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giovedì 30 gennaio 2020

Archeologia. Aquileia. La magia del vetro

Vetri romani museo archeologico Aquileia
Aquileia. Museo Archeologico Nazionale. Vetri (📷 Daniela Durissini)
Il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, possiede una collezione di vetri romani di grandi rilievo. 

Vetri romani museo archeologico Aquileia
Aquileia. Museo Archeologico Nazionale. Vetri (📷 Daniela Durissini)
Aquileia, nel I e II secolo d.C. fu una delle principali produttrici ed esportatrici di vetro all'interno dell'impero romano e le officine, di cui si sono trovate le tracce fin dal I secolo a.C., si specializzarono, successivamente, in diversi tipi di tecniche e prodotti.


Vetri romani museo archeologico Aquileia
Aquileia. Museo Archeologico Nazionale. Vetri (📷 Daniela Durissini)
Mentre all'inizio si preferiva la tecnica di fusione, in seguito prese piede la soffiatura. Le teche dedicate alla produzione vetraria aquileiese ospitano oggetti dalle tonalità analoghe in modo da farne risaltare i colori e le sfumature.


Vetri romani museo archeologico Aquileia
Aquileia. Museo Archeologico Nazionale. Vetri (📷 Daniela Durissini)

Vi si trovano vasellame da mensa, estremamente raffinato, coppe, bicchieri, olle, piatti, e poi bottiglie con beccuccio, balsamari, alcuni soffaiati a stampo, ai quali sono state date forme zoomorfe o fitomorfe, oggetti in vetro murrino, millefiori e vetro-mosaico, tutti datatbili tra il I ed il II secolo, ma vi sono anche oggetti risalenti al periodo tardo-antico. 
Tracce del commercio di vetro da Aquileia verso il centro Europa si sono ritrovare a Linz, in Austria, dove sono stati rinvenuti tre fondi di bottiglia con la scritta: Sentia Secunda facit Aquileiae vitra.
Una piccola esposizione di vertri si trova anche lungo il percorso dedicato ai banchetti e ripropone ovviamente il vasellame da mensa. 

Vetri romani museo archeologico Aquileia
Aquileia. Museo Archeologico Nazionale (📷 Daniela Durissini)
Un discorso a parte va fatto per i preziosi contenitori in vetro destinati a riporvi gioielli o cosmetici come la famosa pisside con coperchio, realizzata in vetro colorato a bande blu, verdi, viola e bianche con striature in oro, rinvenuta in una tomba della necropoli nord-orientale di Aquileia. 

Aquileia. Museo Archeologico Nazionale. Pisside (📷 Daniela Durissini)




mercoledì 29 gennaio 2020

Fotografare l'arte. Aquileia. Testa di vento

Aquileia. Museo Archeologico
Testa di vento (I sec.a.C. -I sec.d.C.)

Applique testa di vento Museo Aquileia
(📷 Daniela Durissini)
Nel Museo Archeologico di Aquileia è conservata questa applique con la rappresentazione di una testa con i capelli scompigliati dal vento, forse la bora (boreas). La testa, raffinatissima, la cui fattura è straordinariamente efficace e perfetta, è stata realizzata in bronzo e risale al periodo compreso tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.. E' stata ritrovata nella zona del foro romano, nel pozzo orientale, in occasione delle indagini condotte nel 1988. 


venerdì 24 gennaio 2020

Letture. Romain Rolland, Chère Sophia. La vita di uno dei più importanti intellettuali del Novecento



I due volumi che raccolgono parte delle lettere inviate da Romain Rolland all'amica Sofia Guerrieri-Gonzaga, tra il 1903 ed il 1933 rivestono un'eccezionale importanza documentale. La BNF, che custodisce l'intero carteggio, ne ha favorito la pubblicazione per stimolare lo studio della personalità dell'intellettuale, premio Nobel per la Letteratura nel 1915, e del periodo storico, interessantissimo tanto dal punto di vista politico quanto da quello culturale. 
Rolland conobbe Sofia quando, giovanissimo, si trovava a Roma e frequentava la casa di Malwida von Meysenbug, alla quale restò legato da sincera amicizia, nonostante la grande differenza d'età, fino alla morte di lei, avvenuta nel 1903.
Anche Sofia frequentava la casa di Malwida e fu così che i due ebbero modo di conoscersi, ma si persero di vista per lunghi anni, dopo il rientro di lui a Parigi.
Quando si incontrarono di nuovo, durante un soggiorno in Svizzera, iniziarono a scriversi, dapprima regolarmente, come Rolland era abituato a fare con Malwida, con la quale scambiava almeno una lettera alla settimana, e poi, man mano che gli impegni di lui aumentavano, più di rado. Ci sono pervenute (e sono qui raccolte) soltanto le lettere di Rolland, perché Sofia, ad un certo punto, gli chiese di distruggere tutte le sue, cosa che lui fece. 
Nella prima e più corposa parte della corrispondenza ci appare un uomo ancor giovane, deluso dal recente divorzio e piuttosto solo, dedito principalmente alle sue letture, all'nsegnamento della musica ed alla scrittura. Rolland è un lettore avido ed esperto, un musicologo appassionato (otterrà la prima cattedra di Storia della musica alla Sorbona), e scrive tantissimo. Oltre ad una serie di biografie, inizia quel progetto straordinario, che gli varrà il Nobel, imitato da Marcel Proust, che sarà il romanzo in dieci volumi Jean Chrisophe, in cui inventa un personaggio, la cui infanzia e giovinezza coincide grossomodo con quella di Beethoven, e la cui maturità assomiglia molto a quella dell'autore. Attraverso Jean Christophe muove una critica spietata alla società parigina dell'epoca ed in particolare ai circoli culturali, all'ambiente letterario ed ai critici, i quali non lo perdoneranno. 
Lo scoppio della prima guerra mondiale lo sorprende in Svizzera, dove rimarrà per tutta la durata del conflitto, occupandosi, tra l'altro, della corrispondenza dei prigionieri di guerra francesi, mantenendosi neutrale ed avvicinandosi sempre più al pacifismi di Gandhi e Tagore, che conosce personalmente ed ospita nella sua casa vicino a Ginevra.
L'assegnazione del Nobel, contestatissima, soprattutto da parte dell'ambiente letterario francese, cambia di molto la sua posizione nell'ambito della cultura europea e non solo. Il suo libro, riedito molte volte, è conosciuto e tradotto in molti paesi ed i suoi contatti con letterati e semplici lettori si moltiplicano, riempiendo le sue giornate e tutto il suo tempo, tant'è vero che anche lo scrivere diventa per lui difficile.
Nel dopoguerra Sofia, sposata con il politico Pietro Bertolini, morto nel 1920, si avvicina al fascismo, mentre Rolland, ormai nel pieno della maturità, è fortemente critico nei confronti del regime e si rifiuta, proprio per questo, di viaggiare in Italia.
I loro incontri, pertanto, diventano sempre più rari, fino ad estinguersi, e la corrispondenza stessa diventa sempre più occasionale; il rapporto di amicizia tra i due risente sia della diversità di vendute, sia della lontananza incolmabile e, a poco a poco, si guasta e finisce. 
Alla fine del secondo volume, siamo nel 1933, Rolland è un uomo maturo, ormai molto conosciuto ed affermato. Sogna un'Europa capace di superare ogni nazionalismo e di vivere in pace e si oppone al fascismo che vede nascere e svilupparsi nell'Italia tanto amata, dove aveva pensato di trascorrere la vecchiaia, come aveva fatto l'amica Malwida.
il sogno di una vita si è ormai definitivamente infranto di fronte ai soprusi ed alle violenze, sempre più frequenti, di cui sono vittime anche alcuni suoi amici e che Sofia sembra non voler vedere. Ormai lei è troppo lontana dal suo sentire e dalle sue idee ed il contenuto delle poche lettere dell'ultimo periodo è sempre meno interessante. Ma ciò che ci lasciano questi due volumi è una preziosissima testimonianza del periodo formativo del giovane intellettuale, della sua ricerca di una strada da percorrere nella scrittura del suo romanzo ed anche della sua vivacità culturale che lo porta a leggere moltissimo, ad appassionarsi alle storia ed alle vite dei personaggi che poi tratteggerà abilmente nelle sue numerose biografie. Sembra strano che uno scrittore prolifico come Rolland sia così poco conosciuto, ma quando si legge, proprio qui, nelle lettere, dell'onestà intellettuale  con la quale affronta e critica gli ambienti culturali parigini, quando si comprende quanto il suo carattere schivo lo emarginasse rispetto a quegli stessi circoli letterari che erano in grado di stabilire il successo o meno di ogni pubblicazione, almeno in Francia, si comprende perché Rolland fosse più noto all'estero che nel suo paese. Se poi aggiungiamo il fatto che si sottrasse ad ogni possibile coinvolgimento nel corso della prima guerra mondiale rimanendo in Svizzera ed abbracciando, nel frattempo, le idee pacifiste di Gandhi, mentre alcuni dei suoi amici più cari combattevano sui peggiori fronti franco-tedeschi, risultano chiari i motivi del disinteresse, se non addirittura dell'aperta contestazione nei suoi confronti. Ma qualunque fosse la sua posizione politica (alla fine della sua vita si avvicinò, sembra senza conoscerne la brutalità, alla Russia di Stalin) è certo che Rolland è stato uno dei più straordinari e complessi intellettuali del periodo a cavallo tra i secoli XIX e XX. 


⇒(click) Il libro: Romain Rolland, Chère Sofia, Voll. I e II, Paris, Albin Michel, 1960

giovedì 23 gennaio 2020

Archeologia. Achille e Pentesilea

 Monaco di Baviera. Staatilche Antikensammlungen
Kylix di Achille e Pentesilea

(📷 Daniela Durissini)

La leggenda narra che Pentesilea, regina delle Amazzoni, accorsa in aiuto di Priamo, nel corso della guerra di Troia, al tempo in cui Ettore era già morto ed il vecchio re si trovava in una situazione disperata, venne affrontata in battaglia da Achille, che la uccise ma, toltole l'elmo, fu catturato dalla sua straordinaria bellezza e se ne innamorò. La scena venne ripresa nel V secolo a.C. da un pittore attico, il quale decorò con grande perizia una kylix (coppa da vino), ritovato a Vulci nei primi anni del XIX secolo. Proprio da questa straordinaria opera, l'artista, 
attivo in Attica tra il 460 ed il 440 a.C., è conosciuto come "pittore di Pentesilea".
Le figure ritratte, pur mantenendo ancora caratteristiche arcaiche, segnano un'evoluzione che sembra voler superare la pittura vascolare. I colori sfumati e la plasticità che l'artista riesce a conferire all'amazzone morente e ad Achille, il quale sembra sorreggerla con delicatezza, gli sguardi dei due che si incrociano e l'amore evidente di Achille, che qui sembra ricambiato dalla donna, rendono la scena veritiera e commovente. Inoltre la decorazione occupa l'intero fondo della coppa, ed anzi sembra quasi voler uscire dalla stessa, cosa inconsueta per questo genere di decorazioni, per lo più di dimensioni ridotte rispetto al contenitore. 
Al pittore di Pentesilea è stata ricondotta una produzione corposa, e di lui si sa che fece parte di un laboratorio notissimo nel periodo classico, presso il quale lavoravano diversi artisti, ognuno dei quali era specializzato in determinati elementi decorativi. 
La coppa, entrata a far parte dapprima della collezione di Luciano Bonaparte e poi di quella di Ludovico II di Baviera, noto collezionista d'arte e di antichità, si trova oggi presso il Museo di Antichità di Monaco di Baviera (Staatilche Antikensammlungen). 
Nel libro di Matteo Nucci L'abisso di Eros, la coppa e la sua storia sono descritte in modo esemplare.


martedì 21 gennaio 2020

Itinerari. Monaco di Baviera

Monaco di Baviera casa sulla Marienplatz
Riflessi. Casa sulla Marienplatz (📷 Daniela Durissini)
Monaco, a dispetto della sua manifestazione più celebre, l'Oktoberfest, che attira ogni anno migliaia di visitatori, non è una città che, d'immediato, sembri dar confidenza al viaggiatore. Le sue strade, tutte fiancheggiate da piste ciclabili sulle quali si sfreccia più velocemente e pericolosamente di quanto non si faccia al volante delle molte auto di lusso che ne percorrono la parte centrale, non sono fatte per i pedoni, e non lo sono nemmeno i numerosi semafori, raramente di colore verde che, comunque, diventa giallo in pochi secondi. I numerosi tram e gli autobus favoriscono una circolazione sempre e comunque su mezzi meccanici, mentre l'andare a piedi sembra riservato per lo più al centro storico, quello sì, destinato a chi vuole camminare, ed ovviamente ai parchi, come il Giardino inglese, più grande di Central Park, o il centralissimo Hofgarten. 
La città sembra soffrire, in questo senso, di un eccesso di volontà organizzativa, che si riflette anche in una rigidità percepibile da chiunque entri in uno dei numerosi, e splendidi, musei, e persino nelle pasticcerie del centro o nelle birerrie. Tutto, ovunque, è efficienza, o vorrebbe esserlo, che talvolta si traduce in distacco e freddezza. 

Propilei (📷 Daniela Durissini)
La città, culla del nazismo, è stata molto danneggiata nel corso della seconda guerra mondiale ed in alcuni casi gli attuali edifici sono frutto di accurati restauri e ricostruzioni. Di notevole interesse ciò che rimane della città dei Wittelsbach, ed in particolar modo le costruzioni dovute alla mano felice dell'architetto Leo von Klenze, che per Ludwig I concepì la Königsplatz, con la Glyptothek, l'Antikensammlungen ed i Propilei, ed ancora l'Alte Pinakothek. Lo stesso von Klenze rimaneggiò significativamente la Residenz, che dalla sua costruzione come fortezza, nel XIV secolo, subì numerosissimi cambiamenti ed ampliamenti. 

Residenz Monaco di Baviera

Residenz Monaco di Baviera
Residenz (📷 Daniela Durissini)
I turisti sono generalmente attratti dal Neues Rathaus, l'enorme edificio neogotico, veramente troppo carico, completato nel 1908, che occupa un lato della Marienplatz, la cui torre centrale presenta un orologio molto famoso, a figure animate. 

Neues Rathaus (📷 Daniela Durissini)
Sulla stessa piazza affaccia la chiesa più antica della città, dedicata a San Pietro, sorta nel XII secolo e più volte rimodernata, fino alla barocchizzazione del XVIII secolo ed alla ricostruzione del dopoguerra. 

Monaco chiesa di S.Pietro campanile
Chiesa di S.Pietro (📷 Daniela Durissini)
La cattedrale, Frauenkirche, è senza dubbio uno degli edifici più fotografati, grazie alle due alte torri che la caratterizzano. Chiusa tra le costruzioni che la circondano, solo i due campanili svettano sopra i tetti e costituiscono la misura della massima altezza raggiungibile dagli altri edifici del centro. Nel corso della seconda guerra mondiale la chiesa venne distrutta ma le torri rimasero in piedi.

Frauenkirche. Torri campanarie (📷 Daniela Durissini)
Ma sono i musei il vero gioiello di questa città, i luoghi in cui perdersi tra le molte meraviglie del passato, in diversi casi arrivate a Monaco grazie al collezionismo dei Wittelsbach, ed opere di grande pregio più recenti, provenienti spesso dalle donazioni di collezioni private. 
Sulla Königsplatz, oltre ai Propilei, concepiti come porta della città, superata nella sua funzione dall'espandersi dell'abitato, e divenuti monumento alla guerra d'indipendenza greca, affacciano la Glyptothek (chiusa per restauri fino all'autunno 2020), e lo Staatliche Antikensammlungen (che vanta, tra l'altro, una splendida raccolta di vasi greci, assolutamente da non perdere).

Antikensammlungen (📷 Daniela Durissini)
Poco più avanti l'NS-Dokuzentrum (centro di documentazione sul nazismo). 

NS-Dokuzentrum (📷 Daniela Durissini)
Dietro ai Propilei si trova la Lenbachhaus, originariamente casa-studio del pittore Franz von Lenbach, restaurata ed ampliata di recente da Norman Foster, che presenta, tra l'altro, una magnifica collezione di opere donate dalla pittrice Gabriele Münter, che negli anni aveva raccolto i quadri del compagno Kandinsky e degli amici appartenenti al movimento del Cavaliere azzurro. 

Lenbachhaus (📷 Daniela Durissini)
Dietro alla Glypthotek il nuovo Museo egizio, Ägyptisches Museum, interessante per le collezioni, che ebbero origine da alcuni oggetti acquistati da Alberto V Wittelsbach, assai ben esposte, ma anche per la realizzazione dell'edificio, il cui ingresso è stato concepito come quello di una tomba reale.

Ägiptisches Museum (📷 Daniela Durissini)
Poco distanti le Pinacoteche, Alte, Neue (chiusa per restauro fino al 2025) e der Moderne, ed il Museo Brandhorst, riconoscibile dall'edificio coloratissimo, nato da una collezione privata di opere d'arte contemporanea.

Monaco Alte Pinakothek e der Moderne
Pinacoteche viste dal Brandhorst (📷 Daniela Durissini)

Museo Brandhorst (📷 Daniela Durissini)
Da citare anche lo Stadtmuseum, il Nationalmuseum ed ovviamente, il Deutsches Museum, piuttosto lontano ripsetto agli altri, su un'isola del fiume Isar, che attraversa la città, dedicato alla scienza ed alla tecnica. Si tratta del museo di questo genere più vasto del mondo ed uno dei più visitati del paese, per il quale occorre preventivare almeno una giornata. 

Deutsches Museum (📷 Daniela Durissini)
Trovandosi a Monaco sarà quasi d'obbligo provare a sedersi ai lunghi, e sempre affollati, tavoli di una delle caratteristiche birrerie, frequentate dai turisti ma anche dai monacesi, che vi organizzano feste ed incontri. Nonostante la grande capienza delle numerose sale non è raro che non ci sia posto e, di solito, è buona norma prenotare, specialmente se si è in più persone. Si tratta di un'esperienza da fare assolutamente per toccare con mano uno degli aspetti caratteristici di questa città. 

Birreria Augistiner (📷 Daniela Durissini)
E se i camerieri sono spesso arcigni e, come sempre, super efficienti, i monacesi lì lo sono un po' meno, e lasciano trasparire quel tanto di inclinazione alla spensieratezza, tipica delle zone più meridionali del paese, che li distinguono dagli abitanti delle regioni più settentrionali e che li avvicinano invece ai popoli a sud delle Alpi. 


⇒(click) Per informazioni pratiche: TuttoBaviera





venerdì 17 gennaio 2020

I protagonisti. Gabriele Münter

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus. Vassily Kandinsky. ritratto di Gabriele Münter (1905)
(
📷 Daniela Durissini)
Gabriele Münter nacque a Berlino, nel 1877, in un'epoca quindi che non concedeva troppo alle donne, specialmente a coloro che rivelavano, come lei, fin da ragazze, una certa propensione a voler vivere le propria vita da persone indipendenti ed a voler seguire i propri interessi e le proprie passioni, al di fuori dei rigidi schemi che la società dell'epoca aveva costruito. Ebbe fortuna però, Gabriele, poiché, a differenza di altre sue coetanee che avevano dovuto cedere alle esigenze della famiglia e della casa, poté dedicarsi, con il pieno appoggio dei genitori, alla pittura, che coltivò fin da giovanissima.
Dopo aver frequentato dei corsi presso la Damen Kunstschule di Düsseldorf, si trasferì a Monaco dove, nel 1902, si iscrisse alla Phalanx Schule, fondata l'anno prima da Vassily Kandinsky. 

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus.
Vassily Kandinsky. Gabriele Münter mentre dipinge (1903)
(📷 Daniela Durissini)
Fu proprio un dipinto di lui, La citta vecchia, che la convinse a prendere questa decisione che rappresentò una svolta nella sua vita. In breve tempo infatti, divenne la compagna del maestro e con lui si confrontò, litigò anche, girò l'Europa, frequentò i gruppi di artisti delle avanguardie. Kandinsky apprezzava Gabriele, anche se da subito riconobbe l'impossibilità di insegnarle qualsiasi cosa, riconoscendo il suo talento con queste parole, peraltro inusuali per l'artista: “Sei un allievo senza speranza, non ti si può insegnare nulla. Puoi fare solo ciò che è maturato in te. Tu hai tutto dalla natura”.

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lanbachhaus
Gabriele Münter. Vassily Kandinsky mentre dipinge un paesaggio (1903)
(
📷 Daniela Durissini)
Durante i primi anni della loro relazione viaggiarono molto, furono in Italia e in Francia, dove vissero per quasi un anno, in Germania, a Berlino, prima di tornare a Monaco. Nel frattempo Gabriele aveva potuto organizzare, proprio a Parigi, la prima mostra, ma il confronto con il compagno era continuo e spesso carico di tensioni. Lo stesso Kandinsky ammise più tardi che il carattere di Gabriele non poteva andar d'accordo con il suo e che lui, del resto, non era disposto a cedere su nulla. Lei, appresa dal maestro la tecnica, elaborò ben presto uno stile personale, e se, all'inizio, le loro opere furono abbastanza vicine, con l'andar del tempo i due presero strade decisamente differenti. Ma lei seppe seguire la sua con coraggio e determinazione, non si fece influenzare, e riuscì ad elaborare un proprio percorso artistico che la distinse decisamente da quello del compagno. Nel 1908 i due acquistarono una casa a Murnau e vi trascorsero diversi periodi in compagnia di amici ed artisti tra i quali furono particolarmente assidui  Alexej von Jawelensky e Marianne von Werefkin. 


Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus
Alexej e Andreas Jawelensky, Marianne von Werefkin e Gabriele Münter
(
📷 Daniela Durissini)
Si trattava di due artisti di notevole spessore e dal confronto con loro, con le loro idee e le loro opere, Gabriele riuscì a trarre ispirazione per i suoi successivi lavori che, come lei stessa ebbe modo di ricordare, erano frutto di un'espressione artistica a lei congeniale che l'aveva guidata nella scelta di “una più immediata azione cromatica e una figurazione più sintetica e concentrata”.

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus. Gabriele Münter. La casa russa (1931)
(
📷 Daniela Durissini)
Il divario tra le sue opere e quelle del compagno si faceva sempre più sensibile. Quando Kandisky iniziò ad accostarsi all'astrattismo lei giudicò i suoi lavori dei passatempi, e non condivise quell'esperienza, sebbene avesse tentato un approccio in talune opere che rimarranno marginali. Lui ovviamente dissentiva e non riusciva ad accettare le critiche della compagna che accusava di non comprendere i suoi pensieri artistici, perché troppo innovativi.

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus
Gabriele Münter. Astratto, studio (1918)
(
📷 Daniela Durissini)
Nel frattempo lo stile di Gabriele andava definendosi nella maturità dei suoi lavori, i paesaggi, le straordinarie nature morte ed i ritratti riescono a comunicare la capacità dell'artista di trovare un equilibrio tra i consueti filoni narrativi e le nuove tecniche derivanti dal contatto con le avanguardie.


Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lanbachaus
Gabriele Münter. Paesaggio bavarese con fattoria isolata (1910)
Dipinto su vetro (
📷 Daniela Durissini)
In quel periodo Kandinsky, che era stato un esponente di spicco della NKVM (Neue Künstlervereinigung München), avendo visto rifiutato un suo quadro per un'esposizione, abbandonò l'associazione e fondò il Blaue Reiter, assieme a Franz Marc, Alexej von Jawelensky, August Macke. L'origine del nome è curioso perché unisce la passione per il colore blu di Kandinsky, alla passione per i cavalli di Marc.
Il gruppo di artisti organizzò delle mostre e pubblicò, nel 1912, un Almanacco, nel quale furono presentati i nuovi orientamenti artistici basati principalmente sul tentativo di comunicare emozioni, mediante l'uso spregiudicato dei colori, la dissoluzione della narrazione, e della partizione dello spazio. In altre parole la scena classica si frantuma, si dissolve e lascia il posto a qualcos'altro, qualcosa che è destinato a provocare ed a condividere emozioni. In una mostra, organizzata dal gruppo nel 1911, Gabriele partecipò con alcune sue opere.
Allo scoppio della guerra Gabriele e Kandinsky andarono in Svizzera e lui, poi, in Russia, dove incontrò colei che divenne la sua seconda moglie, Nina Andreevkaja. Nel 1916 avvenne la rottura definitiva di un rapporto concluso da tempo. Lei, addolorata dal fatto di aver avuto l'impressione di essere stata comunque considerata non per il suo lavoro ma come la compagna di Kandinsky, una sua “appendice insignificante”, smise di dipingere per diversi anni. 


Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus
Gabriele Münter. Donna in poltrona che scrive (1929)
(Stenografia. Donna svizzera in pigiama)
(
📷 Daniela Durissini)
Nel 1928 incontrò il critico d'arte Johannes Eichner, che divenne il suo nuovo compagno. Nel 1937 il nazismo proibì l'esposizione delle sue opere. Nel 1956 ricevette il premio della Cultura della città di Monaco. Morì a Murnau nel 1962.
Durante la seconda guerra mondiale Gabriele protesse, conservandoli nella casa di Murnau, i quadri che Kandisnsky le aveva lasciato e per la restituzione dei quali le aveva intentato una lunga causa, fortunatamente persa. Così ora sono conservati presso il Museo Lenbachhaus di Monaco, ai quali la Münter li donò, assieme a molti altri lavori suoi e degli amici che avevano partecipato al movimento del Cavaliere azzurro, nel 1957, in occasione del suo ottantesimo compleanno. 

⇒(click) Il libro: Isabelle Jansen, Gabriele Münter (1877-1962). Painting to the Point, Münche, London, New York, Prestel, 2017.

giovedì 16 gennaio 2020

Letture. Kader Abdolah. La casa della moschea



Kader Abdolah è uno scrittore iraniano che vive oggi in Olanda e, cosa piuttosto curiosa, scrive nella lingua del suo nuovo paese. Per Iperborea sono già apparsi, tradotti in italiano, diversi suoi romanzi. Tra questi, La casa della moschea è forse il più riuscito e completo. 
Si tratta di un romanzo maturo, soprattutto perché l'autore, attraverso un lungo e faticoso cammino, rispecchiato in parte dai suoi precedenti lavori, è riuscito ad allontanarsi quel minimo indispensabile dalle vicende dolorose che hanno segnato la sua vita e che hanno determinato il suo allontanamento dall'Iran, per poter posare uno sguardo finalmente più sereno, sulle vicende che hanno coinvolto il paese  e l'hanno profondamente cambiato. 
Attraverso le esperienze della famiglia che abita la casa della moschea del bazar di Senjan, della quale, tra l'altro, è proprietaria da generazioni, si segue l'evoluzione degli avvenimenti che, in anni recenti e recentissimi hanno cambiato la vita di milioni di persone.
I protagonisti della storia sono due, Aga Jan, benestante ed influente commerciante di tappeti del bazar e capo famiglia, e la casa stessa che segue e rispecchia le sorti dei suoi abitanti. 
Kader Abdolah costruisce il romanzo servendosi dei suoi ricordi personali, uniti alla cronaca dell'epoca, tra accadimenti reali e suggestioni fiabesche, che la vecchia casa ospita indifferentemente, come se tutto appartenesse ad una sua particolare realtà, come se verità e fantasia fossero comunque destinate ad intrecciarsi in questo luogo che è di per sé un posto-rifugio per tutti i membri della famiglia e per le nostalgie dell'autore.
I muri secolari diventano così i testimoni ed i custodi di ciò che accade al di fuori di essi e viene proiettato all'interno grazie alla testimonianza dei suoi abitanti che, inizialmente, nonostante le diverse opinioni sulla vita e la politica, vivono in una sorta di felice equilibrio, mentre, man mano che il tempo passa, vengono coinvolti e sospinti verso l'estremizzazione dei propri sentimenti e delle proprie convinzioni. Tutti, tranne Aga Jan, che rimane solidamente legato al proprio credo ed alle tradizioni, atteggiamento che lo isola ma che infine salverà la sua umanità e quel che resta della famiglia e degli amici. 
La piccola comunità, che vive con sorpresa e qualche dubbio la politica di modernizzazione portata avanti dallo scià e dalla moglie Farah Diba, viene duramente colpita al tempo della rivoluzione khomeinista, alla quale aderiscono alcuni membri della famiglia. Aga Jan perde il figlio, ucciso, come nella realtà accadde al fratello dell'autore, per sospetta attività sovversiva, e sperimenta come la paura ed il condizionamento ideologico siano in grado di trasformare in nemici anche gli amici più cari; quando tenta di dargli una onorata sepoltura, negata dal regime, si trova di fronte al diniego di tutti coloro ai quali si rivolge, chiedendo solo pietà. 
Anche la casa è destinata a perdere qualcosa di fondamentale: la moschea, alla quale è legata, anche materialmente, da un corridoio, un tempo percorso abitualmente dall'imam.
Alla fine però, in questo mondo nuovo, crudele e sconvolto, qualcosa sembra cambiare e Aga Jan e la moglie, sempre più soli ma ancora nella vecchia casa, scoprono che la gente inizia a rifiutare gli eccessi della rivoluzione. Coloro che hanno torturato, condannato ed ucciso barbaramente, vengono a loro volta condannati, gli amici che hanno volto loro le spalle fanno ammenda e la ruota sembra poter girare di nuovo, questa volta per offrire sollievo ad un paese meraviglioso che può risollevarsi dall'abisso oscuro nel quale era sprofondato. Bisogna però saper perdonare. 


⇒(click) Il libro. Kader Abdolah, La casa della moschea, Milano, Iperborea, 2008, trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo

mercoledì 15 gennaio 2020

I protagonisti. Balkrishna Doshi. Un architetto indiano nello studio di Le Corbusier

Sangath Architect's studio, 1980 (foto Daniela Durissini)
Balkrishna Vithaldas Doshi è nato a Pune nel 1927 ed è il primo architetto indiano ad aver ricevuto il premio Pritzker per l'architettura, conferitogli nel 2018. La sua è una storia esemplare, di successi e di un forte legame con la propria terra e le sue tradizioni. 

Kanoria Centre for Arts (1984-2012)
(foto Daniela Durissini)
Dopo aver lavorato a Parigi, dal 1951 al 1954, nello studio di Le Corbusier, il cui stile inconfondibile si riconosce nelle sue opere, fece ritorno in India, inizialmente come collaboratore del grande architetto che, in quel periodo, su richiesta di Nehru, aveva preparato il piano urbanistico di Chandigarth, progettandone anche alcuni edifici. 

Amdavad Ni Gufa (1994)
(foto Daniela Durissini)
La città, nell'India settentrionale, capitale degli stati del Punjab e dell'Haryana, è in effetti fortemente caratterizzata dall'opera di Le Corbusier che riuscì a realizzare lì la sua utopia. Il giovane Doshi tornato nel suo paese natale proprio per seguire questi lavori, nel 1955 fondò uno studio di progettazione ambientale ed in seguito ebbe modo di collaborare con lo stesso Le Corbusier e con Louis Khan ad alcuni progetti realizzati ad Ahmedabad.

CEPT (1968)
(foto Daniela Durissini)
Molto conosciuto anche al di fuori dell'India, Doshi ha realizzato la maggior parte dei suoi progetti nel suo paese, soprattutto ad Ahmedabad, iniziando con un altro architetto indiano, Anant Raje (1929-2009), con il quale collaborò per l'Indian Institute of Management, progettato da Louis Khan e completato proprio grazie a Raje, che era stato suo allievo all'università di Filadelfia. 

Indore. Case popolari (2014)
(foto Daniela Durissini)
Sempre ad Anmedabad ha fondato la Scuola di Architettura, ha progettato e realizzato Il Centre for Environmental Planning and Technoloy-CEPT (1968), il Kanoria Centre for Arts (1984-2012), all'interno del Campus universitario, il Mahatma Gandhi Labour Institute (1986), l'Amdavad Ni Gufa (1994), su idea ed in collaborazione con il pittore e scultore Maqbool Fida Husain, che voleva creare una galleria d'arte. Un suo progetto recente e molto significativo (2014), è stato realizzato ad Indore, e consiste in un gruppo di case popolari a basso costo che raggiungono la finalità di migliorare la qualità della vita degli abitanti pur senza scostarsi troppo dalle realizzazioni tradizionali del posto.


Mahatma Gandhi Labour Institute (1986)
(foto Daniela Durissini)
Ed in effetti ciò che distingue e caratterizza i progetti di Balkrishna Doshi è il forte legame con la tradizione indiana, reinterpretata però secondo la lezione modernista di Le Corbusier.  Alla Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera gli è stata dedicata un'ampia retrospettiva.

⇒(click) Il libro: Bruno Melotto, Balkrishna Doshi. The masters in India, Santarcangelo di Romagna, Maggioli (Politecnica), 2014

giovedì 9 gennaio 2020

Pensieri d'autore. Henry David Thoreau

La straordinaria faggeta di Zasip (Slovenia)


"Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto."

Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco, cap. II (1854)


⇒(click) Il libro. Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco, a cura di S. Proietti, Milano, Feltrinelli, 2014

martedì 7 gennaio 2020

Archeologia. L'esercito romano ai confini dell'impero. Strasburgo (I-IV sec. d.C.)

Museo archeologico Stasburgo stele funeraria romana
Museo archeologico di Strasburgo
Stele funeraria di un cavaliere accompagnato da un fante (fine del I sec. d.C.)

Necropoli di Sttrasburgo-Koenigshoffen
(foto Daniela Durissini)


Gli scavi archeologici effettuati nella zona di Strasburgo hanno portato alla luce testimonianze preziose della presenza dell'esercito di Roma nel I sec. d.C., quando esisteva nei pressi del Reno un campo di legionari, destinato a stabilizzarsi ed a rafforzarsi nel tempo. All'epoca l'esercito stava evolvendo ed avrebbe inglobato, man mano, non solo i provinciali appartenenti alle zone romanizzate da più tempo, ma anche coloro che si trovavano presso i confini. 

Strasburgo museo archeologico stele funeraria romana
Museo archeologico di Strasburgo
Stele funeraria di Comnisca, cavaliere dell'ala indiana (I sec. d.C.)

Necropoli di Strasburgo- Koenigshoffen
(foto Daniela Durissini)


Qui l'esercito costituiva un importante fattore di romanizzazione, dedicandosi, oltre alla funzione militare, alla valorizzazione del territorio. I legionari contribuivano alla realizzazione delle infrastrutture necessarie quali strade, ponti, acquedotti, ed inoltre garantivano la circolazione, in sicurezza, delle persone e delle merci. Da ricordare che la duranta del servizio militare nella legione era di 20 anni, mentre quella nelle truppe ausiliarie era di 25 anni, impiegando quindi buina parte della vita del soldato.


Strasburgo museo archeologico stele funeraria romana
Museo archeologico di Strasburgo
Stele funeraria di Lepontius (IV sec. d.C.), calco
(foto Daniela Durissini)


Le stele funerarie, venute alla luce in diversi periodi, ricordano alcuni di questi legionari, e sono oggi conservate presso il Museo archeologico di Strasburgo, a Palazzo Rohan. In particolare la stele di Comnisca, cavaliere dell'ala indiana, ricorda l'impiego delle truppe ausiliarie, mentre la stele molto più tarda, di un certo Lepontius, ci è giunta solo grazie ad un calco, fatto nel corso del XIX secolo, dato che quella originale è andata perduta in un incendio del 1870. 
Tutte, comunque, sono artisiticamente rilevanti e rivestono grande interesse sia perché testimoniano la presenza dell'esercito romano a Strasburgo, sia perché offrono dettagli interessanti sull'equipaggiamento dei soldati. 
Celeberrima la stele di Caius Largennius, ritrovata nella necropoli di Koenigshoffen. Questi era un cittadino lucchese ed è anche il primo cittadino di Strasburgo di cui si conosca il nome. Per la descrizione della stele rimando ad una scheda completa di Archeomedia nel link qui sotto.


⇒(click) scheda Archeomedia concernente la stele di Caius Largennius