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giovedì 30 aprile 2020

Letture. Hermann Hesse. Dall'Italia



Dall'Italia, è una raccolta di saggi, poesie, scritti vari, annotazioni tratte dai diari, racconti, che Hermann Hesse ha dedicato al paese nel corso di diversi anni e di successivi viaggi. Per questo motivo alcuni brani ricorrono più volte, esposti in diversi modi, come accade ad esempio per le note riguardanti il primo soggiorno a Firenze, in cui l'autore, ancora molto giovane, andava scoprendo le meraviglie dell'arte italiana esposte agli Uffizi, oltre alle chiese ed ai palazzi del centro storico. Ciò che tuttavia colpisce e non poco nelle osservazioni di Hesse, sono le descrizioni della vita quotidiana, delle lunghe camminate nei dintorni della città, ancora molto verdi, dei prati pieni di fiori, dei profumi, dei colori. Il lungo soggiorno lo avvicina alla vita italiana, lo fa impratichire con la lingua, gli consente di frequentare i musei come le taverne, di ammirare dall'alto del campanile del duomo il tradizionale "scoppio del carro", del sabato di Pasqua, di visitare con regolarità librerie ed antiquari, insomma di vivere davvero la propria esperienza fiorentina. Ma, nei ripetuti ritorni, attratto dal clima e dall'atmosfera del sud, non giungerà mai nel meridione d'Italia, preferendo tornare nei posti che gli erano divenuti familiari, ed esplorare poi, pian piano, scendendo lungo la penisola, anche le località meno note ai viaggiatori dell'epoca che, in genere, ricalcavano l'itinerario classico del Grand tour. 
Così Hesse conosce man mano le località minori della Toscana, si spinge in Umbria, risale verso Venezia, si ferma sul lago di Como.
In Umbria, dove apprezza a tal punto Spoleto da scrivere alla moglie di volerci vivere per qualche tempo con tutta la famiglia, sembra essere alla ricerca dello spirito francescano che riesce a ritrovare nei piccoli centri, oltre che ad Assisi. Nella regione dove San Francesco nacque e predicò sente più vicina la presenza di quella fede che non è tanto credo religioso, quanto perfetta aderenza alle leggi della natura, e quindi condivisibile da ognuno. A questo proposito scrive un bellissimo racconto sulla vita di Francesco, che dimostra non solo la sua conoscenza della biografia del santo, ma anche il livello di comprensione e di condivisione del suo insegnamento. Probabilmente Hesse, che dimostrò di voler cercare una strada spirituale anche e soprattutto nel suo viaggio in quell'Oriente che offriva le parole e l'esempio del Buddha, fu colpito dal grande esempio di Francesco che proponeva certo una scelta estrema ma non ne esigeva la condivisione assoluta, bensì poneva le basi per una nuova etica sulla quale basare la rinascita di una civiltà ritenuta da molti, già allora, troppo spinta verso il razionalismo ed il puro interesse economico. 
Di grande interesse anche le rcensioni di diverse pubblicazioni concernenti l'Italia, che dimostrano una volta di più l'interesse di Hesse per la cultura del paese, dalla quale, tra l'altro, trasse spunto per alcuni suoi libri, dove si ritrovano gli echi delle grandi opere degli autori italiani. 
Meno interessanti, nel complesso, delle pagine dei diari, i racconti riportati in questa raccolta denunciano da un lato l'immaturità di Hesse, che li scrisse quand'era ancora molto giovane, dall'altro però palesano una solida cultura ed un talento che si sarebbe poi sviluppato negli anni successivi.  
La traduzione degli scritti si deve ad Enrico Ganni ed Eva Banchelli che cura anche un'interessante introduzione. 

⇒(clik) Il libro: Hermann Hesse, Dall'Italia, Milano, Mondadori, 2015, trad. di Eva Banchelli ed Enrico Ganni

giovedì 16 aprile 2020

Ambiente e territori. Štanjel (Slovenia). Il cimitero militare austro-ungarico e le due tombe ebraiche






A Štanjel, sul Carso sloveno, un sentiero nascosto, sotto il paese, conduce in una zona verde ed appartata. E' lì che si trova il vecchio cimitero austro-ungarico, fatto costruire, su progetto dell'architetto Joseph Ulrich, già nel corso della prima guerra mondiale, per potervi seppellire i soldati dell'esercito austro-ungarico ed i prigionieri russi morti nel vicino ospedale, allestito nel castello. I lavori si conclusero solo alla fine del conflitto, con la collaborazione dell'architetto Max Fabiani, nato a Kobdilj, il piccolo paese vicino a Štanjel. 
La zona di sepoltura era completata dalla facciata di un tempio a quattro colonne, con frontone, alla quale si accedeva mediante una scalinata monumentale in pietra bianca. I dati relativi al numero di sepolture sono controversi e variano dai 993 dell'Archivio militare di Vienna, ai 1315 delle autorità italiane. Oggi non rimane molto della struttura originaria e moltissime croci sono state rimosse, però rimangono due stele, una delle quali si intravede nella foto che riprende l'intera struttura all'epoca della realizzazione, a segnalare altrettante sepolture ebraiche, perdute nel verde, in un contesto di grande tranquillità e serenità, che originariamente il cimitero non aveva. I due soldati sepolti combatterono su fronti opposti.
Una delle sepolture porta il nome di Dezső Steiner, sottufficiale appartenente al 46° reggimento, morto il 19 agosto 1917, l'altra, quello di Solomon Gershow (Gershon?) Fomin, russo, morto il 13 maggio del 1918. 
Da ricordare ancora che i prigionieri russi parteciparono ai lavori per la costruzione del cimitero. 







(📷 Daniela Durissini. Le foto d'epoca sono tratte dallo spiegone presente in loco)

mercoledì 15 aprile 2020

Fotografare l'architettura. I Propilei di von Klenze

Monaco di Baviera
Leo von Klenze. Propilei (1854-1862)

Monaco. Propilei (foto Daniela Durissini)
Monaco di Baviera Propilei
Monaco. Propilei (foto Daniela Durissini)
Leo von Klenze, architetto scelto da re Ludwig I di Baviera per sistemare alcune parti della città di Monaco, iniziò, nel 1815, a progettare lo spazio della Köingsplatz, nella quale trovarono posto, fronteggiandosi, due edifici importanti come la Glyptothek e l'Antikensammlungen. Tra il 1854 ed il 1862 chiuse lo spazio con i Propilei, realizzati, come gli altri due, in stile neoclassico, molto amato dal re e di cui l'architetto fu uno dei maggiori esponenti in Germania. 
Ognuno degli edifici doveva rappresentare uno degli stili della Grecia classica ed i Propilei furono eseguiti secondo i canoni dello stile dorico, il più antico ed il più lineare. Il blocco centrale, sormontanto da un timpano con fregio, presenta sei colonne in facciata. Ad esso sono addossate, ai due lati, due torri a pianta quadrata. La costruzione, inizialmente una delle porte d'accesso alla città, perse d'importanza quando l'abitato si sviluppò e divenne un monumento a sé stante, (dedicato alla guerra d'indipendenza greca ed alla vittoria contro i Turchi) a corona della lunga prospettiva della Brienner strasse, che traguarda l'obelisco della Karolinenplatz (realizzato con la fusione dei cannoni catturati ai Turchi durante la stessa guerra). 

⇒(click) Il libro: N. Pevsner, J. Fleming, H. Honour, Dizionario di architettura, Torino, Einaudi, 1981; 2019

venerdì 10 aprile 2020

Letture. Arkadij e Boris Strugackij. La chiocciola sul pendio



Non è facile parlare di questo libro dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij, noti scrittori russi di fantascienza, dato che, come precisa nella postfazione uno degli autori, Boris, questo lavoro ha avuto una lunghissima gestazione, è stato più volte modificato e, in ultima analisi, non può definirsi propriamente un racconto di fantascienza. Pensato inizialmente come tale, nell'Unione Sovietica degli anni Sessanta, ed elaborato con grande difficoltà ed a prezzo di molti ripensamenti, il racconto che oggi leggiamo è composto da due narrazioni separate, che in un primo momento hanno visto la luce singolarmente. Solo con la Perestrojka e quindi con la maggior libertà di espressione, il libro è stato ripensato e pubblicato nella veste attuale. 
I due ambienti in cui si svolge il racconto sono il Direttorato per le Foreste, e la vicina foresta. Entrambi sorprendono il lettore ed il protagonista, Perec, il quale è giunto al Direttorato attratto proprio dal mondo che sta ai suoi piedi e che è destinato a scomparire se i progetti di estirpazione e trasformazione previsti andranno a buon fine. La grande metafora, che ancor oggi, a più di cinquant'anni dalla prima redazione ed a più di trenta da quella definitiva, riesce ad inquietare, mette in scena un mondo, quello del Direttorato, ormai distrutto dalla ripetitività, dalla burocrazia e dalla velocità, in cui anche le macchine si ribellano e dal quale, ogni tanto, fuggono, contrapposto ad un mondo nuovo, ancora necessariamente confuso, pieno di trabocchetti, di luoghi che mettono paura, ma anche di vita. Ed è una vita eccessiva ed incontenibile quella che si studia alla stazione biologica, che dipende dal Direttorato ma si trova nella foresta, indicata peraltro genericamente come tale, ma composta in realtà da rocce che si elevano al di sopra del manto verde, da paludi, da colline, e nella quale si incontrano anche villaggi, alcuni abbandonati e sommersi dalle acque, altri abitati da uomini semplici, anch'essi impegnati in gesti e discorsi ripetitivi, diversi però da quelli degli uomini del mondo superiore, più lenti, meno programmati, poco consapevoli. 
Il secondo protagonista, un pilota di elicottero caduto nella foresta e raccolto e curato dai suoi abitanti, è Kandid, nome evocativo di un personaggio che possiede un animo puro e semplice, che si adatta a vivere in uno dei villaggi, e che vuole esplorare la zona, trovare la città di cui tanto si parla ma che nessuno ha mai visto, e che riesce, se pur per poco, ad entrare in contatto con il mondo femminile che risulterà dominante e vincente. 
Le donne, nella foresta, giocano un ruolo importantissimo, dimostrando una capacità, che gli uomini non hanno, di adattarsi al nuovo, e di saper condurre il gioco, di saper guardare al futuro, dato che è proprio questo che la foresta rappresenta. Le paure, i luoghi misteriosi, le paludi, la nebbiolina lilla che pervade molte zone e trasforma gli uomini togliendo loro la capacità di ragionare, sono fenomeni che le donne affrontano e dominano, perché capaci di lasciarsi alle spalle il noto per l'ignoto. La conquista della foresta, cioè del mondo futuro, avviene infatti solo se si è pronti a rinunciare alla sicurezza, ben più paurosa, in fondo, del certo, del programmato e dell'abitudine. C'è da dire, tra l'altro, che quando il libro è stato dato alle stampe nella sua versione definitiva, l'invenzione della foresta iniziava ad essere più che mai attuale, con la nuova coscienza ambientale che si andava sviluppando. 
La scrittura dei fratelli Strugackij, specie in alcune parti, è spiazzante, e non si può far altro che frugare nel proprio bagaglio culturale, alla ricerca dei giusti riferimenti letterari che consentono di chiarire alcuni punti oscuri. Ma nel superarli si avrà la soddisfazione di aver compreso appieno i messaggi inseriti in questo racconto complesso e fantastico in cui il titolo stesso si riferisce alla difficoltà del procedere sulla via di un progresso alternativo che comprenda anche la salvaguardia dell'ambiente e, soprattutto, dei nostri istinti più autenticamente umani. 

⇒(click) Il libro: Arkadij, Boris Strugackij, La chiocciola sul pendio, Catania, Carbonio Editore, 2019, trad. D. Liberti

mercoledì 8 aprile 2020

Fotografare l'arte. Aquileia. Il rilievo di Giove Ammone

Aquileia. Museo Archeologico Nazionale
Plinto con Giove Ammone (I sec. d. C)

Aquileia. Plinto con Giove Ammone (foto Daniela Durissini)

Il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, tra gli altri capolavori provenienti dagli scavi archeologici, espone un plinto, con il rilievo della testa di Giove che presenta le corna tipiche del dio Ammone, il cui culto ha origini egiziane. Il dio Ammon, in epoca classica, fu assimilato a Zeus ed il suo oracolo, nell'oasi di Siwa, uno dei più celebri ed ascoltati del mondo antico, fu consultato anche da Alessandro Magno, prima di intraprendere alcune delle sue più importanti imprese militari. 
Il plinto di Aquileia faceva parte della decorazione del foro, sui cui porticati si alternavano le figure di Giove Ammone e di Medusa, separate da amorini, a significare l'unione tra il mondo occidentale e quello orientale, realizzata sotto l'impero romano, che qui, ad Aquileia, crocevia di scambi economici e culturali, assumeva un significato particolare.  


venerdì 3 aprile 2020

Letture. Mario Vargas llosa. La guerra del fin del mundo (La guerra della fine del mondo)



Mario Vargas Llosa scrisse questo lungo romanzo storico dopo aver consultato le fonti dell'epoca che ricordavano la guerra di Canudos, combattuta tra l'esercito brasiliano ed una comunità formatasi attorno ad un personaggio particolare, tale Antonio, detto Consigliere.
I fatti, particolarmente interessanti, si svolsero tra il 1896 ed il 1897 e videro un gruppo sempre più nutrito di persone insediarsi nell'azienda di proprietà del barone di Canabrava, nella regione di Bahia, vivendo semplicemente, come predicava il "santo" Consigliere, ma contro le regole dello stato, che alla fine non potè più ignorare il fenomeno e dovette combatterlo. 
Allora si era da poco costituita la Repubblica, che appariva ancora fragile; le due fazioni, quella monarchica, che aveva sostenuto l'imperatore, e quella repubblicana, si guardavano con sospetto ma la repubblica stava muovendo i primi passi e venivano promulgate le leggi per l'organizzazione dello stato. Innanzitutto venne indetto un censimento, ovvio provvedimento destinato a comprendere effettivamente la consistenza della popolazione ed a conoscerne la distribuzione ed i mezzi di sussistenza, quindi venne stabilita la divisione tra stato e chiesa e vennero introdotti i matrimoni civili. Inoltre, tra i nuovi provvedimenti vi fu l'adozione, obbligatoria, del sistema metrico decimale. 
Tutto ciò contrastava con le idee di Antonio Consigliere che, da quieto predicatore che, con un piccolo seguito, girava per i villaggi del sertao a restaurare chiese e cimiteri ed a predicare la vita semplice, divenne la figura carismatica capace di attirare accanto a sé, convertendoli ad una vita fatta di sacrifici e di stenti, i più temibili banditi del sertao, le persone che avevano commesso i delitti più efferati, ma anche i malati, i deboli, ed infine i poveri contadini e allevatori della zona che, piegati da carestie ed epidemie, avevano perso tutto ed a Canudos trovavano soprattutto dei nuovi rapporti umani. Lì, attorno all'azienda abbandonata, di proprietà del barone di Canabrava, questa moltitudine di poveri, diseredati, straccioni, non si sentiva esclusa e, seguendo i pericolosi insegnamenti del predicatore, rifiutò il censimento, il matrimonio civile, persino il sistema metrico decimale e tutto ciò che proveniva da quella repubblica considerata dal Consigliere come prodotto del diavolo, decidendo di combatterla a prezzo della vita che già, alla maggior parte degli abitanti di Canudos, era sembrata valere assai poco. Per volere di Antonio Consigliere, tutti avevavano collaborato alla costruzione di un grande tempio in cui rendere omaggio a Dio ed al Buon Gesù, e nel quale chiedere la grazia di una morte che, avrebbe finalmente donato la serenità alle anime così provate dalla vita terrena. 
Quando, preoccupato dall'espandersi del fenomeno, lo stato mandò l'esercito a combattere i ribelli, questi, guidati dai famosi cangaceiros, riuscirono a resistere a ben tre spedizioni, una delle quali guidata dal famoso generale Moreira Cesar, un eroe della patria, convinto repubblicano, e furono vinti, a fatica, e dopo una dura resistenza, soltanto dalle forze riunite di diversi battaglioni, e dall'impiego di cannoni che, per giorni e giorni, spararono su Canudos, fino a ridurla praticamente in polvere. 
Il racconto, assai complesso, attraverso le vicende dei diversi personaggi, dei quali Vargas Llosa traccia un ritratto vivissimo e documentato, ci restituisce una realtà quasi sconosciuta in Occidente, quella di un Brasile all'inizio di un percorso democratico difficile e tortuoso, che doveva fronteggiare una situazione economica e sociale assai complicata, gestendo un territorio vastissimo e non omogeneo, in precedenza del tutto disorganizzato, e sul quale inisistevano le aziende in mano alla nobiltà che, in un certo senso, avevano sostituito lo stato e rappresentavano le sole entità organizzate con le quali gli abitanti erano abituati a confrontarsi.
In una situazione del genere, il fenomeno straordinario dell'uomo che possedeva solo una tunica sdrucita ed un paio di sandali, che predicando l'amore di Dio, aveva dimostrato nei fatti che non occorreva nulla di più per vivere e salvarsi l'anima, riuscendo a far convergere a Canudos migliaia di persone adoranti, diventa comprensibile, come si è disposti a comprendere il perché di questa sorta di "follia collettiva" che portò al sacrificio dai 25000 ai 30000 abitanti dell'insediamento. 
Vargas Llosa ambienta una buona parte della narrazione nella casa di Salvador del barone di Canabrava, dove il proprietario  si confronta con il giornalista che assistette alla disfatta di Canudos, ed in realtà l'intero racconto è stato ispirato dal resoconto dei fatti di Euclides de Cunha, giornalista brasiliano che, testimone dell'ultima parte della storia di Canudos, scrisse alcuni articoli e soprattutto il libro Os sertoes, in cui la raccontò. 
La guerra de la fin del mundo è forse il libro migliore di Vargas Llosa, al quale lavorò per diversi anni, dal 1977 al 1980, effettuando accurate ricerche per chiarire i fatti storici, essendo la prima volta che un suo racconto non era ambientato in Perù, suo paese d'origine. Tra l'altro s'era pensato alla sceneggiatura di un film, che poi non si fece. A questo libro, pubblicato nel 1981, lo scrittore è rimasto particolarmente legato, tanto da citarlo per primo nel discorso tenuto in occasione del ritiro del premio Nobel per la letteratura (2010).

⇒(click) Il libro: Mario Vargas Llosa, La guerra del fin del mundo, Alfaguara 2016
Mario Vargas Llosa, La guerra della fine del mondo, Torino, Einuadi, 2008, trad. A. Morino

giovedì 2 aprile 2020

Fotografare l'architettura. Trieste (Palazzo Gopcevich)

Trieste. Palazzo Gopcevich

Palazzo Gopcevich (📷 Daniela Durissini)

L'edificio, di grandi dimensioni, in stile eclettico, fu commissionato dal ricco commerciante ed armatore Spiridione Gopcevich, di origini serbe, all'architetto Giovanni Andrea Berlam (Trieste 1823-Trieste 1892). I lavori per la sua realizzazione iniziarono nel 1850. Il progettista, ispirandosi al Quattrocento lombardo e ad alcuni palazzi veneziani, ideò l'imponente facciata colorata che si specchia nel canale, organizzata su quattro piani, scanditi ognuno da una lunga fila di quindici finestre, oltre al pianterreno, dove si aprono le tre porte d'accesso. 
La facciata è assolutamente simmetrica: al primo piano un balcone centrale, posto sopra la porta d'ingresso principale, è sostenuto da mensole scolpite con cavalli alati, mentre due nicchie per ogni lato, ospitano delle statue che raffigurano personaggi storici serbi; lo stesso motivo è ripreso nei due balconi del secondo piano, ognuno collocato al di sopra delle due nicchie e delle due porte laterali d'ingresso.

Il palazzo riflesso nel canale (📷 Daniela Durissini)

Il palazzo originariamente ospitava la dimora della famiglia e l'attività imprenditoriale del proprietario e pertanto erano stati creati gli spazi per ampi magazzini di stoccaggio; oggi è sede del Museo Teatrale Schmidl ed ospita la Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte.



mercoledì 1 aprile 2020

Culture. La tradizione del tombolo

Slovenia. Smartno. Realizzazione di un merletto al tombolo
(
📷 Daniela Durissini)
Il termine tombolo indica tanto il merletto quanto lo strumento utilizzato per realizzarlo, un cuscino generalmente a forma cilindrica, fissato su un supporto che consente di girarlo man mano che si procede con il lavoro.
La merlettaia segue un disegno fissato sul cuscino e lo realizza mediante un complicato intreccio del filo di cotone fissato su fuselli di legno, che vengono utilizzati a coppie. Nelle realizzazioni più semplici vengono impiegate poche coppie di fuselli, che vengono incrementate nel caso in cui il lavoro si presenti più complesso. 

(📷 Daniela Durissini)
Questo tipo di lavorazione deriva da una tradizione antica, che si è conservata nei secoli, assumendo caratteristiche diverse a seconda delle località nelle quali è praticata. Poiché il merletto al tombolo è stato riconosciuto come un'eredità culturale di grande valore, vi sono diverse scuole, diffuse sia in Italia che all'estero, che favoriscono l'apprendimento di quest'arte secondo diverse tipologie di lavorazione.
Ci vuole molta esperienza e soprattutto molta pazienza per realizzare i piccoli capolavori che, l'occhio esperto, sa riconoscere ed attribuire alle diverse località di provenienza, basandosi sul materiale impiegato, sui disegni proposti, e sulle diverse tecniche di realizzazione. 
A difesa della tradizione e con l'intento di salvaguardarla, è stata fondata, nel 1979, a Gorizia, una scuola di lavorazione al tombolo, il cui insegnamento è stato seguito da diverse merlettaie che hanno contribuito a mantenere viva quest'arte. Oggi la Fondazione Scuola Merletti di Gorizia ha sostituito la vecchia istituzione, con gli stessi fini di mantenimento della tradizione e di diffusione del marchio collettivo "Merletto goriziano". 
In Italia, a dimostrazione del permanere di una consolidata tradizione, sono celebri i merletti (dentelles) di Cogne, quelli di Predoi (Val Aurina), quelli di Cantù, quelli di Rapallo e molti altri. Nella vicina Slovenia, vanno ricordati i merletti di Idrija, in Croazia, quelli di Lepoglava.


⇒(click)  I merletti di Idrija