Parigi 1897), pittore, incisore e litografo
37 Prikljansko
38 Skradin
39 Čikola
40 Drvenik da non confondersi con le isole (Mali e Veliki Drvenik), dello stesso nome, situate più vicino a Trogir.
41 Grbavac
42 Maslinovik
43 Svilan
44 Čiovo. Si tratta dell’isola che si trova davanti a Trogir sulla quale la città si è nel frattempo espansa.
45 Trogir

46 Si tratta della notissima battaglia di Mohi (Muhi) o del fiume Sajó (11 aprile 1241).

mercoledì 22 marzo 2017

Albert Robin ed il suo viaggio in Istria / Albert Robin and his journey in Istria


Introduzione


Parecchi anni fa mi sono trovata per caso davanti a due relazioni di viaggio, pubblicate dove non avrei mai pensato avrebbero potuto trovar posto, cioè nelle Memorie dell'Accademia di Scienze, arti e lettere di Digione. I due testi parlavano dell'Istria e della Dalmazia e di un viaggio sorprendente effettuato da un medico francese a bordo di un'imbarcazione magnifica. Ho tradotto queste due relazioni e, per molto tempo, le ho tenute nel cassetto. Però credo non meritino di restarvi più a lungo. 



Lo yacht Namouna

Quello che segue è il racconto di un viaggio particolare, un percorso breve, effettuato nel 1896 dal medico e letterato francese Albert Robin, assieme ad altri invitati, a bordo dello splendido Yacht Namouna, di proprietà del ricco e stravagante James Gordon Bennett, uomo d'affari americano, editore del New York Herald.
L'imbarcazione era allora tra le più lussuose in circolazione, ed era dotata di tutti i comfort, come si deduce anche dai racconti dello stesso Robin. Gli interni erano arredati con gusto e vi erano esposte le opere di alcuni artisti amici del proprietario. Una crociera di lusso, insomma, che concedeva agli invitati, accuratamente scelti, di godere di ampi spazi e di trascorrere piacevoli giornate a bordo.


A bordo dello yacht Namouna


Ma chi era Albert Robin e come arrivò a trovarsi tra gli esclusivi ospiti a bordo del Namouna?


Albert Robin era nato a Digione, nel 1847 e fu un medico notissimo in Francia per le sue rivoluzionarie teorie sulla causa, la cura e soprattutto la prevenzione delle malattie, che guardavano alle cause dei disordini patologici. All’epoca la questione non era affatto scontata in considerazione del fatto che la medicina tradizionale si rivolgeva soprattutto alla cura dei sintomi della malattia. Pubblicò moltissimo e fu molto seguito. Di grande importanza gli studi sugli effetti terapeutici delle acque idro minerali e sull’incidenza dei mutamenti climatici sulle turbe nutritive, causa queste ultime di molte patologie. Fondò l’Istituto francese d’Idrologia e di Climatologia. Ottenne l’introduzione, presso la facoltà di medicina dell’Università di Tolosa, della cattedra di Idrologia e Climatologia.
Si dedicò con passione anche al settore della medicina sociale.
Prima di laurearsi in medicina prese parte, benché esonerato dal servizio militare, alla guerra tra la Francia e la Germania, scoppiata nel 1870, ed in quell’occasione rivelò una forte personalità ed un carattere tutt’altro che mansueto: fatto prigioniero dai Tedeschi fu protagonista di una rocambolesca evasione e, recatosi a Verdun, mise a disposizione dell’esercito le conoscenze acquisite nel campo della chimica, per la fabbricazione di esplosivi di nuova concezione. Dopo la sconfitta subita dai Francesi, scappò in Belgio e raggiunse da lì l’armata della Loira.
Uomo coltissimo, non soltanto in campo scientifico, amava le lettere e le arti.
Appassionato, in particolar modo, di letteratura contemporanea, fu apprezzato corrispondente del New-York Herald come critico letterario. Divenne amico del proprietario, James Gordon Bennett, che seguì per due anni di seguito nelle crociere in Istria e Dalmazia, a bordo del famoso yacht Namouna, all'epoca una delle più belle e confortevoli imbarcazioni di quel tipo. Di questi due brevi viaggi redasse due interessanti relazioni pubblicate nelle “Mémoires de l’Académie des Sciences, Arts et Belles-Lettres de Dijon”.
Frequentava a Parigi i salotti letterari e diversi artisti tra i quali Édouard Manet (1832-1883). Una testimonianza di Georges Jeanniot (1848-1934), pittore ed illustratore, anch’egli amico di Manet, ne segnala la presenza mentre l’artista, ormai molto malato, dipingeva il notissimo “Un bar aux Folies Bergère”, nel 1882. 


Edouard Manet. Un bar aux Folies Bergère


Albert Robin era tra i presenti e Jeanniot lo nomina poiché era legato a lui da un’amicizia pluriennale.
Fu membro dell’Académie des sciences, arts et belles-lettres di Digione dal 1886, ed al Museo di Belle Arti della città lasciò un quadro di Éduard Manet. L’opera, di piccole dimensioni, raffigura la casa del pittore.


 “Mémoires de l’Acedémie de Dijon”, IV serie, V (1896), pp. 1-23 (francese / french)


Relazione del primo viaggio effettuato sul Namouna nel 1896. 

(Traduzione dal francese: Daniela Durissini)




CINQUE GIORNI DI CROCIERA IN ISTRIA1(1896)



26 Agosto - Cominciando a sentirci stanchi di Venezia, dei suoi odori, del suo caldo umido, sentendoci spossati in questo clima deprimente, decidiamo di partire e di andare a visitare l'antica Aquileia, Aquileja, nella parte alta del golfo di Venezia, sulla frontiera del territorio triestino e dell'Italia.
Leviamo l'ancora a mezzogiorno e mezza, durante il pranzo, con una calura di 30 gradi ed un sole implacabile. Uscita dal Lido, dove è stata appena costruita una diga di circa due chilometri. Il passaggio ha sei metri di profondità e tutte le navi, tranne le grandi corazzate, possono transitarvi.
Mare assolutamente piatto, neanche un filo d'aria. Alle cinque arriviamo a Grado, che appare da lontano come una linea bianca brillante, che limita il blu del mare. Questa linea è sormontata da un campanile ottagonale. A destra, un ammasso rossastro rappresenta lo stabilimento balneare.
Bisogna gettare l'ancora a due chilometri, in mare aperto, e poi raggiungere Grado con una steam-launch 2. Ma non si può seguire una linea retta a causa di un grande banco di sabbia che s'allunga davanti alla città. Si naviga (p. 6) lungo una linea di pali che portano verso la parte ovest di Grado, ad un canale abbastanza profondo, che avvicina la città dalla parte posteriore. Grado si trova su un'isola che forma essa stessa il centro di un grande banco di sabbia, solcato da molteplici aperture attraverso le quali si penetra in una laguna dello stesso tipo di quella veneziana.
Il porto di Grado è stretto, piccolo, in acqua poco profonda. Il canale che vi conduce corre al fianco di una fabbrica di sardine, la sola industria del paese, che non ospita altro che pescatori e la cui popolazione è molto povera. Da quando il comune ha fatto costruire uno stabilimento balneare, alcuni (p. 7) stranieri vengono, durante la bella stagione, ad animare un po' quest'angolo sperduto del mare d'Istria; ma sono per la maggior parte persone povere, quelle che prendono posto a buon mercato nell'uno o nell'altro albergo della città e non devono certo contribuire ad arricchirla. I bagni d'altronde sono ben costruiti; la spiaggia è bella per quanto priva di fondale, se non a grande distanza, da cui la sua utilità per i bambini e le persone che non sanno nuotare.
La città è insignificante, senza monumenti, quasi senza ricordi. Qualche vecchia casa di scarso interesse, una popolazione mediocre, senza una marcata caratteristica. Non abbiamo visto che un solo volto di donna grazioso, alla finestra di un'osteria.
Essendo domenica i caffè sono pieni di gente che canta, o meglio, che grida da spaccare i timpani; il resto della popolazione si è ammassata al porto e guarda la nostra launch.3
Tornando a bordo, ho visto ancora quel fenomeno che mi aveva tanto colpito a Ragusa: un sole morto, che calava nel mare lanciando nell'infinito immensi raggi d'oro, separati da solchi d'un blu molto pallido. La linea dell'orizzonte violaceo ed il mare, tutto d'oro, come un immenso crogiolo dove sembrava fondere un metallo del color dell'arancio.
A bordo, cena silenziosa, sotto una cappa di calore di 30 gradi, senza un soffio di vento. Verso le otto, abbiamo subito l'invasione di un nugolo di piccole cavallette verdi, attirate dalla luce elettrica. Questo sciame, proveniente dalla laguna, ha superato i due chilometri che ci separano dalla terraferma. (p. 8)
27 agosto - La notte è stata così calda che non son potuto restare nella cabina. Sul ponte nemmeno un soffio d'aria. Alle sette partiamo per visitare Aquileia. Andiamo dapprima a Grado, a cercare il capitano del porto che deve accompagnarci, poichè non ci si può arrischiare, senza pilota, in questa laguna.
Si può andare ad Aquileia in due modi: la strada classica, quella che ci avevano indicata a Venezia, consiste nel partire da Grado, raggiungere Belvedere in canotto, poi farsi condurre a destinazione in vettura. Quello che seguiamo noi è migliore: lasciando Grado, ritorniamo sui nostri passi seguendo la linea di pali. A circa 600 metri dal canale si scorgono due pali sulla destra. É là che occorre girare, puntando la prua verso un campanile che comanda una delle entrate della laguna: San Pietro d'Orio. Passato il campanile, si è in piena laguna; occorre seguire allora i rari pali che indicano la strada tra gli isolotti appena coperti da boscaglia, dove non si vedono che dei capanni di pescatori, e raggiungere Ponigai4, un ammasso di case (p. 9) sull'estremità di uno degli isolotti più importanti della laguna. Sulla destra di Ponigai, comincia un canale perfettamente dragato, poco tortuoso, che conduce direttamente ad Aquileia. Insomma, da Grado, un'ora di cammino con la marea contraria; con il mare favorevole, siamo arrivati in 40 minuti con lo yacht.
Si approda ad Aquileia in una sorta di stagno, che dà sulla grande spianata; alcune vecchie case, dalle finestre rinascimentali, una grande costruzione con delle brutte arcate, ma più lontano la cattedrale, veramente rimarchevole. Essa è composta da numerose parti: a sinistra, un tempio pagano (p. 10) che potrebbe senz’altro essere stato costruito al tempo di Marco Aurelio; molto ben conservato, con dei resti di pitture murali antiche, che si dovrebbero assolutamente fotografare.
La cattedrale propriamente detta è un edificio immenso, situato a destra, fiancheggiato lateralmente da due colonne di granito inviate da Tiberio. Questa enorme massa, in questo villaggio di 500 abitanti, mi ha offerto un'immagine sbiadita di Vézelay.
Quando si pensa che questo villaggio ha meritato il nome di seconda Roma, che è stato il baluardo dell'Italia del passato, che il suo patriarca ha sostenuto contro Venezia delle guerre che non sono state prive di gloria, si rimane interdetti da questa decadenza e da questa rovina.
L'imperatore Massimino venne a morire qui, e la città contava 100.000 abitanti quando Attila la distrusse nel 452. Era tuttavia un centro così importante che recuperò una certa prosperità e fu la sede di quattro concili, l'ultimo dei quali nel 1184.
La cattedrale è costituita da un'immensa navata rettangolare, con dei marmi preziosi e dei particolari molto curati. La piccola balaustra d'agata che precede il coro è un vero capolavoro. Alla sua destra una porta dà accesso ad una cripta, interamente decorata con affreschi del V secolo, che non sono stati ancora fotografati, ma che sono di una religiosità toccante nella loro semplicità e nel loro realismo. Nel mezzo della cripta, una gabbia di ferro contenente delle grandi casse coperte da un velluto consumato: il tesoro della chiesa...Povero tesoro!
Da vedere ancora una cappella laterale a destra, contenente le tombe in marmo rosso di San Raimondo, patrono della chiesa, e della sua famiglia. (p. 11)
Sulla sinistra della cattedrale, il campanile, una massa enorme, che ricorda quello di San Marco. Tutto attorno degli scavi, poichè si scava tutto il paese. In evidenza dei larghi basamenti, che sostengono ciò che resta dei pilastri dell'antica chiesa, uno splendido mosaico proveniente da un tempio di Giove, ecc..
Tutti gli oggetti rinvenuti vengono portati al museo, situato a 200 metri dalla chiesa, sulla strada del villaggio, al centro di un grande giardino. Il museo è molto ricco; tutto ciò che vi si trova attesta la passata grandezza di Aquileia. Il piano terra è dedicato alla scultura ed ai resti dei monumenti; al primo piano vi sono gli armadi con le armi, i gioielli, i vetri, le terrecotte, ecc..
Vi ho passato due ore indimenticabili, davanti a queste statue, a questi sarcofaghi aperti, a queste stele, dove rimane ancora una sorta di vestigia delle glorie dimenticate! Quella, eretta alla memoria di un soldato valente...! Che miseria la gloria e come questo passato parla per dire quanto tutto sia vano!
Nell'ultima sala, accanto agli altri busti, una testa di donna, senza neppure un numero di catalogo. Il naso è stato rotto, le labbra consumate dal tempo, ma il marmo ha conservato una patina quasi viva; gli occhi senza pupille, volti verso l'alto (p.12) sembrano scorgere ancora l'estasi; i capelli, in bande ondulate, inquadrano misticamente il viso, un viso così bello, così puro, al di sopra delle labbra tormentate, che si direbbero consumate da baci inconsapevoli, mentre la parte superiore del viso s'illumina d'una trasfigurazione celeste.
Ed io ho pensato alla vita di questa giovane donna, al dramma d'amore che forse s'era svolto, nella sua vita terrena.
Ella doveva aver vissuto il suo sogno, riflesso dai suoi occhi, ed essere morta vergine nella sua anima, con il segreto d'un altro amore mai svelato, il mistero del quale si scopre tutto ad un tratto, dopo diciotto secoli...
La stele narrava la vanità della gloria, ed ecco che questa testa mutila sembra cantare l'eternità dell'amore!
In questa stessa sala ho notato ancora una statua rotta, mancante di un braccio e di una gamba. É una Venere, che ricorda quella dei Medici, ma il busto ha una vitalità che manca a quella. Questa non è Venere, è una donna in carne ed ossa, deificata dallo scalpello di un artista innamorato.
Per approfittare al massimo della visita a questo museo, occorre avere a portata di mano un'eccellente guida, redatta dal conservatore. Quando siamo arrivati, questi era assente; avevamo una lettera di presentazione per lui, del luogotenente di vascello Foscari, che ci aveva raccontato meraviglie della sua scienza.
Lasciando il museo, ritorniamo al porto, dove incontro il medico del paese, che parla abbastanza bene francese, e che ci propone di farci visitare i dintorni. Ma ci sono 35 gradi all'ombra e la (p. 13) presunta frescura del mare ci attira. Al momento della partenza arriva un piccolo steamer 5, che fa ogni giorno il servizio da Grado ad Aquileia, preziosissimo per i turisti.
Ritorno a bordo per il pranzo. Non bisogna fermarsi troppo in questa laguna. Se Grado sembra sana, Aquileia sembra nelle migliori condizioni per lo sviluppo del paludismo. Il medico mi ha appena detto che la febbre intermittente è frequente e che lui stesso ne ha avuti numerosi attacchi.
La popolazione non è bella: in questo sole, questi grandi spazi, tutte le persone hanno un aspetto anemico. Non un tratto caratteristico, ma un aspetto di degenerazione della razza.
Per tutta la giornata, ci resta come un malessere, una febbre latente, sonnolenza.
Dopo pranzo, si leva l'ancora e ... in viaggio per Trieste. Si giunge a Trieste in un'ora e mezza, lasciando sulla sinistra Miramar, la cui macchia bianca sottolinea la montagna, che sembra bagnarsi nel mare. Ho l'impressione di una grande costruzione piena di tristezza, calcinata dal sole.
Ci sciogliamo per il caldo, nella rada, e scendiamo a terra. Una città di fuoco, dove il sole si riflette sulle lastre di pietra delle strade; degli odori innominabili; molte aspettative quando si vede dal porto lo sviluppo immenso della città, ai piedi delle montagne del Carso, con delle colline coperte di case, e poi, quando si entra, la delusione è altrettanto grande.
Allora fuggiamo, un interprete ci dice "andate al Fontana, poi all'Excelsior". Sono dei bagni p. 14) l'uno a destra, l'altro a sinistra della città. É sufficiente gettare uno sguardo per perdere per sempre la voglia di entrare. Ma dove sono dunque i Triestini? Al Boschetto, al giardino pubblico e al Corso, una grande strada dove passano i tramways, a partire dalle otto della sera. Alle nove, ritorniamo a terra, ma il Corso è vuoto e quasi buio. Perciò, per paura di fare il viaggio fino al Boschetto, per trovare la stessa solitudine, ci fermiamo da Steinfeld, un caffè del Corso, dove almeno beviamo un'eccellente birra di Graz. Ed alle 10 raggiungiamo nuovamente lo yacht, con una notte stellata e 27 gradi. C'è da chiedersi come, in una notte così, si possa dormire nelle cabine.
28 agosto - Una bruma leggera come una garza, avvolge Trieste. Ci sono 29 gradi alle 7 del mattino; alle dieci andiamo al telegrafo ed a fare un'ultima passeggiata nella città, che è veramente d’una rara banalità. All'una, durante il pranzo, si leva l'ancora; vediamo in lontananza Capo d'Istria, la Justinopolis dei Romani, costruita su un'isola che una diga congiunge alla terraferma, poi Semedella, Isola e Pirano.
Pirano, dove stiamo per fermarci, è sita all'estremità di una baia che porta il suo nome. La città è dominata da una collina, circondata da alte mura merlate, con delle porte immense, di grande effetto.
Una strada che segue la costa conduce in mezz'ora alle saline di Porto Rose, proprio sul fondo della baia, dove un pontile permette alle imbarcazioni di piccolo tonnellaggio d'imbarcare delle merci.
Vi é stato appena costruito uno stabilimento (p. 15) balneare, molto ben attrezzato, per utilizzare le acque madri, che vengono somministrate pure o miscelate con l'acqua del mare. Ecco la composizione di queste acque madri:
Cloruro di magnesio 16.485
Magnesio basico 0.073
Bromuro di magnesio 0.260
Carbonato di magnesio 0.074
Solfato di magnesio 5.181
Cloruro di sodio 4.567
Cloruro di potassio 2.019
A Porto Rose si possono curare le stesse malattie che si curano in Francia, con le acque di composizione analoga; ma vi vedo un'indicazione per gli ammalati molto eccitabili, poichè il clima è particolarmente sedativo, e l'uso quasi esclusivo delle acque madri per la balneazione, accentua ancora l'effetto sedativo dovuto al clima. Anche le affezioni epatiche, il nervosismo, le nevralgie, la gotta, non costituiscono una controindicazione, se l'impiego delle acque è legittimato da un'altra affezione.
Da Porto Rose facciamo rotta su Parenzo, che dista un'ora circa.
Parenzo, una delle prime conquiste di Venezia, ha visto la battaglia navale del 1177, vinta dai Veneziani, sulla flotta imperiale; fu presa e bruciata dai Genovesi nel 1354. Come tutte le città dell'Istria, è situata su un promontorio, dominato da tre campanili. Il più alto appartiene ad una chiesa moderna, grosso edificio quadrato, privo di carattere. Quello di mezzo è il più antico, accanto alla chiesa più bella che io abbia visto. Immaginatevi una cattedrale unica, costruita da Teodorico (p. 16) nella prima metà del VI secolo. Essa si compone di tre parti: un atrio, su un lato del quale si trova la chiesa con tre navate, mentre sull’altro lato vi è un immenso battistero, con piscina battesimale. A destra del battistero, il campanile. Nella chiesa, dei mosaici che vengono restaurati attualmente e che datano dalla fondazione. Fatevi aprire, da qualche modesto sagrestano, le assi che rimpiazzano le lastre di pietra della navata sinistra, e vedrete i più begli esempi di mosaici che si possano sognare. Essi sembrano provenire da una chiesa più antica, sulle rovine della quale questa è stata costruita.
Si entra, attraverso l'atrio, nel palazzo del vescovado, graziosa costruzione italiana, più recente, ma che ha il merito di intonarsi con questa magnifica chiesa.
Parenzo merita assolutamente due ore di visita. Vi si trovano molte rovine romane, ma sono in pessimo stato. Città vecchia, dalle vie strette, ma molto pulite, con dei palazzi meno rovinati (p.17) di quanto si possa supporre; qualche giardino ed un'aria di gaiezza che attrae.
La baia di cui Parenzo forma il bordo superiore è limitata a sud da una piccola isola, San Nicolò, sulla quale si erge un castello che fa, da lontano, un'impressione grandiosa, fiancheggiato com'è da un'alta torre quadrata, merlata. Sorge, tutto bianco, da un ammasso di vegetazione, con a lato le rovine grigie di una vecchia torre rotonda, resti di antiche fortificazioni veneziane. É il castello del marchese B. Polesini, deputato della regione del Reichsrath austriaco. Il signor marchese ci invita a sbarcare sulla sua isola che, in realtà, non corrisponde affatto a ciò che avevamo immaginato.
Ma la vista che si ha del mare, dall'alto, e che, con il tempo limpido, si estende al di sopra di Parenzo, su tutta la costa dell'Istria, è incomparabile.
Parenzo conta 4.500 abitanti e sembra improbabile che la città abbia ad espandersi.
Tra Pirano e Parenzo ha avuto luogo la famosa vittoria dei Veneziani sulle flotte unite di Federico Barbarossa e dei Genovesi. Questa vittoria valse ai Veneziani la supremazia sull'Adriatico, ed il papa Alessandro III, consegnando al doge Ziani l'anello simbolico gli disse: "Ricevete questo anello come un segno dell'impero del mare; voi ed i vostri successori sposatelo tutti gli anni, affinchè i posteri sappiano che il mare vi appartiene di diritto per la vittoria e deve essere sottomesso alla vostra repubblica come la sposa lo è allo sposo".
Ma viene la notte ed io vorrei trovare immagini nuove, per descrivere ancora la magia dei crepuscoli dell'Adriatico; ogni giorno cresce (p. 18) l’impressione della veglia; ogni giorno il quadro cambia ed assume aspetti inattesi. Un grande silenzio sembra avviluppare il mare e le città sembrano addormentarsi in un nimbo d'oro che si oscura lentamente e quando, più tardi, si è fatta notte, sotto la luce delle stelle, esse sembrano cullate dal mare, nel loro sonno tranquillo. Ma questi sono spettacoli che non si dovrebbero contemplare da soli; la solitudine s'impregna di tristezza, e l'irrealizzabile vi prende una forma la cui scomparsa rende più penoso il risveglio.
29 agosto, 30 gradi - Un'ultima visita a Parenzo; pranzo a bordo con il marchese Polesini che ci accompagna fino a Pola. Partenza all'una. Alle due arriviamo a Rovigno. La punta della penisola dove sorge la città è occupata dalla chiesa, davanti alla quale si trova il cimitero, terrazzato, il cui alto muro di cinta ha l'aspetto d’ una fortezza ed è lambito dal mare. La città multicolore, con una manifattura di tabacco ed una fabbrica di sardine di Nantes, è più graziosa a vedersi da lontano che da vicino. Vi si entra attraverso un'antica porta, ornata dal leone di San Marco, ma non offre niente di notevole, fatta eccezione per qualche casa con terrazza superiore, in forma di chiostro. Del resto città mal tenuta e priva di interesse, anche dal punto di vista storico, poichè non possiede altri fasti che l'esser stata bruciata dai Genovesi.
Dunque, Rovigno non ispira che il vivo desiderio di andarsene. In viaggio per Pola. Passiamo davanti alle isole Brioni, che difendono l'entrata della baia, sul cui fondo (p. 19) si trova Pola. Queste isole, ricoperte da enormi fortificazioni che gli Austriaci hanno costruito quando hanno lasciato Venezia, sono di una tale insalubrità che non vi si possono tenere delle truppe per più di un mese. Esse ospitano delle cave di pietra, celebri un tempo, e dalle quali si trassero i materiali di un gran numero di palazzi veneziani. Nel 1379 i Genovesi vi sconfissero i Veneziani.
Ma ecco Pola, l'antica colonia romana, sul fondo della baia, con due porti, il porto commerciale a sinistra, il porto di guerra a destra. Gettiamo l'ancora nel mezzo della baia, dove ci è consentito, con uno speciale permesso, poi andiamo sulla terraferma. Città triste, polverosa, il porto di guerra più importante dell'Austria; dovunque dei marinai, degli ufficiali di marina, una popolazione pallida, piuttosto gracile; la sola figura di donna che merita di essere citata è quella dell'incaricata delle poste, e ciò nonostante questa sfigurerebbe a Parigi. Visitiamo il tempio di Augusto, con un portico a sei colonne corinzie, la Porta Aurea, il palazzo comunale, piuttosto curiosi (p. 20) e costruiti nel mezzo di un antico tempio romano la cui parte posteriore è estremamente ben conservata. Ma ciò che è veramente imponente è l’ arena, costruita, sembra, verso il II secolo. Ho misurato una lunghezza di 235 passi e contato 72 arcate che sono sovrapposte su tre file. L'esterno è assai ben conservato, ma l'interno è stato rovinato dai Veneziani che vi hanno prelevato una gran quantità di blocchi di pietra. Nel mezzo, un'immenso scavo che serviva alle naumachie con i resti delle condotte attraverso le quali venivano alimentati i bacini.
Vedendo questo, torna alle labbra il luogo comune: "la Maestà del popolo romano". Ma resto per molto tempo a sognare davanti a questa gloria svanita testimoniata ancora dalla grandezza di queste rovine... Niente dura dunque, e i basamenti più formidabili si sgretolano e (p. 21) tutto questo è morto definitivamente, come tutto muore; ma si dovrebbe morire anche quando se ne va il fine che ci si era posti nella vita, e queste pietre almeno non hanno la coscienza della loro rovina e non soffrono per l'abbandono!
Abbiamo a cena il comandante B..., un vecchio lupo di mare ritiratosi dal servizio, segretario dello Yacht Club di Pola, Ci racconta la battaglia di Lissa alla quale ha assistito. Il luogotenente Minutello riuscì a strappare la bandiera del "Re d'Italia", che fu affondato dall' "Arciduca Massimiliano", poichè i due vascelli erano così vicini che i cannonieri non potevano più caricare i loro pezzi. Ma un colpo di fucile gli attraversò la mano e Minutello, oggi ammiraglio, è il solo ufficiale austriaco che ha il diritto, per licenza speciale, di tirare di sciabola con la mano sinistra.
Constato, nel corso delle conversazioni, che abbiamo avuto con diversi altri ufficiali, che la marina austriaca non ha grande stima per la sua collega italiana. Questa triplice alleanza non è neppure un matrimonio d'interesse, perchè la Francia sembra più simpatica agli Austriaci dei loro alleati. Ho sentito queste parole dalla bocca di un ufficiale di marina: "Quando incontriamo una squadra francese, fraternizziamo; con le squadre tedesche ci si limita alle visite di cortesia, perchè il Prussiano o è rozzo e protettivo, o s'installa in casa nostra e vi resta finché c'è del vino e del cognac".
30 agosto - Andiamo a render visita ad alcuni (p. 22) ufficiali di marina a bordo dell' "Arciduca Massimiliano". Questo vecchio veterano di Lissa, dipinto di grigio, serve da scuola pratica di marina. Il comandante di questa scuola era anche uno dei combattenti di Lissa. Ci mostra la cabina dell'ammiraglio Tegethof, alla quale non è stato cambiato nulla, e dove si notano due enormi fori fatti dai proiettili italiani. Nell'interponte, una decina di cannoni di modelli diversi che servono ad istruire gli allievi.
Sono tutti là, stanno eseguendo l'esercizio, che interrompono per formare la "siepe"6 al nostro passaggio.
Il comandante ci mostra il luogo dove un enorme obice italiano distrusse tre postazioni di cannone ed uccise diciassette uomini. Visita molto interessante dove vengono richiamati tanti vecchi ricordi.
A pranzo il comandante in questione, il capitano X... che comanda una corvetta del porto, e M.B...L'ammiraglio H..., l'uomo del futuro della marina austriaca, viene a bordo a visitare lo yacht.
Conversazione tra le più interessanti che avvalora tutte le mie impressioni di ieri. Certo, queste persone sono molto più uomini di mare di tutti gli ufficiali italiani che abbiamo visto a Venezia. Tutti s'annoiano fermi a Pola che è ancora preferibile alla Dalmazia, questa Caienna dell'Austria, come la chiamano.
Il tempo ha rinfrescato: un vento violento soffia a terra; la rada è agitata, noi partiamo alle cinque per Venezia, fine del viaggio. Ah! che bel tramonto! É stupido parlarne ogni giorno, ma non si può fare altrimenti. Questa sera, con un mare agitato, il grosso globo rosso sprofondava lentamente (p. 23) senza raggi: "testa di re rapato che sta per ritirarsi in convento", ad ogni istante oscurato dai marosi; quando fu scomparsa a metà, questa mezza sfera faceva l'effetto di un ombrello rosso, di un rosso sanguinante, tenuto sopra le spalle da una donna a passeggio, invisibile, all'estremo limite dell'orizzonte...


1A bordo della "Namouna", yacht di proprietà di James Gordon Bennett al quale è dedicata la relazione. Estratto dalle “Mémoires de l’Acedémie de Dijon”, IV serie, V (1896), pp. 1-23
2Lancia a vapore; in inglese nel testo
3v. nota 2
4 Panigai
5battello; in inglese nel testo

6Formazione di parata (mil.)