mercoledì 31 maggio 2017

La chiesa di Sant'Apollinare (Trento)


Chiesa di Sant'Apollinare Trento
Chiesa di Sant'Apollinare (Trento) (foto Daniela Durissini)

La chiesa di Sant'Apollinare, a Trento, sita nell'attuale borgo di Piedicastello, è sorta alla base del Doss di Trento (anticamente indicato come Verruca), al di là dell'Adige, fuori le mura.
L'edificio attuale risale al XIV secolo e nella sua costruzione sono stati reimpiegati, come d'uso all'epoca, diversi materiali esistenti precedentemente sul posto, dove gli scavi archeologici hanno potuto accertare una presenza antropica quasi costante fin dalla preistoria.
Uno studio effettuato proprio sui materiali lapidei ha potuto accertare che questi, inizialmente adoperati nella costruzione di un muro tardoantico, ai piedi del colle, vennero poi impiegati nel momento in cui venne eretta la chiesa. Sulla cima fortificata del colle, nel secolo VI, si trovava una chiesa di notevoli dimensioni, accanto alla quale vi era un cimitero.
Gli abitanti di Trento, ormai disposta sulla riva opposta dell'Adige che allora, e fino alla rettifica del suo corso avvenuta nel 1856, formava un'ansa che proteggeva la piana, dove correva la via Claudia Augusta, vi si rifugiavano, in caso di pericolo, nel periodo delle invasioni barbariche, come si apprende da una lettera di Cassiodoro che invitava la popolazione a proteggersi entro le mura, considerate inattaccabili.



Francesco Ranzi. Pianta di Trento (1826)


Per quanto concerne la chiesa di Sant'Apollinare i recenti scavi hanno accertato un uso del sito antecedente la sua costruzione, indicativamente dal VI-VII secolo, periodo al quale risalgono i resti di due edifici addossati al muro tardoantico, uno dei quali distrutto da un incendio, del quale sono evidenti le tracce, all'interno del quale è stato rinvenuto un pozzo, e la cui destinazione d'uso è ancora dubbia, benché sia stata avanzata l'ipotesi che si trattasse di un battistero. L'altro edificio è una chiesa a navata unica, dotata di abside semicircolare, all'esterno della quale sono stati messi in luce i resti di un'area cimiteriale.
Successivamente l'area è stata interessata da numerose modifiche e la chiesa ha subito rimaneggiamenti, probabilmente nel corso dei secoli X-XI. Nel corso del XIII secolo è stato costruito (1242) accanto alla chiesa il monastero dei benedettini. La chiesa abbaziale d'impianto romanico, all'inizio del secolo successivo, è stata ricostruita, conservandone però il campanile: il nuovo impianto trecentesco permane tuttora, nonostante le ulteriori ristrutturazioni subite.
La documentazione dell'epoca consente di identificare alcuni degli artefici della ristrutturazione in Giovanni da Como (muratore), Bonaventura da Trento (carpentiere) e Nicolò da Padova, pittore di scuola giottesca.
A quest'ultimo si deve con ogni probabilità la Madonna di Piedicastello, affresco realizzato in un'edicola addossata al campanile e poi, per evitare danneggiamenti, staccato e posto all'interno dell'edificio, mentre gli affreschi che decorano le pareti interne e che sono stati portati alla luce grazie a recenti restauri sono attribuibili senz'altro a mani diverse e più tarde.


Chiesa di Sant'Apollinare affreschi
Chiesa di Sant'Apollinare. Affreschi (foto Daniela Durissini)


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lunedì 29 maggio 2017

Marietta Robusti "la Tintoretta"


⇓(english version available)




Marietta Robusti. Autiritratto  (Museo degli Uffizi, Firenze)


Sono poche le notizie pervenuteci su Marietta Robusti, la figlia primogenita di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, nata tra il 1553 ed il 1560 da una relazione extraconiugale del pittore e da questi molto amata. Ne parla Carlo Ridolfi, nella sua opera dedicata alla "Vita di Giacopo Robusti detto il TIntoretto", pubblicata nel 1642. Si sa che Marietta, legatissima al padre, apprese l'arte della pittura recandosi nella sua bottega e vedendolo lavorare. Ebbe sette fratelli, nati dal matrimonio di Jacopo con Faustina Episcopi e due di questi furono messi a bottega per imparare anch'essi l'arte della pittura, ma non riuscirono a raggiungere il suo livello tecnico ed artistico.
La ragazza era ancora molto giovane ed era già piuttosto nota a Venezia per i suoi lavori, quando fu commissionato alla bottega paterna il ritratto di Ottavio Strada, figlio del commerciante Jacopo. Il dipinto, datato 1567, è firmato dal Tintoretto, in qualità di capo bottega ma, benché l'attribuzione sia incerta, si pensa che si debba in buona parte alla mano di Marietta.



Tintoretto (Marietta Robusti). Ritratto di Ottavio Strada (Rijksmuseum, Amsterdam)


Alla stessa è stato poi attribuito il Ritratto di un uomo con un bambino, ritenuto un tempo tra i migliori lavori del padre e conservato oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna, essendo stata trovata una “M” sul dipinto.
La maggior parte degli studiosi converge sull'attribuzione alla pittrice del Ritratto oggi conservato agli Uffizi, ritenuto un tempo opera del Tintoretto. Marietta si raffigura accanto ad una spinetta, forse per sottolineare la sua passione per il canto e la musica. Ha in mano uno spartito sul quale è riportato fedelmente il madrigale di Philippe Verdelot  "Madonna per voi ardo".



Marietta Robusti. Autoritratto (particolare del madrigale di Verdelot)


Il talento di Marietta venne riconosciuto anche al di fuori di Venezia e la giovane fu invitata presso l'imperatore Massimiliano II e presso il re di Spagna Filippo II, tuttavia entrambi gli inviti furono declinati per volontà del padre, che non voleva separarsi dalla figlia più amata e, volendola a Venezia, l'aveva fatta sposare all'orefice Mario Augusti.
Lavorando nella bottega paterna, assieme ai fratelli Marco e Domenico, l'attribuzione dei dipinti è estremamente incerta, proprio perché si inserivano tutti in una produzione collettiva, tuttavia secondo il parere del Venturi, i lavori di Marietta sarebbero invece riconoscibili per lo stile “aggraziato e femminile”, che ben si differenzia da quello degli altri.
Di incerta attribuzione anche una Vergine con bambino conservata presso il Museo di Cleveland (Ohio) ed un Ritratto di due uomini, conservato presso il Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda.
Dal matrimonio con l'orefice Augusti nacque un bimbo, chiamato Jacometto, che morì prematuramente, lasciando la madre nel dolore, dal quale non si riprese mai. Morì a Mantova, dove si era recata con il padre, ospite alla corte ducale, all'età di circa trent'anni e fu sepolta a Venezia, nella chiesa della Madonna dell'Orto, dove in seguito venne sepolto anche il padre.



Léon Cogniet. Tintoretto e sua figlia morta (Bordeaux. Musée des Beaux Arts) (foto Jean Louis Mazieres) 


Léon Cogniet, pittore romantico, ha rappresentato la scena della morte di Marietta, assistita dal padre, in un noto dipinto, oggi conservato presso il Museo delle belle arti di Bordeaux.



English version



There are few news on Marietta Robusti, Jacopo Robusti's, known as Tintoretto, eldest daughter, born between 1553 and 1560 from a extramarital relationship of the painter. Carlo Ridolfi speaks about it in his work dedicated to the "Vita di Giacopo Robusti detto il Tintoretto", published in 1642. It is well known that Marietta, very close to her father, learned the art of painting by going to her atelier and seeing her work. He had seven brothers, born of the marriage of Jacopo with Faustina Episcopi, and two of them were put up for work to learn the art of painting, but failed to reach his technical and artistic level.
The girl was still very young and was already well known in Venice for her work, when it was commissioned at the paternal atelier a Portrait of Ottavio Strada, the son of the merchant Jacopo. The painting, dated 1567, is signed by Tintoretto, as a chief of atelier but, although the attribution is uncertain, it is thought to be largely due to Marietta's hand.
At Marietta itself was also attributed a Portrait of a man with a child, considered one of the best works of his father and kept today at the Kunsthistorisches Museum in Vienna, having been found a "M" on painting.
Most scholars converge on attribution to Marietta of the Portrait held today in the Uffizi, a time considered a work by Tintoretto. Marietta is depicted next to a spinetta, perhaps to emphasize her passion for singing and music. Marietta has in hand a score on which madrigal "Madonna per voi ardo"  by Philippe Verdelot is faithfully reported.
Marietta's talent was also recognized outside of Venice and the young girl was invited to Emperor Massimiliano II and to the King of Spain Philip II, but both invitations were rejected by the will of his father, who did not want to separate himself from his daughter and because he wanted her in Venice, he had married her with the jeweller Mario Augusti.
Working in the paternal atelier, together with his brothers Marco and Domenico, the attribution of the paintings is extremely uncertain, precisely because they were all part of a collective production, however, according to Venturi's view, Marietta's work would be recognizable for the "graceful and Feminine ", which is very different from that of others.
Of uncertain attribution is also a Virgin with child kept at the Cleveland Museum (Ohio) and a Portrait of two men, kept at the Gemäldegalerie Alte Meister in Dresden.
From marriage with the Augusti, a child was born, called Jacometto, who died prematurely, leaving his mother in pain, from which she never recovered. She died in Mantua, where she went with his father, who was a guest at the ducal court, at the age of about thirty years and she was buried in Venice, in the church of Madonna dell'Orto, where his father was buried later.
Léon Cogniet, a romantic painter, represented Marietta's death scene, assisted by her father, in a well-known painting, now kept at the Museum of Fine Arts in Bordeaux.



venerdì 26 maggio 2017

Monastero di Rosazzo. Sull'antica strada Cividale -Gorizia



Abbazia di Rosazzo


Il monastero, sorto anticamente lungo la strada che conduceva da Cividale a Gorizia, data la posizione strategica, divenne uno dei più importanti monasteri incastellati del Friuli. Fondato intorno al 1080 sul luogo in cui già nel IX secolo sorgeva un eremitaggio, nel 1090 fu elevato al rango di abbazia. Inizialmente i monaci si occupavano anche del vicino ospedale di Sant'Eligio, dove venivano accolti non solo gli ammalati, ma anche i poveri.
Nel secolo XIV l'abbazia fortificata era dotata di una notevole cinta muraria, rafforzata da torri, ed accoglieva all'interno delle milizie proprie.



Abbazia di Rosazzo. Chiostro
Abbazia di Rosazzo. Chiostro (foto Daniela Durissini)


Grazie alle numerose donazioni ed ai lasciti testamentari l'abbazia espanse rapidamente il proprio controllo sul territorio circostante e non solo. Possedimenti abbaziali si trovavano in Istria e nel Tarvisiano e l'importanza dell'abate di Rosazzo venne riconosciuta dal papa Innocenzo IV che volle sottomettere l'abbazia al suo diretto controllo, rendendola sostanzialmente autonoma rispetto all'autorità patriarcale.
Quando, all'inizio del secolo XV, Venezia conquistò le terre patriarcali, l'abbazia era già in decadenza. Distrutta da un violento incendio nel 1509, venne restaurata grazie all'intervento dell'architetto cividalese Venceslao Boiani.



Abbazia di Rosazzo. Chiostro
Abbazia di Rosazzo. Chiostro (foto Daniela Durissini)


Oggi non rimane molto dell'antico monastero, se non alcuni tratti delle mura fortificate e la torre del XIV secolo e ciò che si vede è frutto per lo più dei rimaneggiamenti e dei restauri del secolo XVI e soprattutto del XIX, quando divenne la residenza estiva dei vescovi udinesi.



Abbazia di Rosazzo. Esterno
Abbazia di Rosazzo. Esterno (foto Daniela Durissini)


La chiesa di San Pietro, che conserva l'impianto romanico pur avendo subito profonde modificazioni nel corso dei secoli, conserva degli interessanti affreschi di Francesco Torbido, pittore veronese.



Ritratto di Francesco Torbido


Una Crocifissione recentemente restaurata e posta nell'ex refettorio si deve al veronese Battista dell'Angelo.



Abbazia di Rosazzo. Crocifissione
Abbazia di Rosazzo. Cricifissione (foto Daniela Durissini)


L'abbazia, in omaggio al suo nome, conserva un eccezionale roseto.



Abbazia di Rosazzo. Roseto (foto Daniela Durissini)

English version




Abbazia di Rosazzo. Roseto (foto Daniela Durissini)


giovedì 25 maggio 2017

Artemisia Gentileschi


Artemisia Gentileschi. Autoritratto come martire (1615)


Nata a Roma, nel 1593, Artemisia, figlia del pittore Orazio, rimase orfana all'età di 8 anni. La madre, Prudenzia di Ottaviano Montoni, lasciò altri cinque figli, accuditi proprio da Artemisia, che era la primogenita.
Mentre il padre lavorava la piccola si recava nel suo studio e, affascinata dai colori, imparò presto la tecnica pittorica e fu in grado, già nel 1610, di produrre la sua prima opera, probabilmente con l'aiuto dello stesso Orazio: Susanna e i vecchioni.



Artemisia Gentileschi. Susanna e i vecchioni (1610)


Il padre frequentava il Caravaggio, al quale si ispirava, ed Artemisia, pur non venendo in contatto diretto con il pittore, risentì di quest'influenza così importante nell'opera paterna.
L'episodio che segnò l'intera vita della pittrice fu lo stupro subito da parte di Agostino Tassi, un pittore al quale il padre l'aveva affidata affinché le insegnasse la tecnica della prospettiva, nella quale questi eccelleva.
Alla violenza seguì un lungo processo che vide la condanna del Tassi, che tuttavia non la scontò, e l'allontanamento di Artemisia da Roma, dove l'episodio era molto noto e dove non si lesinavano le critiche, anche feroci, alla ragazza, fatte circolare ad arte dagli amici del colpevole.



Artemisia Gentileschi. Giuditta e la sua ancella (1616-18)


Alla conclusione del processo Orazio aveva fatto sposare Artemisia ad un pittore di scarso talento, con il quale la ragazza si trasferì a Firenze. Nella città dei Medici, il talento di Artemisia venne riconosciuto ed apprezzato e, per diversi anni, poté dedicarsi al suo lavoro, venendo ammessa, prima donna, all' Accademia del disegno della città. Tuttavia, dopo alcuni anni, i debiti accumulati dal marito ed una mutata situazione presso la corte medicea suggerì ad Artemisia di tornare di nuovo a Roma, che questa volta l'accolse senza pregiudizi, riconoscendo il suo notevole valore artistico.
Fu quindi per un breve periodo a Venezia e forse a Genova, assieme al padre.
Nel 1630 si recò a Napoli, all'epoca vivacissimo centro culturale. Lì ebbe l'incarico di dipingere tre quadri per la cattedrale di Pozzuoli, ma dipinse anche diverse altre tele.



Artemisia Gentileschi.San Gennaro nell'anfiteatro di Pozzuoli (1636-37)


Finalmente la pittrice era riuscita a distaccarsi da quelli che erano stati i suoi soggetti preferiti, cioè le figure bibliche femminili, che evocavano, in qualche modo, lo sconvolgente episodio dello stupro, soprattutto per la crudezza delle immagini rese sulla tela e per il desiderio di vendetta che animava i personaggi rappresentati.
Per un periodo breve fu a Londra dove raggiunse il padre, divenuto pittore di corte. Tornata a Napoli nel 1642 vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1653.
Il riconoscimento del suo talento avvenne tardivamente grazie soprattutto alla lettura della sua opera da parte di Roberto Longhi.

Un'opera della Gentileschi, Venere e cupido (1640-50), proveniente da una collezione privata, è esposta nella mostra “Amanti. Passioni umane e divine”, che si è aperta in questi giorni ad Illegio (Tolmezzo /UD)


⇒ (click) Sito dedicato alla mostra di Illegio




Artemisia Gentileschi. Venere e Cupido (1640-50)



mercoledì 24 maggio 2017

Viviano Domenici "Uomini nelle gabbie. Dagli zoo umani delle Expo al razzismo della vacanza etnica"





Con questo bel libro, edito dal ilSaggiatore, Viviano Domenici, giornalista e scrittore, responsabile per molti anni delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, ci porta nella realtà degli zoo umani, molto di moda nel secolo XIX, ma in realtà mai superati, se si pensa all'odierno turismo etnico ed all'esibizione di sé cui sono costretti ancor oggi molti individui per il solo fatto di esistere e di vivere in un ambiente considerato selvaggio.
Il racconto di Domenici parte dalla considerazione di come l'uomo sappia essere orribile e crudele nei suoi atteggiamenti, e di come questa inclinazione abbia percorso i secoli, mietendo molte vittime lungo il suo cammino, vittime innocenti e spesso del tutto inconsapevoli del proprio destino, ma alle volte costrette dalla necessità ed in parte consenzienti ad assecondare i desideri di altri uomini che hanno sfruttato la loro ingenuità e lo stato di sottomissione cui li avevano ridotti.



L'imperatore Guglielmo II in visita al Tierpark  Hagenbeck (1909)


Così si percorre assieme all'autore una lunga galleria degli orrori, che ha per protagonisti 35.000-40.000 uomini, donne e bambini, esibiti ed umiliati dal 1870 al 1940, in diverse città europee ed americane, spesso, paradossalmente, proprio nelle Esposizioni universali, dove si celebrava l'avanzamento della civiltà. In quelle occasioni si voleva sottolineare la differenza tra i nuovi modelli di vita e quelli ritenuti ormai superati, retrogradi e pertanto degni soltanto di venir indicati come pietra di paragone, come il gradino più basso di una scala che l'uomo moderno aveva ormai salito quasi interamente, raggiungendo una posizione di cui compiacersi. Allora si potevano considerare i diversi poco più che animali, la cui lingua non poteva che essere composta da suoni gutturali ed incomprensibili ed i cui sentimenti non venivano nemmeno presi in considerazione, poiché ritenuti quasi assenti in esseri così “arretrati”.
In molte di queste esibizioni esseri umani erano costretti a convivere nelle gabbie con animali, in “villaggi” del tutto inverosimili, costruiti nell'intento di “ricreare” quelle che erano o meglio che l'uomo occidentale riteneva dovessero essere le condizioni di vita delle persone che venivano esposte alla curiosità dei visitatori. Il fine ultimo era quello di convincere l'opinione pubblica della bontà delle politiche espansionistiche e di colonizzazione, e questo soprattutto quando, già nel XX secolo, si esponevano individui che, avendo avuto un lungo contatto con i missionari, sembravano un po' meno “selvaggi”, e potevano così testimoniare dell'efficacia del contatto col mondo civilizzato e con la religione. Purtroppo però queste persone comprendevano piuttosto bene la tragica situazione in cui venivano a trovarsi e non furono affatto rari epiloghi tragici. Molti di questi individui, non abituati al contatto con altri esseri umani al di fuori della loro tribù d'origine, si ammalavano gravemente e morivano, contagiati da virus che ormai per l'uomo occidentale non rappresentavano alcun pericolo, altri erano vinti dalla nostalgia e dalla tristezza ed alcuni, comprendendo che la loro terra era ormai lontana ed irraggiungibile, finivano per togliersi la vita.



Giardino Zoologico di Acclimatazione (Parigi). Esibizione di Ottentotti


Domenici ci parla delle Esposizioni, degli spettacoli organizzati per mettere in mostra individui dalle fattezze e dalle abitudini diverse, si trattasse di nativi sud americani, di africani, di eschimesi, tutti trascinati a recitare un ruolo che, a dispetto di quanto era fatto credere al pubblico pagante, non era affatto autentico. Alcuni compresero e decisero di recitare a pagamento il copione scritto per loro da veri e propri impresari senza scrupoli, ai quali interessava solo l'incasso finale, altri, e furono i più, subirono semplicemente l'umiliazione.



Giardino Zoologico di Acclimatazione (Parigi). Esibizione di Ashanti


Ma ciò che stupisce e su cui occorre riflettere è che questo tipo di esibizione, da un certo punto in poi, si è trasferito nelle terre di origine di queste persone, mediante il cosiddetto turismo etnico. Oggi gruppi di turisti privi di scrupoli e soprattutto di cultura, pagano cifre considerevoli per andare ad osservare (e fotografare) popolazioni che vivono in piccole aree ancora incontaminate del mondo, secondo le loro antiche usanze e le loro regole. Alcune di queste popolazioni, ormai ridotte di numero, sono classificate come incontattate ed ogni violazione del loro territorio è, di fatto, un crimine molto grave, in quanto i visitatori possono portar loro malattie che non sono in grado di superare.



Donna giraffa di origine birmana, spesso oggetto di curiosità da parte di turisti


Alcuni esempi, nella seconda parte del volume, fanno comprendere come questo tipo di viaggio sia molto diffuso, in diverse parti del mondo, dove le popolazioni indigene, custodi di quanto ci resta del nostro mondo naturale, vengono attaccate da un lato dalle multinazionali che intendono sfruttare quel che resta della natura incontaminata e delle ricchezze della terra, dall'altro dall'industria turistica che tende a livellare tutto e ad uniformare ogni cosa alle esigenze di un pubblico incolto e superficiale.
Queste popolazioni però sono gli ultimi custodi di un mondo che ci ha generati e nutriti e che ormai sta sparendo.



Viviano Domenici, Uomini nelle gabbie. Dagli zoo umani delle Expo al razzismo della vacanza etnica, Il Saggiatore 2015.

⇒Per approfondire l'argomento degli zoo umani: 

Guido Abbattista, Umanità in mostra - esposizioni etniche e invenzioni esotiche in Italia (1880-1940), Ed. Università di Trieste, Trieste 2014


⇒ (click) Un caso particolare: Una bambina pigmea nella Trieste dell'Ottocento


martedì 23 maggio 2017

Una bambina pigmea nella Trieste dell'Ottocento (A little pygmaean girl in the Trieste of the nineteenth century)

⇓(abstract in english)




Pittura di letto triclinare con pigmei



Romolo Gessi, (1831-1881) esploratore e geografo ravvenate, figlio del patriota romagnolo ed avvocato Marco Gessi, esule a Londra e console inglese presso l'Impero Ottomano, e della moglie di lui l'armena Elisabetta Clarabett, visse l'infanzia a Costantinopoli ed in altri paese balcanici, dove il padre veniva inviato come diplomatico. Dopo aver studiato presso l'accademia militare di Wiener Neustadt, in Austria e ad Halle, in Germania, si dedicò alla carriera militare ed alle esplorazioni. Giovanissimo ottenne un impiego presso il consolato inglese di Bucarest. Sposatosi con una violinista rumena, ebbe sette figli.



Romolo Gessi 


Fu impiegato dagli inglesi come interprete nella Guerra di Crimea e fu in quell'occasione che conobbe Charles Gordon, futuro generale, al quale lo legò una duratura amicizia. L'incontro è importante poiché alcuni anni più tardi fu proprio Gordon, nominato governatore del Sudan, a chiamarlo con sé in Africa. 



Charles Gordon


Era il 1873 e Romolo Gessi rimase affascinato dal paese, che iniziò ad esplorare, tornandovi varie volte. Visitò il Sudan, nell'area di Bahr al-Ghazal (1874), circumnavigò il Lago Alberto (1875), vide per primo, assieme a Carlo Piaggia, il Ruwenzori, risalì il corso del Nilo Azzurro (1878). Dal 1878 al 1881, assieme a Gordon, combatté gli schiavisti nel Sudan, ottenendo un primo successo. Imbarcatosi già gravemente ammalato su una nave diretta in Italia, morì a Suez nel 1881.
Nel 1877, di ritorno da una delle sue spedizioni in Africa condusse con sé a Trieste una bimba pigmea di etnia Akka, Saìda, che aveva adottata. 




Esploaratore con pigmei


Della bambina si occupò Carlo Marchesetti, noto archeologo, paleontologo e botanico, che aveva contribuito a fondare il Museo di Storia naturale della città. Questi la studiò, la misurò e la fece fotografare, come fosse uno qualsiasi dei suoi reperti, poi la portò davanti ai curiosi componenti la Società Adriatica di Scienze Naturali, che furono ben felici di poter vedere da vicino una siffatta particolarità. Purtroppo però non furono solo loro, a voler vedere la bimba, ma questa attirò l'attenzione di un pubblico più vasto di non specialisti. Non si trattò di una vera e propria esposizione come quelle che allora caratterizzavano i vergognosi zoo umani tanto diffusi in tutta Europa che, come nota lo studioso Guido Abbattista, segnarono durevolmente i rapporti tra i bianchi e gli “altri”, quelli che venivano esposti come animali, in quanto ritenuti diversi, selvaggi, incivili ed appena superiori appunto agli animali stessi. Tuttavia la povera Saìda venne comunque trattata come un fenomeno, da studiare e documentare e, infine, si cedette alla pressione del pubblico cittadino e venne “mostrata” ai curiosi che accorsero a vederla. Da sottolineare anche il fatto che, benché adottata, la bambina non entrò in famiglia alla pari degli altri figli del Gessi, ma venne destinata al servizio della madre di lui. Dopo i primi tempi, l'attenzione su di lei, per fortuna, calò.
La curiosità verso il piccolo popolo pigmeo era alimentata dalle lunghe discussioni in merito che studiosi di chiara fama avevano portato avanti per secoli. Molti ne negavano l'esistenza, altri l'accettavano con riserva, magari aggiungendo qualche aspetto favolistico ed inverosimile che lo rendeva ancor meno credibile agli occhi dei più razionali. Uno dei più feroci contestatori dell'esistenza dei pigmei fu Giacomo Leopardi che nel 1846, quindi non molti anni prima che la piccola Saìda arrivasse a Trieste, aveva scritto un saggio dal titolo Sopra gli errori popolari degli antichi, in cui aveva attaccato violentemente coloro che invece l'ammettevano.



Abstract in english


In 1877, the explorer Romolo Gessi, returning from one of his expeditions to Africa, led to Trieste Saìda, a little pygmaean girl of Akka ethnicity, who had adopted in Sudan.
Carlo de Marchesetti, an archaeologist, palaeontologist and botanist, founder of the Museum of Natural History of the city, studied, measured and photographed the little girl, like any of his finds. Then Saìda was brought to the curious members of the Adriatic Society of Natural Sciences and then to a much wider public than simple curious.
It was not a real show like those that then characterized the humans expositions so widespread throughout Europe that, as noted by Guido Abbattista, marked the relationship between the whites and the "others" lastingly, those who were exposed as animals, as they are considered different, wild, uncivilized and just above the very animals themselves. However, poor Saìda was nevertheless treated as a phenomenon, to be studied and documented.
Although adopted, the baby did not join the family at the same rate as the other seven sons of Gessi, but was destined for the service of his mother, Armenian Elizabeth Clarabett.
After the early days, the focus on her, fortunately, dropped.
The curiosity towards the pygmaeous people was fueled by the long discussions about the fact, that scientists of clear fame had carried on for centuries. Many denied it, others accepted it with reservation, perhaps adding some fabulous and unlikely appearance that made it even less credible to the eyes of the most rational. One of the fiercest opponents of Pygmaei's existence was Giacomo Leopardi, who in 1846, and not many years before the little Saìda arrived in Trieste, wrote an essay titled Sopra gli errori popolari degli antichi, in which he attacked violently those who Instead they admitted it.


⇒Per approfondire l'argomento degli zoo umani: 

Guido Abbattista, Umanità in mostra - esposizioni etniche e invenzioni esotiche in Italia (1880-1940), Ed. Università di Trieste, Trieste 2014; Viviano Domenici, Uomini nelle gabbie. Dagli zoo umani delle Expo al razzismo della vacanza etnica, Il Saggiatore 2015.



venerdì 19 maggio 2017

Siena. Il pavimento della cattedrale



Pavimento della Cattedrale di Siena
Cattedrale di Siena. Pavimento. Pannello della Cacciata di Erode-particolare (foto Daniela Durissini)


Il pavimento della cattedrale di Siena, generalmente coperto nella quasi totalità, onde evitare un eccessivo consumo dovuto al continuo passaggio dei visitatori, viene scoperto una volta l'anno, dalla fine di agosto alla fine di ottobre.
Si tratta di un capolavoro di intarsio di marmi, iniziato nel corso del XIV secolo e portato avanti per cinque secoli, alla fine soprattutto per restauri ed integrazioni.
Pur non avendo notizie certe sembra che la realizzazione dei primi riquadri risalga agli anni compresi tra il 1369 ed il 1373 e solo a metà del Cinquecento il pavimento poté dirsi completato. Tuttavia venne successivamente interessato da aggiunte e riparato, fin quasi alla fine dell'Ottocento.
Tra gli artisti noti che vi lavorarono si ricordano Domenico si Bartolo, il Sassetta, Luca Signorelli, Francesco di Giorgio Martini, Benvenuto di Giovanni, il Pinturicchio e Domenico Beccafumi, che vi si applicò per ben ventisei anni.
Nel 1977 lo studioso tedesco Friedrich Ohly trovò una tematica comune ai diversi episodi raffigurati, individuandola nella rappresentazione della Salvezza nei diversi aspetti.




Pavimento Cattedrale di Siena
Cattedrale di Siena. Pavimento. Pannello della Cacciata di Erode-particolare (foto Daniela Durissini)


Pavimento della Cattedrale di Siena
Cattedrale di Siena. Pavimento. Pannello della Strage degli Innocenti - particolare (foto Daniela Durissini)


giovedì 18 maggio 2017

La strada romana da Emona a Viminacium (p. IV – Viminacium).


Ricostruzione di Viminacium romana


Viminacium è l'ultima tappa di questo lungo viaggio virtuale lungo la strada romana che partendo da Aquileia arrivava ad Emona e da lì poi si dirigeva verso la penisola Balcanica, attraversando i territori che oggi si trovano in Slovenia, Croazia, Bosnia e Serbia. Un'opera importante per favorire la penetrazione dell'esercito romano ad Oriente e la costruzione del limes nelle regioni della Pannonia e della Mesia superiore.




Divisione dell'impero (293-305)



Viminacium (odierna Kostolac), parimenti agli altri siti fin qui esaminati, fu fondata come insediamento militare, con ogni probabilità in periodo augusteo, lungo le rive della Mlava. In seguito divenne fortezza legionaria. Qui venne organizzata la prima campagna militare contro i Daci (101-102). All'inizio del II secolo la città divenne la capitale della Mesia superiore. Fu visitata da Traiano, Settimio Severo che vi giunse con la moglie, Giulia Domna, Caracalla, che proprio qui fu proclamato Cesare. Divenne colonia sotto Gordiano III e, contemporaneamente, vi fu istituita una zecca.




Busto di Giulia Domna



Nelle vicinanze si combatté nel 285 la battaglia del Margus, tra Diocleziano, vittorioso, e Carino, mentre Costantino I vi passò nel periodo in cui condusse la campagne contro i Sarmati e i Goti.
Come altri insediamenti venne distrutta dagli Unni nel 441, fu parzialmente ricostruita da Giustiniano I, ma venne nuovamente distrutta dagli Avari nel 584.




Tumulo dell'imperatore Ostiliano


Viminacium è oggi la zona archeologica più visitata della Serbia, essendo stati portati alla luce resti imponenti dell'antico insediamento romano. Nel corso delle diverse campagne di scavo condotte negli anni '70 ed '80 sono state ritrovate 13.500 tombe, un numero considerevole, che fa di questo sito la maggior necropoli dell'impero. Negli anni recenti sono stati portati alla luce le terme, particolarmente ricche, l'anfiteatro (con una capienza di 12000 spettatori), l'acquedotto, la tomba dell'imperatore Ostiliano, ed altri edifici di rilievo. Nel corso degli scavi sono stati recuperati più di 30.000 oggetti ed alcune monete di bronzo.
Nel corso delle campagne di scavo del 2002 e 2003 è stata rinvenuta la porta praetoria del campo militare.




mercoledì 17 maggio 2017

La strada romana da Emona a Viminacium (p. III da Sirmium a Singidunum).


Rilievo della colonna Traiana. Imbarcazioni sul fiume. Sullo sfondo Viminacium o Singidunum


La strada romana che usciva da Sirmium e si dirigeva verso sud-est, passava per la città di Bassianae (oggi Petrovac, Serbia), seconda per importanza, nella regione, solo a Sirmium. Originariamente la città era un campo militare e divenne municipio nel 124 e colonia nel 214. A metà del V secolo fu conquistata dagli Unni e progressivamente decadde.



Pianta della regione 



Da Bassianae la strada conduceva a Taurunum (oggi Zemun, Serbia), sita alla confluenza tra la Sava ed il Danubio e nota per essere stata una delle sedi della flotta romana Pannonica.
La località, abitata già dal Neolitico e, più stabilmente, dall'età del bronzo, vide insediarsi popolazioni celtiche e galle nel corso del III secolo a.C. Al tempo di Augusto, allorché fu fondata la provincia della Pannonia, Taurunum divenne un importante insediamento militare romano.



Zemun  (taurunum) nel 1791. Si notano le mura e l'impianto del castro


Fu conquistata dagli Unni nel 441 e subì poi le invasioni di altre popolazioni barbare.
La strada romana proseguiva quindi verso Singidunum, transitando per la Statio Confluentes, e passando alla riva meridionale della Sava e quindi nella provincia delle Mesia superiore. Importanti ricerche archeologiche stanno rivelando la posizione esatta della statio, di difficile individuazione perché più volte devastata nel corso dei secoli anche dalle piene del fiume.
Infine si arrivava a Singidunum (odierna Belgrado, Beograd, capitale della Serbia), città di origine celtica, come si evince anche dal nome originario: Singidun



Pianta di Singidunum (elab. da Pavle Cikovac)


Conquistata dai romani, fu inizialmente sede di una delle legioni che furono destinate alla costruzione del limes nella Mesia. Nell'anno 86 vi venne stanziata la legione IV Flavia che eresse il castrum, nel luogo in cui sorse in seguito la fortezza medievale di Kalemegdan. 



Fortezza di Kalemegdan (foto A. Milenkovic)


Alle stessa legione si deve anche la costruzione del ponte che collegava Singidunum a Taurunum. La città si sviluppò accanto all'insediamento militare e ben presto divenne un centro importante. Qui venne stanziata anche la flotta. Elevata a municipio con Adriano, sotto Gordiano III divenne colonia (III secolo).
Come le altre città della regione fu devastata dagli Unni nel 441 ed in seguito venne invasa da altre popolazioni barbare e subì numerosi assedi. Fu perduta e riconquistata più volte ed infine fu presa dagli Slavi nel 630.
La città moderna è stata costruita sull'antica Singidunum e pertanto è molto difficile portare alla luce i resti dell'insediamento romano. Gli scavi archeologici hanno messo in luce parte delle terme, parte dei bastioni del castro e parte di una necropoli.