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venerdì 27 marzo 2020

Letture. Maria Grazia Ciani. La morte di Penelope


In questo breve racconto Maria Grazia Ciani, grecista, traduttrice e scrittrice, rovescia il mito di Penelope, partendo da ciò che disse Apollodoro, raccogliendo alcuni "si dice" dell'epoca classica, quando si dette poco credito alla storia narrata da Omero, che voleva la sposa di Odisseo fedele per tutti i lunghi anni, venti, per la precisione, in cui il marito fu assente. 
La Ciani, con mano felice e basandosi sui suoi studi classici e sulla perfetta conoscenza dell'Odissea, derivatale anche dal fatto di esserne stata traduttrice, costruisce quasi una pièce teatrale, i cui personaggi principali sono appunto Penelope, Antinoo, principe bellissimo e capo dei Proci, ed Ulisse, il marito lontano, ma sempre presente nei pensieri della sposa, sola, ad Itaca. 
Nelle premesse il racconto si snoda seguendo grossomodo il dettato di Omero ma ciò che l'autrice introduce a questo punto sono i sentimenti di Penelope, che non appaiono mai, con chiarezza, nel poema. E questo perché la sua funzione di custode della casa e sposa fedele, fa lì da contraltare alla figura di Ulisse, eroe errante, per sfortuna ma anche per vocazione, che ha bisogno di un punto fermo per definirsi. Che cosa sarebbe, infatti, Ulisse senza Itaca, senza una casa a cui tornare, senza qualcuno che l'aspetta e dal quale separarsi con dolore? Il vecchio padre, il figlio, il pastore fedele, il cane Argo non sono sufficienti nel racconto di Omero per creare l'eroe, e solo la figura della donna, intelligente come lui, che affronta con astuzia i pretendenti restando ferma nella propria convinzione del ritorno dell'uomo amato, che non cede mai, simbolo forte di una vita serena e sicura, offre la misura di ciò che accade dall'altra parte della storia, quella dell'uomo protagonista di mille avventure, reso umano proprio dalla nostalgia della sposa e della casa. 
Maria Grazia Ciani invece, a costo di distruggere questo equilibrio, rende più umana Penelope, le attribuisce debolezze e desideri reali, quelli di una donna giovane, abbandonata poco dopo le nozze dal marito, di cui non ha notizie per moltissimo tempo. Tutti gli Achei fanno ritorno, e sono già passati dieci anni, e lui solo non giunge a casa, ma nessuno sa dove possa essere e se vive ancora. E' logico pertanto che, a lungo andare, avendo sotto gli occhi tutti i giorni i principi pretendenti, la donna ceda ad un sentimento naturale ed umano. E, man mano, i suoi pensieri passano da Ulisse, lontano ed irreale, ad Antinoo, che è lì, presente ed innamorato di lei. 
Penelope non tesse più la tela, passatempo inutile, data la situazione, e pensa davvero di seguire il principe che la fa sentire di nuovo donna, ma la storia riprende il suo corso conosciuto ed Ulisse, alla fine, torna. Tutto si svolge come Omero l'ha cantato e come è stato ripreso nei secoli, ma qui la prova dell'arco è voluta dalla stessa Penelope, con l'intento di favorire proprio Antinoo, ritenuto l'unico capace di tenderne la corda. Ancora una volta però sarà solo Ulisse a scoccare la freccia ed a far giustizia, ma la sua vendetta sarà qui molto diversa da quella raccontata da Omero. 


⇒(click) Il libro: Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Venezia, Marsilio, 2019


giovedì 26 marzo 2020

Ambiente e territori. Una curiosa epigrafe del XVII secolo

Epigrafe sul portale della chiesa di San Gerolamo (📷 Daniela Durissini)
Nel mese di dicembre del 1634 il vescovo di Trieste, Pompeo Coronini, consacrò la chiesa intitolata a San Gerolamo, nel paese di Contovello. L'edificio aveva sostituito uno precedente e più piccolo, molto antico, e la costruzione era iniziata nel 1606. Per ricordare l'avvenimento, fu apposta sul portale un'epigrafe scolpita rozzamente su una lastra di pietra carsica riquadrata, tuttora visibile, che riporta il nome del vescovo e la data della consacrazione. Si tratta di un'opera di scalpello modesta, probabilmente realizzata da artigiani locali impiegati nella costruzione della chiesa; come appare chiaro dalla foto sottostante la datazione è stata apposta, in parte, sulla cornice, il testo è inquadrato male, purtuttavia l'insieme è piuttosto originale ed attrae l'attenzione. Fu studiata da Luigi de Jenner che ne diede notizia nella sua opera concernente le Chiese di Trieste e che la riportò nel lavoro dedicato ai vescovi di Trieste e nella fattispecie nella parte relativa al Coronini. 

Epigrafe sul portale della chiesa di San Gerolamo
(
📷 Daniela Durissini)
Il Coronini era nato a Lubiana ed aveva studiato nella città natale, a Graz ed all'università di Bologna. Era stato vescovo di Pedena ed era divenuto vescovo di Trieste nel 1631. Ricoprì questo ruolo fino alla data della morte, avvenuta nel 1646. 

martedì 17 marzo 2020

Fotografare l'arte. Aquileia. Mosaico

Aquileia. Museo Archeologico
Mosaico pavimentale (I sec. a.C. - I sec. d.C.)


Mosaico pavimentale fiocco e tralci di vite
(📷 Daniela Durissini)
Il famoso mosaico con fiocco e tralci di vite. datato dal I sec. a.C. al I sec. d.C., è uno dei capolavori esposti permanentemente al Museo Archeologico di Aquileia, nella sezione Domus. Era destinato alla divisione dello spazio abitativo in due parti: l'una, destinata a banchetto, l'altra ad anticamera, i cui pavimenti presentavano decorazioni differenti.
La mirabile fattura del mosaico è dovuta, secondo gli studi effettuati dagli archeologi, a maestranze itineranti. Da notare l'impiego delle tessere di vari colori per creare le sfumature del nastro. I tralci di vite ed edera rappresentano un riferimento al culto di Dioniso. 

martedì 10 marzo 2020

Archeologia. L' elmo corinzio

Monaco di Baviera. Staatilche Antikensammlungen
Elmo corinzio in bronzo (VI-V sec. a.C.)

Monaco Staatilche Antikensammlungen
(📷 Daniela Durissini)

L'elmo greco in bronzo esposto al Museo delle Antichità di Monaco di Baviera è un pezzo pregevole. La sua fattura deriva da un modello molto antico, in uso nella zona di Corinto a partire dal VII secolo a.C., come riporta Erodoto. L'elmo corinzio fu molto popolare da allora e fino ai tempi classici, poiché proteggeva molto bene il viso di chi lo indossava. Tuttavia fu man mano abbandonato poiché ci si rese conto che, se da un lato offriva una protezione quasi perfetta, dall'altro limitava seriamente il campo visivo, nonché, cosa ancor più grave, l'udito, di modo che rendeva difficile la comunicazione tra le truppe.
Tuttavia per molto tempo rimase il tipo di elmo più usato dalle truppe greche di fanteria pesante, per poi essere sostituito da un modello più aperto che, certo, esponeva maggiormente il capo, ma consentiva una maggior visuale e facilitava la comunicazione tra gli opliti. 
In Italia si diffuse tramite gli Etruschi e fu utilizzato dall'esercito romano fino al I sec. d.C.. Il suo costo era piuttosto elevato a causa delle complessa lavorazione.


⇒(click) Il libro: Erodoto, Storie, libro IV (180)



venerdì 6 marzo 2020

Letture. Miguel de Unamuno. Niebla (Nebbia)



Niebla, è un romanzo pubblicato da Miguel de Unamuno nel 1914. Vi si narra la storia di Alfredo Perez, un giovane benestante che trascorre le sue giornate tra passeggiate ed incontri al bar con gli amici, apparentemente senza pensieri se non quello di condurre la propria esistenza, fino a che incrocia per strada lo sguardo di Eugenia, insegnante di pianoforte e, ammaliato dalla sua bellezza, la segue fino a casa, senza tuttavia rivolgerle la parola. Da quel momento in poi la vita tranquilla e monotona dell'uomo cambia radicalmente, poiché il sentimento amoroso che si impadronisce di lui sembra non essere rivolto alla sola ragazza oggetto d'amore, bensì a tutte le donne. Alfredo scopre l'intero mondo femminile cui, fino ad allora, era rimasto estraneo. Tenta più volte di incontrare Eugenia, fino a che, un banale incidente crea l'occasione per conoscere e frequentare la casa di lei e gli zii, con i quali vive, che si dichiarano subito favorevoli ad un legame duraturo della nipote con il giovane, a modo, ben educato e, soprattutto, sufficientemente ricco da poterla mantenere dignitosamente. Tuttavia Eugenia, già legata ad un fannullone, buono a nulla, si rifiuta decisamente di frequentare Alfredo, almeno fino a che, assieme al fidanzato, architetta un piano crudele per sedurlo, ottenere da lui diversi benefici e poi abbandonarlo. Alfredo, innamorato, non si accorge della trappola in cui sta precipitando e, solo alla vigilia delle nozze, riceve da Eugenia, ormai lontana, un biglietto d'addio che rivela le vere intenzioni dei due amanti. Ed è qui che il racconto prende una piega sorprendente, infatti Alfredo, che precedentemente, con freddezza, aveva deciso di sfidare il rivale opponendogli la propria generosità disinteressata, illudendosi di trattare l'amore come un curioso esperimento psicologico, senza soffrirne, a questo punto, di fronte non solo al tradimento ma all'umiliazione, decide di suicidarsi. Come nelle fasi precedenti del suo innamoramento aveva consultato gli amici e persino i fedeli domestici sull'atteggiamento da tenere, così ora si rivolge ad un vero esperto e cioè al suo stesso creatore, Unamuno, il quale, dapprima contrario, pensa poi che il suo personaggio debba morire, e lo fa proprio quando questi si ribella all'idea e vuole, invece, prepotentemente, vivere. 
Il contrasto tra i due, ovviamente, non può che risolversi con la morte di Alfredo ma un ulteriore colpo di scena li vede di nuovo a colloquio in un sogno, quando Alfredo appare al suo autore, che vorrebbe resuscitarlo, e gli fa notare che questo non è possibile, nemmeno per i personaggi partoriti dalla fantasia.
Il romanzo, uno dei più noti del filosofo basco, è in realtà una riflessione profonda sul senso della vita e sui rapporti umani. Ogni personaggio che il protagonista incontra ed al quale chiede consiglio porta con sé un aspetto della vita reale sul quale l'autore/protagonista si sofferma a riflettere, offrendo, di volta in volta, nel confronto tra Alfredo e gli altri interlocutori, diverse soluzioni e differenti punti di vista.
La nebbia che dà il titolo al racconto ed alla quale si fa spesso riferimento, è quella sensazione di indeterminatezza in cui si muove Alfredo, ma nella quale sono immersi anche gli altri personaggi, tutti, come l'autore stesso, alla ricerca di un significato e di uno scopo nella propria esistenza.


⇒(click) Il libro: Miguel de Unamuno, Niebla, Madrid, Renacimiento, 2014;  Miguel de Unamuno, Nebbia, Roma, Fazi Editore, 2015, trad. di S. Tummolini

mercoledì 4 marzo 2020

I protagonisti. Erma Bossi. Da Pola alla scuola di Kandinsky


Erma Bossi Interno con lampada
Monaco di Baviera. Lenbachhaus
Erma Bossi. Interno con lampada (1909)
(foto Daniela Durissini)

Erma Bossi (nata Erminia Bosich), è stata una pittrice piuttosto nota, la cui biografia però presenta alcuni lati oscuri. Si sa che nacque a Pola, presumibilmente nel 1875 e che morì a Milano, nel 1952. Fu a Trieste che frequentò il Civico Liceo Femminile e sempre a Trieste iniziò ad esporre i suoi primi quadri, prima di spostarsi a Monaco di Baviera, allora centro culturale molto vivace, dove incontrò Gabriele Münter, allieva e poi compagna del già famoso Vassily Kandinsky. 
Divenne amica della coppia che frequentò anche nella nuova casa, la Russenhaus, acquistata a Murnau, e divenuta in breve tempo il fulcro delle nuove tendenze artistiche che la Münter e Kandinsky proponevano, ispirandosi ai fauves francesi, la cui evoluzione sarebbe stata rappresentata in seguito dal famoso movimento del Cavaliere azzurro (così chiamato da un dipinto dello stesso Kandinsky).

Erma Bossi Circo
Monaco di Baviera. Lenbachhaus
Erma Bossi. Circo (1909)
(foto Daniela Durissini)

Il Museo Lenbachhaus di Monaco di Baviera, grazie ad una donazione di Gabriele Münter, avvenuta nel 1957, quando la pittrice compì 80 anni, possiede una significativa collezione di opere del pittore russo e della Munter stessa, oltre a diverse opere degli artisti che erano stati loro amici e che avevano condiviso l'esperienza del Blaue Reiter. Tra queste vi sono anche due dipinti di Erma Bossi, Interno con lampada e Circo, entrambi del 1909. 
Ma Erma posò anche per i colleghi: il pittore triestino Carlo Wostry l'aveva ritratta nel 1902. Il quadro, molto bello e raffinato, Ritratto di Erma Bossi, si trova al Museo Revoltella di Trieste, e presenta la dedica dell'artista alla giovane pittrice. Più tardi la ritrasse anche Gabriele Münter e la vediamo seduta al tavolo della cucina della casa di Murnau, di fronte a Kandinsky, Kandinsky ed Erma Bossi al tavolo (1912). 

Gabriele Münter Kandinsky e Erma Bossi al tavolo
Monaco di Baviera. Lanbachhaus
Gabriele Munter. Kandinsky ed Erma Bossi al tavolo (1912)
(foto Daniela Durissini)

⇒(click) Per una biografia della Bossi: Paola Cosmacini. Erma Bossi, Enciclopedia delle donne


martedì 3 marzo 2020

Ambiente e territori. Ajdovščina (Slovenia). Mercurio su un portone del centro storico

(📷 Daniela Durissini)
Il centro storico di Ajdovščina, cittadina slovena sita alla confluenza dei fiumi Vipacco (Vipava) e Hubelj, ed ai piedi dell'altipiano delle Selve di Tarnova (Trnovski gozd) e di Piro (Hrušica) in questo periodo sta risorgendo. Grazie ad importanti interventi di ristrutturazione e restauro dell'edificato e di sistemazione della viabilità, con la creazione di ampie zone pedonalizzate, sta diventando piacevole la passeggiata tra le vie strette, che si addentrano, al di là della strada principale, verso la cinta muraria di origine romana, poi sfruttata nel corso del medioevo. Alcuni recenti scavi archeologici stanno mettendo in luce ulteriori pezzi di questa imponente cerchia murata, rinforzata da numerose torri. La tranquillità del luogo, ormai in gran parte liberato dal traffico, consente di camminare alzando gli occhi verso i palazzi centenari, in genere piuttosto modesti, che però possono riservare delle sorprese. Questo portone in legno, successivamente, e purtroppo, verniciato di bianco, presenta una decorazione molto particolare: i battenti della porta sono divisi da una colonna lavorata a rombi e sormontata da un capitello con una complicata decorazione a volute.


(📷 Daniela Durissini)
Nella lunetta due leoni sormontano i battenti mentre sopra il capitello, in una cornice a mandorla, è rappresentato il dio Ermes, il Mercurio dei romani. Questi è riconoscibile principalmente dalle due piccole ali dietro alla testa e dal bastone da messaggero, il caduceo, stretto nella mano destra. Attorno al bastone, tradizionalmente, sono avvinghiati i serpenti, che qui si distinguono poco a causa dello spesso strato di pittura bianca. Inoltre, nella mano sinistra, tiene un piccolo fagotto, probabilmente riconducibile al caratteristico borsellino che il dio portava con sé per riporvi i messaggi affidatigli dagli dei. La figura è senz'altro quella di un giovane, che viene rappresentato come se si fosse appena fermato dopo una corsa, i capelli al vento ed i piedi ancora in movimento, mentre porge l'involto ad un interlocutore invisibile. 
Nella mitologia romana Mercurio era il protettore degli scambi, del mercato e del commercio ed è interessante ritrovarlo qui, in questa cittadina che è stata per secoli crocevia di traffici e porta privilegiata lungo gli assi viari che conducevano dal litorale alla Carniola, nonché noto ed apprezzato centro del commercio del legname proveniente dalle vicine selve.
Sulla simbologia usata nelle dimore dei commercianti facente riferimento al dio Mercurio: 

⇒(click) Il libro: Le dimore di Lucca. L'arte di abitare i palazzi di una capitale dal Medioevo allo Stato Unitario, a cura di Emilia Daniele, Associazione dimore storiche italiane, sezione Toscana, Firenze, Alinea Editrice, 2007