mercoledì 31 ottobre 2018

Foto natura. Dopo la tempesta

Dopo giorni di pioggia intensa il cielo schiarisce

Carso Triestino (foto Daniela Durissini)

Trieste. Caffè degli Specchi

Caffé degli Specchi
Trieste. Palazzo Stratti con il Caffè degli Specchi (foto Daniela Durissini)

Il Caffè degli Specchi, inaugurato nel 1839, al piano terra del Palazzo Stratti, è uno dei caffè storici di Trieste e l'unico sopravvissuto tra quelli che un tempo affacciavano sulla Piazza Grande, oggi piazza dell'Unità d'Italia. 
Di grande tradizione il caffè ha visto sedersi ai suoi tavoli gli scrittori James Joyce e Italo Svevo e, a partire dagli anni Settanta del XIX secolo, fu ritrovo degli irredentisti cittadini. 
Nel dopoguerra il locale fu requisito dagli anglo-americani e divenne il quartier generale della Marina Britannica.
Il nome di Caffè degli Specchi deriva dai numerosi specchi, con incisi alcuni degli avvenimenti salienti dell'epoca, appesi alle pareti del locale, voluti dal primo proprietario, Nicolò Priovolo, per far sì che gli interni risultassero più luminosi, grazie al riflesso della luce naturale. Di quelli orginali oggi ne rimangono esposti solo tre. 
Oggi il caffè è frequentatissimo sia dai triestini che dai turisti che vi si siedono volentieri, soprattutto per gosersi l'affaccio, di straordinario impatto, sulla splendida piazza.


lunedì 29 ottobre 2018

Foto natura. Piracanta

Agazzino o piracanta (Pyracantha) in autunno

Pyracantha
(foto Daniela Durissini)

Il pane del ritorno (Franca Cancogni)



Recentemente ho letto questo bel libro di Franca Cancogni che, a 98 anni, ha scritto il suo primo romanzo. In effetti aveva già lavorato in passato, a quattro mani, con il fratello, Manlio, scrittore e giornalista affermato, ma questa è la prima volta che si è cimentata da sola in una lunga e bellissima storia. Il racconto, che si basa su una storia vera, seppur dando spazio alla fantasia dell'autrice, ripercorre gli accadimenti occorsi alla famiglia della nuora. 
Il personaggio principale, Frida, una bimba ebrea, adottata dalla famiglia di un ricco mercante Uzbeko, non è reale, ma le sue avventure, con le severe prove che tutta la famiglia deve affrontare nella diaspora, prima di raggiungere la Palestina, corrispondono in gran parte alla storia vera. 
L'agiatezza iniziale in casa del mercante ebreo di Bukhara, che accoglie Frida e la sorella più grande, rimaste orfane, e, man mano, il deteriorarsi della situazione politica, le difficoltà economiche ed il passaggio da un paese all'altro, dall'Uzbekistan, all'Afganistan ed all'India, in un lunghissimo viaggio che vede i membri della famiglia dapprima uniti e poi divisi, nel tentativo di raggiungere il paese che dovrebbe  accoglierli e dar loro una nuova vita ed un lavoro ma che invece si rivela una meta provvisoria e difficile, ed ancora l'ulteriore spostamento di Frida e del marito verso l'Italia, restituiscono al lettore la dura realtà non solo della famiglia rappresentata, ma di molte altre famiglie ebree. 
Il sogno di raggiungere la Palestina si infrange, paradossalmente, proprio nel momento in cui Frida arriva a Gerusalemme, nel periodo in cui molti ebrei confluiscono in quel paese e l'accoglienza si dimostra selettiva e, specie per gli ebrei provenienti da certi paesi, non certo amichevole. 
Frida, ormai vecchia, ripercorre la sua storia, con il disincanto che è dell'autrice, mentre si trova in una casa di riposo per persone agiate di Tel Aviv, in anni recenti, quando ormai la situazione in Israele si è stabilizzata e lei, rimasta vedova, accetta il ricovero nella casa assieme alla sorella, che però morirà dopo qualche tempo.
Il titolo deriva dall'usanza uzbeka di mettere un pane sulla porta della casa di chi si allontana per un lungo viaggio, perché ne prenda un pezzetto e torni un giorno a consumare la parte restante. 
Franca Cancogni è stata traduttrice raffinatissima per la Rai, e per diverse case editrici, tra le quali l' Einaudi. Tra i suoi molti lavori va ricordata almeno la traduzione dei Dubliners di Joyce.
In una recente intervista ha affermato di avere nel cassetto alcune altre storie alle quali sta lavorando. 


⇒(click) Il libro: Franca Cancogni, Il pane del ritorno (Bompiani, 2018) (anche formato Kindle)

venerdì 26 ottobre 2018

"Galeas per montes". Storia di una traversata leggendaria / History of a legendary crossing

Valletta di Santa Lucia
Lungo la Valletta di Santa Lucia tra Nago e Torbole (foto Daniela Durissini)

Questa storia, rigorosamente documentata, inizia nel 1438, quando Venezia si trovava contrapposta a Milano, in una guerra destinata ad espandere il dominio della Serenissima in Terraferma. L'esercito dei Visconti di Milano era allora condotto da Niccolò Piccinino, mentre quello veneziano era agli ordini del Gattamelata (Erasmo da Narni). 
Quando i milanesi cinsero d'assedio Brescia, allora in mani veneziane, fu evidente che sarebbe stato assai difficile portare aiuto alla città, data l'organizzazione dell'esercito nemico, pertanto il Senato veneziano decise di attuare il piano, all'apparenza folle, di Sorbolo da Candia, il quale pianificò una risalita della flotta lungo il fiume Adige ed un trasferimento della stessa, su terra, nel lago di Garda, dove si pensava di affrontare il nemico e di aprirsi la strada verso Brescia. 

Galea veneziana
Antonio de Brugada "Battaglia di Lepanto"

Fu così che, tra la fine del 1438 e l'inizio del 1439, sei galee e venticinque altre imbarcanzioni di dimensioni più piccole risalirono il fiume e, giunte a Mori, vennero trasportate, le più grandi facendole avanzare su tronchi, le altre caricate su carri, fino a Nago. La parte più complessa doveva ancora arrivare, infatti, giunti alla Valletta di Santa Lucia, percorsa da un'antica strada romana, la flotta dovette superare una discesa ripidissima fino alla riva del lago, a Torbole. La traversata fu compiuta e, incredibilmente, la flotta poté navigare sul Garda ed affrontare le imbarcazioni dei Visconti, che però la sconfissero e la distrussero. Senza perdersi d'animo i veneziani costruirono una seconda flotta a Torbole e, l'anno successivo, affrontarono di nuovo l'esercito nemico e, questa volta, lo sconfissero. Era il 17 maggio del 1440.
L'impresa ebbe grande risonanza già allora e fu tramandata dalle cronache. Nonostante la prima sconfitta i veneziani furono riconoscenti a Sorbolo da Candia ed alla sua idea di mandare "galeas per montes".

giovedì 25 ottobre 2018

Foto natura. Picchio rosso

Uno splendido esemplare di Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major)

Dendrocopos major
Carso Triestino (foto Daniela Durissini)


Una curiosità il nome, assegnato da Linneo nel 1758, deriva da due parole greche: dendron "albero" e kopos "che batte", ed in effetti nell'areale del picchio si sente spesso battere la corteccia degli alberi, dato che l'uccello sente sotto la stessa la presenza degli insetti, di cui si nutre, e la scalfisce per raggiungerli. Il picchio però si nutre anche dei semi delle pigne e delle uova e dei nidiacei degli altri uccelli.



mercoledì 24 ottobre 2018

Foto natura. Trieste, un tramonto

Trieste. Tramonto dal lungomare di Barcola

Trieste (foto Daniela Durissini)

Edmund Čibej e la Selva di Tarnova

Lokavec
Sentiero nella Selva di Tarnova (foto Daniela Durissini)

Edmund Čibej (Lokavec 15 marzo 1861-Matur 9 gennaio 1954) è stato un insegnante e naturalista. Nato ai piedi dell'Altipiano di Tarnova, ha studiato a lungo la selva che lo ricopre, percorrendone ogni angolo, ed in ogni stagione. 
Čibej fu il primo ad avvalersi degli sci, ordinati in Norvegia, non solo per potersi muovere più agevolmente sulla neve, ma per usarli nella pratica sportiva.
Ricoprì diversi incarichi amministrativi nei comuni della zona di Aidussina, di cui era originario, ma fu noto soprattutto per la promozione della selva e per lo studio della natura della stessa.
Casa natale di E. Cibej
Casa natale di Čibej a Lokavec (foto Daniela Durissini)
La Selva di Tarnova (in sloveno Trnovski gozd) è un'ampia zona boschiva che ricopre l'altipiano carsico, compreso nell'Alto Carso e facente parte delle Alpi Dinariche, che ha come limite meridionale la Valle del Vipacco e si estende ad occidente fino alla valle dell'Isonzo e a nord fino alla valle dell'Idria, mentre ad est incontra la Selva di Piro.
Gli abitanti della zona hanno convissuto da sempre con la foresta, particando la silvicoltura con attenzione e cura per il ripopolamento delle specie arboree, l'allevamento, nelle poche zone libere dal bosco, l'apicoltura, la caccia, e un'agricoltura di sussistenza. Edmund Čibej ha studiato queste attività ed ha pubblicato numerosi articoli sull'argomento, inoltre a lui hanno fatto riferimento tutti i naturalisti che intendevano effettuare le loro ricerche nella zona, essendo indubbiamente il miglior conoscitore dei luoghi. Uno dei meriti riconosciuti al Čibej è stato anche quello di aver favorito lo sviluppo dell'attività escursionistica sull'altipiano di Tarnova, contribuendo all'individuazione dei sentieri ed alla fondazione della sezione locale del Club Alpino Sloveno (SPD).
Se oggi i percorsi nella Selva di Tarnova sono conosciuti e frequentati, se gli abitanti dei paesi della zona vivono anche di turismo e se i rifugi edificati nel bosco sono spesso affollati, una parte del merito va a questo insegnante, legato al suo paese ed alla natura magnifica del luogo, che ha saputo diffondere la conoscenza delle bellezze nascoste dell'altipiano.

lunedì 22 ottobre 2018

Robert Capa

Robert Capa in Spagna fotografato da Gerda Taro (1937)

Robert Capa, ovverosia  Endre Erno Friedmann, era nato a Budapest, nell'ottobre del 1913. Emigrato in Germania, a causa del suo coinvolgimento nelle proteste contro il governo di destra e della sua militanza nel partito comunista, fu costretto a lasciare anche quel paese, con l'avvento del nazismo, a causa delle sue origini ebraiche. Recatosi in Francia, dove tentò, tra mille difficoltà, di affermarsi come fotografo, incontrò Gerda Pohorylle, più giovane di lui, alla quale insegnò il mestiere ed alla quale si legò sentimentalmente. I due, sembra piuttosto Gerda, decisero che per potersi affermare dovevano cambiar nome e divennero così Robert Capa e Gerda Taro. 
Furono coinvolti nella guerra civile spagnola, dalla quale mandarono reportage fotografici di grande effetto, anche se proprio Capa, con la notissima foto del miliziano ferito a morte, incappò in una lunga serie di contestazioni, che mettevano in dubbio l'autenticità dello scatto. Peraltro fu proprio quella foto che, conosciuta universalmente, gli diede la notorietà. 
Dopo la prematura morte della compagna in Spagna, Capa continuò il suo lavoro, specializzandosi in reportage di guerra e fotografò, tra l'altro, lo sbarco alleato in Sicilia, nel 1943, relativamente al quale scrisse e pubblicò anche un diario, lo sbarco alleato in Normandia, nel 1944, la guerra arabo-israeliana del 1948, ed il conflitto indo-cinese in cui rimase ucciso. Era il 1954 e Capa, salito su un terrapieno per scattare una foto, saltò su una mina. 
Nel 1947 Robert Capa, assieme a Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodger, aveva fondato l'agenzia fotografica Magnum Photos.




venerdì 19 ottobre 2018

Pensieri d'autore. Il Carso di Scipio Slataper

Alto carso
Altipiano Carsico (foto Daniela Durissini)

Il mio carso è duro e buono. Ogni suo filo d'erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l'arsura per aprirsi. Per questo il suo latte è sano e il suo miele odoroso.
Egli è senza polpa.  Ma ogni autunno un'altra foglia bruna si disvegeta nei suoi incassi e la sua poca terra rossastra sa ancora di pietra e di ferro. Egli è nuovo ed eterno. E ogni tanto s'apre in lui una quieta dolina, ed egli riposa infantilmente tra i peschi rossi e le pannocchie canneggianti.
Disteso sul tuo grembo io sento lontanar nel profondo l'acqua raccolta dai tuoi abissi, una sola acqua, e fresca, che porta la tua giovane salute al mare e alla città.


da Scipio Slataper, Il mio Carso (La Voce, 1912)

Scipio Slataper (Trieste 1888 - Monte Calvario 1915)

⇒(click) Il libro: Scipio Slataper, Il mio Carso (pdf Progetto Manuzio)

giovedì 18 ottobre 2018

Fotografare l'arte. Pablo Picasso "Parade"

Pablo Picasso. Tela per "Parade" (foto Daniela Durissini)


La grande scena è stata dipinta da Picasso per l'opera Parade, balletto basato su un racconto di Jean Cocteau, con musica di Satie. 
Il pittore s'era recato a Roma, nel 1917, per trovare l'ispirazione, rimanendovi per otto settimane. L'opera però debuttò a Parigi. La tela, dipinta a tempera con l'aiuto del pittore italiano Carlo Socrate, è un'opera straordinaria, ed è stata esposta lo scorso anno a Palazzo Barberini, contemporaneamente alla mostra dedicata al soggiorno romano dell'artista presso le Scuderie del Quirinale. 


Giovanni Antonio Canal, il Canaletto (17 o 18 ottobre 1697)

Palazzo Barberini Canaletto
Canaletto. Venezia. La piazzetta con la biblioteca, 1738 ca. (foto Daniela Durissini)
Roma. Palazzo Barberini


Il 17 o 18 ottobre del 1697 nasceva Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto, pittore ed incisore, conosciuto soprattutto per la sua ricca produzione di vedute, in particolare della città di Venezia, della quale era originario.
Tuttavia fu a Roma, con l'incontro di alcuni tra i più noti vedutisti dell'epoca, che maturò la sua arte ed è qui che produsse le prime opere di un certo rilievo. 
Tornato a Venezia si dedicò alle vedute, che interessavano molto gli acquirenti inglesi, arrivati in città per il famoso Grand Tour, che comprendeva le città d'arte italiane.
E fu a Venezia che conobbe Joseph Smith, collezionista d'arte e console britannico nella città lagunare, che gli procurò molti ordini da parte dei connnazionali e che facilitò il trasferimento dell'artista a Londra, nel 1746. 
Solo nel 1756 o 1757 Canaletto tornò a Venezia, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1768. 
Roma, quest'anno, gli ha dedicato un'importante mostra al Museo di Roma (11 aprile-18 agosto), poi prorogata al 23 settembre.





martedì 16 ottobre 2018

I gatti di Dino Buzzati


Cividale. Gattolandia (foto Daniela Durissini)

A Milano, diciamo la verità, i cani hanno ormai raggiunto una solida posizione morale. Sono coccolati, sono portati alle mostre quasi fossero chissà che bellezze, si organizzano in loro onore serate e spettacoli. Non penso già che a Milano non esistano dei cani trattati da cane; ce ne sono a migliaia, probabilmente. Ma la maggioranza è trattata da cristiani. Mentre noi!
Noi come categoria sociale, siamo quasi completamente trascurati. Noi siamo i tipi poco raccomandabili, noi siamo gli zingari, noi siamo i fuori legge, ecco in che conto ci tenete, a Milano, come regola generale. Che importa la nostra proverbiale venustà fisica, al cui paragone i cani (e scusa se la mia lingua batte sempre sul medesimo tasto dolente) sono delle autentiche schifezze? Che importa la nostra illustre tradizione nel mondo artistico e culturale? Che importa se tanti uomini di subline ingegno hanno prediletto noi sopra ogni altra creatura vivente? Che conta la nostra intelligenza, che non ostentiamo puerilmente come i cani? Che conta la nostra fedeltà a voi uomini, fedeltà maturata da un sereno apprezzamento, non già da un umiliante rapporto alimentare, come succede nel mondo canino?


da Dino Buzzati, Due volte disgraziati i gatti randagi di Milano, 
in "Il Bestiario". Cani, gatti e altri animali
a cura di L. Viganò (Mondadori, 2015) 

Dino Buzzati  (Belluno, 16 ottobre 1906 - Milano, 28 gennaio 1972)




lunedì 15 ottobre 2018

Foto natura. Vite americana

Partenocisso rampicante (Parthenocissus quinquefolia)

Parthenocissus quinquefolia
(foto Daniela Durissini)

La natura sconosciuta. (Italo Calvino)


Disegno sull'asfalto davanti ad una scuola materna in montagna (foto Daniela Durissini)


Papà” dissero i bambini, “le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov'è il capolinea delle mucche?”
Niente a che fare coi tram” spiegò Marcovaldo, “vanno in montagna.”
Si mettono gli sci?” chiese Pietruccio.
Vanno al pascolo a mangiare l'erba.”
E non gli fanno la multa se sciupano i prati?”.


Italo Calvino, Un viaggio con le mucche, da Marcovado (Einaudi, 1963) 


Nel 1963 veniva pubbicato da Einaudi un libro per ragazzi, Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città, che raccoglieva venti novelle di Italo Calvino, una parte delle quali era già apparsa sull'Unità. 
Il protagonista, Marcovaldo, è un manovale, che vive e lavora in una grande città di cui non si fa il nome, ma che si può identificare con Torino e con ogni altra grande città, già allora così lontana da quella natura che Marcovaldo cerca disperatamente e scopre, sperduta, in qualche angolo delle strade, che occupa i suoi sogni, che racconta ai suoi figli, che non la conoscono. 
Ed è questo il fulcro della denuncia di Calvino: in pieno boom economico, quando si era raggiunto il culmine dell'emigrazione dal sud Italia verso il nord, stava crescendo una generazione che avrebbe perduto del tutto la dimensione naturale, destinata a vivere un ambiente degradato e ostile, quello costruito dall'industria, che attirava i lavoratori in città ma che, in definitiva, consentiva loro di sopravvivere e nulla più. Alla generazione dei padri era consentito sognare un mondo diverso, ai loro figli, troppo spesso, non sarebbe stato possibile nemmeno rifugiarsi nella fantasia e nell'immaginazione.
Il libro, che in realtà si rivolge ad un pubbico assai più vasto di quello al quale l'editore l'aveva inizialmente destinato, è stato ristampato numerosissime volte, ed ora lo troviamo in edizione Mondadori.


⇒(click) Il libro: Italo Calvino, Marcovaldo (anche formato Kindle)

martedì 9 ottobre 2018

Vajont (9 ottobre 1963)

Longarone prima e dopo il disatro (1963)

La sera del 9 ottobre del 1963, 55 anni fa, un'enorme frana, staccatasi dal monte Toc, piombava nel bacino idricoelettrico del Vajont, formato a seguito della costruzione di una diga per lo sfruttamento del torrente da parte della società SADE. La conseguente ondata d'acqua che tracimò dal bacino travolse e distrusse i paesi di Erto e Casso e gran parte della più bassa Longarone, causando quasi duemila morti. 
La precarietà dei fianchi del monte Toc e la pericolosità della diga, di cui erano a conoscenza i tecnici e funzionari della SADE, era stata denunciata prima del disastro, anche pubblicamente, dalla giornalista dell'Unità Tina Merlin, ma nessuno pensò di provvedere in  merito, svuotando il bacino. 
Il disastro del Vajont, fu un'immane tragedia non solo per la perdita di tante vite umane, ma anche perché cancellò un mondo antico e modificò la morfologia dell'intera vallata. I sopravvissuti, quasi tutti colpiti da lutti familiari, persero per sempre anche le proprie radici. 
Il dramma fu presto dimenticato, se non addirittura ignorato, dalla politica e, nonostante gli sforzi di Mauro Corona, originario di Erto, che ne ha molto scritto e parlato, e di Marco Paolini, che scrisse "Vajont"  impressionante e realistico lavoro teatrale, divenuto poi un libro ed un film, i quali hanno denunciato e continuano a denunciare l'indifferenza che, più che la tragedia in sé, ha condannato all'oblio il dramma ed ha abbandonato quelle popolazioni, nulla sembra essere cambiato.
A margine si osserva che altri drammi ed altre indifferenze continuano a ferire questo paese, abbandonato a sé stesso e troppo spesso penalizzato dagli interessi di coloro che non agiscono per il bene comune ma ricercano solo il tornaconto personale. 




lunedì 8 ottobre 2018

Foto natura. Ultime fioriture in quota

Ultime fioriture in quota
Margherita gialla (Senecio doronicum)


Senecio doronicum
Altipiani del Montasio (foto Daniela Durissini)

I giardini incantati dell'antica Roma

Museo Nazionale romano Giardino di Livia
Roma.Museo nazionale romano. Giardino di Livia (foto Daniela Durissini)

Nella Roma imperiale, mano a mano che la città si andava arricchendo e gli edifici si abbellivano, venne affermandosi l'uso di prolungare il giardino entro lo spazio domestico, riproducendo sulle pareti di una delle stanze attigue allo stesso le piante e gli uccelli che caratterizzavano la zona verde esterna all'edificio ma racchiusa entro il suo perimetro. Alle volte l'artista incaricato di decorare la stanza indulgeva nella rappresentazione di un giardino incantato, ancor più bello di quello reale, del quale avrebbe dovuto creare il prolungamento. Uno degli esempi più conosciuti è quello del cosiddetto "Giardino di Livia", voluto dalla moglie di Augusto per la sua villa di Prima Porta e venuto alla luce durante gli scavi effettuati nel 1863, oggi al Museo nazionale romano. 
Si tratta di un esempio magnifico di pittura parietale ad affresco, che riprende probabilmente la tradizione dei giardini illusionistici orientali, ed è il più antico tra quelli romani. Il grande affresco, che riproduce ben 23 specie vegetali e 69 tipi di uccelli, decorava una sala ipogea della villa, priva di finestre, ma forse illuminata da un lucernario aperto nella volta a botte, alla quale si accedeva mediante una scala. Il locale era forse usato per ripararsi dalla calura estiva. 

Museo Nazionale romano Giardino di Livia
Giardino di Livia (foto Daniela Durissini)

Il giardino riprodotto nella villa di Livia non rimase isolato ma gli esempi più importanti, per una questione di conservazione, provengono dagli scavi di Pompei, dove riemergono ancor oggi edifici che presentano pitture di grande effetto che, malgrado la cesura del 79 d.C. coprono un arco di tempo sufficiente a studiarne l'evoluzione.
Così è per la Casa di Menandro, la Casa dei Cubicoli floreali, la Casa di Venere in conchiglia e quella del Bracciale d'oro. 
E' di queste ultime settimane il ritrovamento, a Pompei, di un grande larario, con decorazioni magnifiche e molto ricche, che rappresentano un giardino dove però, data la destinazione cultuale dell'ambiente, appaiono alcune scene inusuali, come delle fiere dorate in lotta con un cinghiale nero, una vasca colorata, un pozzo ed un uomo con la testa di cane, mentre un grande pavone cattura l'attenzione di chi osserva e cieli azzurri accolgono il volo di piccoli uccelli. L'importante ritrovamento, particolare anche per la bellezza dei colori, ancora assai vividi, andrà studiato a fondo e forse, gli scavi che seguiranno sul sito, contribuiranno a far luce anche sul proprietario della casa. 




giovedì 4 ottobre 2018

Fotografare l'architettura. Roma, via Margutta

Roma. Palazzo in via Margutta

Roma (foto Daniela Durissini)

Giovanni Battista Piranesi

Giovanni Battista Piranesi, Veduta della Fontana di Trevi

Il 4 ottobre del 1720 nasceva a Mogliano Veneto Giovanni Battista Piranesi, architetto ed incisore, al quale si devono, tra l'altro, le note tavole raffiguranti le Vedute di Roma
Piranesi iniziò ad occuparsi di architettura grazie agli insegnamenti del padre, capomastro, e dello zio, magistrato alle acque di Venezia, ed amante del Palladio e di Vitruvio ma, lasciata la casa natale nel 1740, si recò a Roma dove ebbe modo di completare la sua formazione e dove frequentò la bottega di Giuseppe Vasi, apprendendo l'arte dell'acquaforte.
Attratto dalle rovine romane e dagli scavi archeologici che all'epoca venivano effettuati ad Ercolano comprese di volersi dedicare principalmente all'incisione ed aprì una bottega a Roma, in via del Corso, anche se ebbe l'occasione di misurarsi con alcuni restauri e con il progetto della trasformazione della chiesa di Santa Maria del Priorato, che però gli attirò numerose critiche. 
Tra il 1745 ed il 1761 si dedicò prevalentemente alle opere di riproduzione dei monumenti antichi della città di Roma o di particolari degli stessi, ai quali affiancò alcuni capricci di grande impatto raccolti nelle due edizioni delle notissime Carceri, che segnano appunto i limiti di questo periodo fortunato per l'autore, 1745 e 1761.
In seguito Piranesi pubblicò altre opere minori, una delle quali, concernente l'arte di adornare i camini, testimonia l'interesse per gli oggetti decorativi che raccoglieva in grande quantità nella sua bottega. 
Morì nella sua casa romana nel 1778.



mercoledì 3 ottobre 2018

Foto natura. Autunno

Sentore d'autunno tra le rocce calcaree delle Giulie

Piani del Montasio (foto daniela Durissini)

La ferrovia Napoli-Portici / The Napoli-Portici Railway

Salvatore Fregola. Inaugurazione della strada ferrata Napoli-Portici (1840)

Il 3 ottobre del 1839 veniva inaugurata la tratta ferroviaria Napoli-Portici, che percorreva solo 7,25 km ma che costituiva la prima tranche di una linea che, negli anni successivi, raggiunse Castellamare (1842) e Nocera Inferore (1844). Si trattava della prima linea ferroviaria italiana, costruita nell'allora Regno delle Due Sicilie. Il re Ferdinando II di Borbone, assieme a numerose autorità, prese posto sul primo convoglio che, composto da otto vagoni e trainato da una locomotiva a vapore fatta costruire in Inghilterra, chiamata "Vesuvio", condusse i viaggiatori da Portici a Napoli. Il pittore Salvatore Fregola, immortalò quella memorabile giornata. 
La progettazione della linea ferroviaria era stata affidata all'ingegner Bayard de Vingtrie, il quale costituì una società, la Bayard & de Vergès, per la costruzione e la gestione della stessa. Nei primi tempi oltre alla locomotiva, anche gran parte dei materiali necessari furono fatti arrivare dall'estero, ma in seguito la ferrovia divenne occasione per lo sviluppo di un'industria specifica anche in Italia. 


martedì 2 ottobre 2018

Fotografare l'architettura. Casera

Un'antica casera ai piani del Montasio, ancora monticata

Piani del Montasio. (foto Daniela Durissini)

La natura come bene culturale

J.P. Houel, Il Castagno dei cento cavalli (1776-79) Museo del Louvre
Il castagno millenario si trova nel parco dell'Etna 

Il 5 e 6 ottobre, presso l'Università di Siena, si terrà un convegno dal titolo: La tutela dei monumenti verdi , con cui s'intende approfondire la tematica dell'emergenza naturalistica tutelata alla stregua di un bene culturale. Il primo monumento verde riconosciuto in Italia dal Mibact nel 2017, è stata l'ormai nota Quercia delle Checche, rovere monumentale, di circa 300 anni, situato in Val d'Orcia, sul territorio del comune di Pienza, in provincia di Siena. 
Dopo aver perso un grosso ramo a causa di un atto di vandalismo, avvenuto nel 2014, la quercia ne ha perduto un altro, per cause naturali, nel 2017 ma, in quello stesso anno, l'allora ministro Franceschini ha firmato il decreto di tutela che dà all'albero lo status di monumento riconoscendolo come bene culturale e favorendone la salvaguardia. 
Ma l'aspetto importante dell' incontro che avverrà prossimamente a Siena è, senza dubbio, l'istituzione in sé del Monumento verde, quale riconoscimento dell'importanza del patrimonio naturale come bene collettivo e testimone di cultura. Un passo avanti di grande importanza, che l'Italia ha compiuto a tutela del proprio territorio e delle peculiarità dello stesso, riconoscendo implicitamente come non solo le opere dell'uomo ma anche quelle della natura contribuiscano a caratterizzarne il tessuto culturale. 
Sebbene esistanto alcuni cataloghi degli alberi monumentali d'Italia e persino, più specificatamente, per la regione Toscana, nessun esemplare aveva avuto finora un riconoscimento ufficiale che ne garantisse la salvaguardia. 
Nell'anno Europeo del Patrimonio culturale l'Italia si presenta quindi con un nuovo modello, allargato a nuove forme di tutela, che intende esportare verso gli altri paesi dell'Unione. 


lunedì 1 ottobre 2018

Foto natura. Il Montasio

Jof di Montasio (2754m) è la montagna più alta delle Alpi Giulie occidentali
Il noto alpinista Julius Kugy lo definiva "il re delle Giulie"


Alpi Giulie Montasio
Jof di Montasio visto dai Piani (foto Daniela Durissini)

Yosemite National Park (1 ottobre 1890)

Roosevelt a Muir a Yosemite (Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti)

Dalla seconda metà del secolo XIX iniziò a farsi sentire, negli Stati Uniti, l'impellente necessità di difendere la natura. Fino ad allora questa era stata ritenuta una risorsa inesauribile e, molto spesso, soltanto un ostacolo, che l'uomo aveva il diritto di eliminare per procedere spedito verso il progresso. Tuttavia gli effetti di alcune scelte che, fin da allora, apparvero imprudenti ed insensate, come la distruzione di foreste, corsi d'acqua, ed ambienti naturali, per costruire strade, ferrovie, impianti industriali, portarono qualche "folle" utopista a tentare di vivere a contatto con quegli elementi dai quali l'uomo si stava distaccando definitivamente. Uno di questi fu John Muir, un sognatore un po' fuori di testa, che visse lungamente nella zona della Sierra Nevada dove, grazie al suo impegno, sarebbe stato realizzato il Parco Nazionale di Yosemite, fondato il primo ottobre 1890. Muir fu uno dei primi conservazionisti e, quando il movimento si divise, divenne un "salvaguardista", aderendo quindi all'ala più strettamente protezionistica del movimento. Si prodigò, conducendo il presidente Roosevelt nel Parco appena fondato, affinché la giurisidizione passasse dallo Stato della California che intendeva sfruttare le risorse della valle, alla giurisdizione federale. Fondò il Sierra Club, un'associazine, tuttora esistente, che si occupa della conservazione delle aree naturali negli Stati Uniti. Fu anche uno scrittore assai prolifico ed alcuni dei suoi libri sono tuttora molto popolari. Tra questi ricordo La mia prima estate sulla Sierra, edito in italiano da Vivalda, in cui Muir descrive la sua prima visita nella zona oggi compresa nel parco.
Il Parco Nazionale di Yosemite comprende una vasta zona della Sierra Nevada; le sue attrattive principali sono l'Half Dome, la roccia granitica più grande del mondo, le Yosemite falls, alte fino a 730 metri, alcuni alberi giganti, ma tutto l'ambiente è straordinario. 
Nello Yosemite, soprattutto negli anni '70 del secolo scorso, si formò un gruppo di fortissimi arrampicatori che iniziarono ad esplorare la possibilità di salire le pareti lisce e verticali di El Capitan e delle altre formazioni granitiche, anche se la prima salita di questa celebre montagna risale al 1958. Fu una donna, Lynn Hill, a compiere la prima salita in libera, nel 1993. Oggi vi sono molte vie di estrema difficoltà, alcune delle quali tracciate in anni recenti. 

⇒(click) Il libro: John Muir, La mia prima estate sulla Sierra

⇒(click) Il Film: Solo (Yosemite e l'arrampicata degli anni '70)

⇒(click) informazioni sul parco