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venerdì 28 febbraio 2020

Letture. Hermann Hesse. La cura



Nel 1925, Hermann Hesse, durante un viaggio verso Ulma ed altre località della Germania, descritto nel libro Un viaggio a Norimberga, si fermò per alcune settimane a Baden, per curare la sciatica di cui soffriva da tempo. Giunto nella stazione termale credendosi quasi sano, il paziente Hesse scoprì ben presto di non esserlo poi così tanto e, favorito dall'ambiente quieto e borghese del posto, si lasciò ben presto prendere dalla malattia e dallo sconforto. Se arrivando aveva osservato con compassione ed un leggero scherno gli "ischiatici", col loro incedere incerto e difficoltoso, dopo una settimana di cure si ritrovò lui stesso nelle medesime condizioni fisiche e nella disperazione più profonda. Capace di avvertire il decadimento fisico, ma soffrendo soprattutto per quello mentale, Hesse si sforzò di registrare la sua caduta verso uno stato depressivo che lo teneva attanagliato e che lo faceva assecondare le abitudini degli altri pazienti, rendendolo docile alle cure ma anche a tutto ciò che costituiva il contorno delle  stesse, i giochi di società, i pomeriggi al cinema vedendo pellicole di dubbio valore, i discorsi che vertevano inevitabilmente sui dolori comuni ai presenti, il gioco d'azzardo, unico dovertimento che riusciva, momentaneamente, a sottrarlo all'apatia. Raccontando con leggerezza le sue avventure di paziente dfficile e di uomo fondamentalmente libero, Hesse si dà e ci dà una lezione su come si possa cadere nella trappola del tran tran quotidiano, nella ripetitività dei gesti e delle situazioni, facendosi travolgere dalla normalità e perdendo di vista la realtà e la coscienza della propria libertà e del proprio essere. 
Hesse uscì d'improvviso da questo stato di torpore fisico e mentale e ben presto si rese conto che, se la sciatica non era scomparsa, almeno poteva sopportarla, considerandola un fattore secondario e non il centro della propria esistenza. Si convertì così, rapidamente, da uomo malato a uomo sano, tornò ad odiare le conversazioni banali, i film senza senso, i riti quotidiani dei malati, tornò insomma ad essere un uomo libero e critico verso sé stesso e verso la società, com'era sempre stato. Verso la fine del libro ci avverte che questi stati di apatia possono certo capitare e, in genere, si risolvono da soli ed all'improvviso, ma occorre sempre vigilare affinché non diventino consuetudine, non ci avviluppino stabilmente, non ci rendano uniformati al peggio, anzi, semplicemente uniformati alla società, verso la quale si deve mantenere sempre una visione critica se si vuole vedere la realtà, quella senza mediazioni, presente nella natura e percepita dagli spiriti liberi. 

⇒(click) Il libro: Hermann Hesse, La cura, Milano, Adelphi, 1978, trad. I.A. Chiusano

mercoledì 26 febbraio 2020

Fotografare l'arte. Cima da Conegliano. San Sebastiano

Musée des Beaux-Arts (Strasburgo)
Cima da Conegliano
San Sebastiano 

Cima da Conegliano San Sebastiano
(📷 Daniela Durissini)
Questo dipinto di Giovanni Battista Cima, detto Cima da Conegliano (Conegliano 1459/60-1517-18) è un olio su tavola che, assieme al San Rocco, conservato presso lo stesso museo, e ad una Caterina d'Alessandria sormontata da una lunetta con la Vergine ed il bambino tra San Domenico e San Francesco, che si trova presso la Fondazione Wallace a Londra, adornava l'altare della chiesa di San Rocco a Mestre. A seguito del rifacimento della decorazione della chiesa la grande pala d'altare fu dismessa e venne dimenticata in un deposito per molto tempo prima di essere smembrata e venduta all'asta. Lo sfondo di questo quadro, descritto con la precisione tipica del pittore veneto, rappresenta Castel Sant'Angelo, ed evoca l'apparizione, a papa Gregorio Magno, dell'angelo annunciante la peste a Roma nel 590. Scelta logica questa, se si pensa al potere di protezione dalla peste che veniva attribuito sia a San Rocco che a San Sebastiano. 

⇒(click) Scheda del museo

martedì 25 febbraio 2020

Archeologia. Aquileia. Il mosaico dei pesci

Mosaico dei pesci Aquileia
 (📷 Daniela Durissini)
Il prezioso mosaico raffigurante dei pesci, e datato al I sec. d.C., è stato rinvenuto ad Aquileia, nella casa cosiddetta di Licurgo e Ambrosia, scavata già nel 1963. Originariamente era contenuto entro una cornice, andata quasi totalmente perduta, ed è realizzato su supporto di terracotta. Si trovava nella sala tricliniare del primo periodo della domus, di cui sono state scavate e studiate anche le fasi successive, alle quali appartiene, ad esempio il mosaico, più tardo, raffigurante il mito di Licurgo. Vi è rappresentato il fondo marino, con una notevole varietà di pesci, crostacei e molluschi. Al centro un polipo viene azzannato da una murena. Sopra un pesce sta ingoiando uno più piccolo. Il mosaico presenta analogie con altri lavori, più raffinati, d'ambito pompeiano ed è interessante perché vi si riconoscono i pesci che popolano l'Adriatico settentrionale. Da sottolineare il fatto che, nelle case romane, era considerata una raffinatezza il possedere un acquario da dove si traevano i pesci ancora vivi, per offrirli agli ospiti. Da qui la raffigurazione scelta per questo mosaico, restaurato di recente, che è tornato visibile al pubblico. 

venerdì 21 febbraio 2020

Letture. Hermann Hesse. Viaggio a Norimberga




Nel 1925 Hermann Hesse ricevette un invito per una pubblica lettura ad Ulma e decise di lasciare, per un periodo, il suo "eremo" nel Canton Ticino per recarvisi. In quel periodo Hesse non si muoveva volentieri dalla casa di Montagnola, e si risolse ad accettare di intraprendere il viaggio un po' perché l'impegno appariva assai lontano, in quanto s'era a primavera e la lettura era fissata per novembre, un po' spinto da alcuni ricordi d'infanzia, dato che era nato a Calw, in Svevia, ed intendeva approfittare dell'occasione per femarsi per qualche tempo nella regione. 
Altri due inviti per delle letture da effettuarsi rispettivamente ad Augusta ed a Norimberga, completarono il tour autunnale in Germania, descritto nel volumetto. 
Desideroso di annullare tutto, Hesse pensò più volte di inviare agli organizzatori un telegramma per disidire gli impegni presi ma, alla fine, si risolse al viaggio che descrive con ironia, sottolineando i propri difetti e le fobie che lo caratterizzavano come un individuo singolare. 
Tuttavia, accanto al resoconto dell'itinerario e delle diverse tappe che a lui erano necessarie a spezzarlo e, quindi, a renderlo sopportabile, Hesse, che aveva sofferto un grave disagio psichico, annota in questa sorta di diario, le sensazioni che gli procurano gli incontri con gli amici, alcuni dei quali non vedeva da anni, le letture che lo pongono di fronte ad un pubblico spesso difficile perché poco o fin troppo preparato, i difficili rapporti con la società letteraria, i vagabondaggi per le città in cui si ferma. 
Indubbiamente la relazione del viaggio a Norimerga, è assai lontana dall'essere soltanto la descrizione dei luoghi visitati, anche se non manca anche questo aspetto, ma ci restituisce piuttosto l'immagine dell'autore in quel particolare periodo della sua vita, in cui stava ricercando un complesso equilibrio tra la sua esistenza d'artista, in cui oltre a scrivere dipingeva con un certo successo, e le esigenze del mondo della cultura, che non potevano essere ignorate se si voleva affermarsi. Il viaggio ad Ulma, ad Augusta, a Monaco, a Norimberga, ed infine nuovamente a Monaco, senza contare le tappe secondarie ma non meno importanti, come il soggiorno di due settimane a Baden, descritto separatamente nel volume "La cura", e del quale qui si fa solo cenno, rappresenta certamente un tentativo di ritrovarsi attraverso i ricordi dell'infanzia e della giovinezza, un modo per fare pace con i fantasmi che lo avevano perseguitato per buona parte della sua esistenza, e che erano all'origine delle sue fobie delle quali, infine, parla con garbo ed ironia, riuscendo, almeno in parte, ad esoricizzarle o, almeno, a sopportarle ed a farle sopportare agli altri. Ma le riflessioni sulla vita, sul senso dell'esistenza e del lavoro intellettuale, sono valide per tutti ed in ogni luogo e rendono il viaggio di Hesse un utile strumento per approfondire la conoscenza di questo personaggio eclettico e non certo facile, che qui ammanta di leggerezza e di ironia i suoi pensieri più profondi. 


⇒(click) Il libro: Hermann Hesse, Viaggio a Norimberga, Milano, Adelphi, 2019

martedì 18 febbraio 2020

Arti e architetture. Bressanone. L'edificio che abbraccia l'albero

(📷Daniela Durissini)
Appena fuori del centro storico di Bressanone, non lontano dalla stazione ferroviaria e da quella dei bus, è stato costruito un edificio che attira l'attenzione perché la sua forma sinuosa è fatta apposta per circondare un platano secolare. 
L'edificio, che ospita l'Ufficio di informazioni Turistiche della città, è stato pensato e realizzato dallo studio di architetti MoDus, di Sandy Attia e Matteo Scagnol che, preservando la pianta monumentale, ed anzi, facendone il centro del loro progetto, hanno voluto sottolineare la volontà di ricongiungere la forma architettonica a quella della natura. 

(📷Daniela Durissini)
Ispirato ai padiglioni orientali presenti nei giardini signorili, l'Infopoint di Bressanone presenta un piano terra aperto al pubblico, estremamente trasparente, grazie alle ampie superfici vetrate, mentre al piano superiore, chiuso da tutti i lati, si trovano gli uffici dell'amministrazione.



martedì 11 febbraio 2020

Fotografare l'architettura. Roma. Terme di Caracalla

Roma Terme di Caracalla interno
Roma. Terme di Caracalla (📷 Daniela Durissini)

Le Terme di Caracalla, inaugurate nel 216 da Caracalla, figlio di Settimio Severo, furono ultimate sotto i due imperatori successivi, Eliogabalo e Alessandro Severo. Per la loro realizzazione si dovettero abbattere degli edifici preesistenti ed operare degli importanti sbancamenti su una parte della collina che avrebbe ospitato il complesso. Per rifornirle dell'acqua necessaria al loro funzionamento, fu realizzata una deviazione dell'Acqua Marcia. Le terme, imponenti e ricchissime, ospitavano alcune opere d'arte oggi esposte in diversi musei. Furono dismesse nella prima metà del VI secolo quando i Goti tagliarono gli acquedotti della città. Nei secoli successivi i materiali che potevano essere impiegati in edilizia furono asportati e riutilizzati altrove, come nella costruzione della basilica di Santa Maria in Trastevere. 

⇒(click) Il libro: Romolo Augusto Staccioli, Acquedotti, fontane e terme di Roma antica, Roma, Newton Compton, 2007

⇒(click) Il libro: Filippo Coarelli, Roma, Bari, Laterza, 2008

giovedì 6 febbraio 2020

Letture. Matteo Nucci. Le lacrime degli eroi



Perché gli eroi omerici piangono, e tanto, e quale significato hanno le loro lacrime? Rappresentano una debolezza o una forza? E chi può permettersi di piangere senza scadere nella considerazione di chi osserva? Il libro di Matteo Nucci indaga il misterioso legame tra pianto e forza interiore, la differenza tra il comportamento pubblico concesso agli eroi e quello che invece deve tenere il politico, nella fattispecie calza a pennello l'esempio di Pericle, il cui cedimento corrisponde inequivocabilmente alla decadenza ed alla perdita di fiducia da parte del popolo ateniese. 
Nucci, in questo suo bel libro, che ha preceduto l'altrettanto significativa trattazione dei classici, a lui cari, del recente L'abisso di Eros, ci conduce attraverso i due grandi poemi omerici, l'Odissea e l'Iliade, esaminando le diverse occasioni in cui i protagonisti piangono. Ulisse, il più amato degli eroi greci, e probabilmente il più umano, piange di nostalgia sull'isola in cui è trattenuto dalla bella Calipso che, alla fine, obbedendo all'ordine di Zeus trasmessole da Ermes, lo lascerà andare, e nasconde il suo pianto quando, ormai in salvo alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, si commuove, sentendo cantare all'aedo le vicende della guerra di Troia. In questo caso non si tratta di pudore, ci spiega Nucci, ma della volontà di seguire fino in fondo il suo piano, quello di non rivelarsi a coloro che lo hanno accolto e che lo riporteranno ad Itaca. Ed in altre occasioni ancora piangerà l'eroe, seguendo l'istinto e le diverse sfumature delle sue emozioni. 
Ma non è solo Ulisse a piangere, tutti gli eroi lo fanno, da Agamennone, ad Achille, il cui pianto disperato alla morte di Patroclo è uno degli episodi più significativi dell'Iliade, ed è lo stesso Patroclo a piangere, lo fanno Priamo ed Ettore, Menelao, Diomede; sono lacrime queste, diverse da quelle donne, che dimostrano, invece, il lato più fragile dell'essere umano, e senz'altro diverse da quelle alle quali assistono gli ateniesi, quando Pericle si avvicina al feretro del figlio più amato. La scena sconcertò chi vi assistette, fu ricordata per anni e rappresentò il crollo dell'uomo simbolo che, imperturbabile anche nelle ore più difficili e crudeli, aveva condotto con equilibrio la città nei lunghi anni della guerra contro Sparta. La ricordava anche Platone, nonostante non fosse ancora nato quando accadde. Il filosofo aveva però compreso la lezione che quel pianto inopportuno aveva offerto e, ci dice Nucci, non assistette alla morte di Socrate, forse proprio per non cadere nella trappola della commozione, che pretese di relegare al solo privato. Ormai il piangere apertamente e senza vergogna era un atteggiamento che doveva appartenere soltanto al passato eroico dei protagonisti dei poemi omerici e che mal si attagliava alla società in cui viveva, l'Atene del V e IV secolo a.C.. Ormai chi piangeva non aveva la forza d'animo necessaria per bilanciare quello sfogo, così naturale e così umano ma anche così eroico. Il pianto ormai era soltanto debolezza ed Atene aveva bisogno di uomini forti, anche se lontanissimi dal modello antico dell'eroe rappresentato da Omero.  


⇒(click) Il libro: Matteo Nucci, Le lacrime degli eroi, Torino, Einaudi, 2013


mercoledì 5 febbraio 2020

Arti e architetture. La Lenbachhaus di Norman Foster (Monaco di Baviera)

Norman Foster Olaf Eliasson
Monaco di Baviera. Lenbachhaus
Hall. Struttura di Olaf Eliasson
(foto Daniela Durissini)
Nel 1891 il pittore tedesco Franz von Lenbach poteva finalmente entrare nella sua nuova casa-studio, il cui progetto era stato affidato alcuni anni addietro all'architetto Gabriel von Seidl che, per  il suo committente, aveva pensato ad un edificio in stile neorinascimentale. 


Lenbachhaus. Edificio originario. Interni
(foto Daniela Durissini)
Nel 1924 il comune di Monaco entrò in possesso dell'edificio e del suo contenuto, ed aprì gli spazi espositivi. Incontrando il favore del pubblico, la nuova galleria d'arte venne più volte ampliata per poter ospitare le collezioni che, via via, andavano ad aggiungersi al patrimonio iniziale. 


Lenbachhaus. Edificio originario. Esterni
(foto Daniela Durissini)
Nel 2002 il progetto per un ulteriore ampliamento venne affidato all'architetto britannico Norman Foster, il quale concepì una sorta di scrigno, che racchiudesse la casa originale e consentisse un percorso agevole per il pubblico ed una collocazione più consona per le collezioni, soprattutto per quella, importantissima, che la pittrice Gabriele Münter, compagna di Vassily Kandinsky, aveva donato all'istituzione nel 1957 e che comprendeva molti quadri degli artisti che avevano aderito al movimento del Cavaliere azzurro


La Lenbachhaus di Norman Foster
(foto Daniela Durissini)
La Lenbachhaus di Norman Foster. Ingresso
(foto Daniela Durissini)
I lavori furono completati nel 2013.
L'edificio di Foster, in effetti, circonda e racchiude l'edificio di Seidl, in modo da non alterare l'interessante architettura originaria, della quale riprende, nella nuova struttura ricoperta con tubi di alluminio-lega di rame, il colore ocra, lasciando nel contempo, ampi spazi visuali sul giardino. 


La Lenbachhaus di Norman Foster. Interni
(foto Daniela Durissini)
L'accesso alle nuove gallerie è garantito in parte dalla scala appartenente al primo edificio. 


Lenbachhaus. Scala interna
(foto Daniela Durissini)
All'ultimo dei tre piani sui quali si articola il museo, è stata sistemata la collezione della Münter e, poiché molti dei quadri sono stati dipinti all'esterno, la luce che li illumina proviene, per lo più, dagli ampi lucernai della copertura.


La Lenbachhaus di Norman Foster
(foto Daniela Durissini)

La Lenbachhaus di Norman Foster
(foto Daniela Durissini)
Un richiamo alla luce è rappresentato anche dall'installazione della hall, opera dell'artista Olafur Eliasson, che cattura e riflette i raggi solari. 


⇒(click) sito web Lenbachhaus 
⇒(click) Norman Foster+Partners: Lenbachhaus