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giovedì 27 settembre 2018

Pensieri d'autore. Grazia Deledda

Fontana Piazza San Pietro
Roma. Piazza San Pietro. Fontana (foto Daniela Durissini)

"Adattarsi bisogna" - disse Efix versandogli da bere - "Guarda tu l'acqua: perché dicono che è saggia? perché prende la forma del vaso dove la si versa".


da Grazia Deledda, Canne al vento (1969)

Grazia Deledda (28 settembre 1871, Nuoro - 15 agosto 1936, Roma) scrittrice, ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1926.


⇒(click) Il libro: Grazia Deledda, Canne al vento

mercoledì 26 settembre 2018

Fotografare l'arte. Fontana dei LIbri

Pietro Lombardi (1927). Fontana dei Libri

Roma Fontana dei Libri
Roma. Via degli Stadeari (foto Daniela Durissini)

Pensieri d'autore. Jonathan Swift

Sebastiano del Piombo Polifemo
Roma. Villa Farnesina. Sebastiano del Piombo. Polifemo (foto Daniela Durissini)


Gulliver a colloquio con il re dei Giganti: La sua scienza del governo era chiusa in limiti strettissimi, riducendosi al buon senso,  alla ragionevolezza, alla dolcezza, alla sollecitudine nel decidere le questioni civili e penali, e a simili volgari principi di cui non mette neppur conto parlare. Egli finì con un paradosso di questa fatta: che l'uomo capace di far crescere due spighe o due fili d'erba dove prima ne cresceva soltanto uno, sarebbe stato più utile al genere umano e al proprio paese, di tutta la genia dei nostri polticanti.


Da Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver


⇒(click) Il libro: I viaggi di Gulliver (liberliber, prima versione italiana integrale, 1921)

martedì 25 settembre 2018

Sequoia National Park

Sequoia gigante da M. Dubois, C. Guy, Album Géographique (1896-1906)

Il 25 settembre del 1890 veniva istituito in California, il Sequoia National Park, che comprendeva una vasta area (1635 kmq) nella parte meridionale della Sierra Nevada, in cui si trova, tra l'altro, il Monte Whitney che, con i suoi 4421 metri è il più alto degli Stati Uniti, escludendo l'Alaska e le Hawai. Il Parco fu istituito principalmente a protezione dei grandi alberi di sequoia gigante, alcuni dei quali antichissimi, che costituiscono tuttora l'attrazione principale per i visitatori. Un esemplare in particolare, chiamato General Sherman, in onore di un generale della Guerra di Secessione Americana, secondo alcune misure effettuate nel 1975, raggiunge un'altezza di quasi 84 metri ed ha una circonferenza a terra di più di 31 metri. La combinazione di queste due misure fa sì che venga considerato l'albero più grande del pianeta.
Oggi il parco è gestito, assieme al vicino Kings Canyon Park, dal National Park Service.


⇒(click) Video della Sequoia General Sherman


lunedì 24 settembre 2018

Uno straordinario spaccato di storia del Medio Oriente: I baroni di Aleppo




Chiunque abbia avuto la fortuna di recarsi ad Aleppo prima della guerra civile e delle distruzioni che hanno sconvolto la magnifica città siriana, avrà avuto occasione di vedere il famoso Hotel Baron, che racchiude in sé un pezzo importante della storia del luogo. Oggi l'hotel sopravvive, con enorme difficoltà, e grazie alla caparbietà degli attuali proprietari ma, un tempo, fu uno dei più noti alberghi del Medio Oriente. Il bellissimo libro, scritto da Flavia Amabile e Marco Tosatti, ci racconta la storia della famiglia Mazloumian, giunta dall'Armenia, e delle vicende che portarono alla costruzione di questo straordinario edificio, non dimenticando di narrare, sullo sfondo, le vicende che caratterizzarono, in quei luoghi, gli anni cruciali a cavallo tra il secolo XIX ed il XX. 
Erano gli anni in cui si stava dissolvendo l'impero ottomano, che tuttavia occupava ancora alcune delle più importanti città del Medio Oriente, quando Krikor Mazloumian lasciò il paese natale di Antchurty, nell'Anatolia orientale, per recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme. Il viaggio non fu dei più tranquilli, a causa dell'incerta situazione politica, dei molti pericoli che rendevano difficile procedere sulle strade malsicure che collegavano i diversi centri abitati, ed incerto l'arrivo, ma Krikor riuscì a raggiungere la città santa ed a tornare sano e salvo al paese. Aveva visitato, tra le altre, città come Aleppo, della quale non era rimasto troppo favorevolmente impressionato, Damasco, Beirut. Quando la situazione politica si deteriorò ulteriormente però, fu proprio ad Aleppo che decise di trasferirsi, questa volta viaggiando assieme alla famiglia e lasciando per sempre Antchurty. Con il denaro che aveva messo da parte acquistò e fece rimodernare un piccolo edificio, vicino alla dogana, che trasformò nell'Ararat hotel, il primo gestito dalla famiglia Mazloumian.  Passati alcuni anni Onnig ed Armen, figli di Krikor, costruirono a loro volta due alberghi ed in seguito decisero di impegnarsi in un'impresa particolarmente costosa: la costruzione di un nuovo, grande, hotel, che avrebbero gestito congiuntamente, dotato di tutte le comodità e, questa volta, sito vicino alla stazione ferroviaria, dove nessuno immaginava che potesse avere il benché minimo successo. I due fecero arrivare da Parigi il famoso architetto Kaspar Nafilyan, il quale redasse il progetto per il nuovo edificio che, il giorno dell'inaugurazione, si presentò davvero magnifico agli occhi stupefatti dei numerosi, importanti, invitati. 
Da quel giorno l'hotel, che proprio grazie alla posizione, attirò presto molti visitatori, tra i quali personaggi importanti, come Lawrence d'Arabia ed Agatha Christie, divenne una ssata obbligata per coloro che giungevano ad Aleppo e per molto tempo fu l'unico albergo di classe della città. Ben presto fu circondato da molti altri edifici e non fu più isolato come nei primi tempi. Il vecchio Krikor aveva visto giusto, quando aveva deciso che quella sarebbe stata la meta definitiva del suo viaggio, capace di offrire protezione e nuove opportunità alla famiglia. Ma se Aleppo diede molto  ai Mazloumian questi diedero molto ad Aleppo, attirando con i servizi eccezionali forniti dal loro albergo importanti visitatori che lì trovavano un'accoglienza superiore a quella fornita dalla maggior parte degli alberghi di tutto il Medio Oriente. L'hotel Baron divenne così importante ed insostituibile luogo di incontro per coloro che, in quegli anni, percorrevano le strade di una regione dal divenire incerto e complesso e che, alle volte, si trovarono a deciderne le sorti. E sono proprio le dinamiche che portarono alla divisione dell'area mediorientale ed alla creazione degli attuali paesi che fanno da sfondo a questa storia straordinaria, rendendola ancora più interessante. 
Il libro, assai ben documentato e scritto in modo molto piacevole, è stato pubblicato una prima volta dalla Gamberetti Editrice, ed è stato poi ripubblicato da La Lepre edizioni nel 2011.


⇒(click) Il Libro: Flavia Amabile, Marco Tosatti, I baroni di Aleppo (ora anche in formato Kindle)


giovedì 20 settembre 2018

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica



Ho letto La ragazza con la Leica, il libro della Janeczek, pubblicato da Guanda nel 2017, che ha vinto il premio Bagutta ed il premio Strega, entrambi nel 2018. Devo dire che non mi è piaciuto, soprattutto verso la fine l'ho trovato piuttosto noioso, ma anche nell'insieme non mi ha entusiasmata. Ne parlo perché, comunque sia, si tratta di un lavoro che ha richiesto un lungo lavoro di ricerca da parte dell'autrice, che ha scelto di rappresentare la protagonista della storia, Gerda Pohorylle, poi Gerda Taro, dal punto di vista di alcuni di coloro che la conobbero e che condivisero con lei il periodo dell'esilio e l'esperienza della guerra civile spagnola. Helena Janeczek scrive la biografia della fotografa, morta in Spagna, a Brunete, sul campo di battaglia, travolta da un carro armato, a soli 27 anni, partendo dai suoi primi anni in Germania e seguendone la vicenda umana, professionale e politica. Nata nel 1910 da genitori ebrei polacchi, dovette lasciare il suo paese e rifugiarsi in Francia, a Parigi, dove svolse diversi lavori prima di iniziare a fotografare. La sua amicizia e poi l'amore per l'ungherese Endre Friedman, che in seguito si fece chiamare Robert Capa, rappresentò indubbiamente lo stimolo per dedicarsi con sempre maggior serietà alla fotografia. Con la sua Leica, e non solo, Gerda eseguì dei réportages dalle zone di guerra, quando in Spagna si iniziò a combattere quello che doveva rivelarsi un conflitto lungo e sporco, in cui non si combatté soltanto tra nemici dichiarati ma anche tra le diverse fazioni della sinistra. Come si seppe in seguito, e forse non era ancora chiaro allora, quella guerra portò alla resa dei conti tra le diverse anime del partito comunista, facendo non poche vittime. Dalla voce di nessuno dei testimoni sopravvissuti si può evincere il grado di consapevolezza di Gerda e Robert su quanto realmente stava accadendo dietro le quinte del conflitto, ma quello che emerge diffusamente è il carattere caparbio ed ambizioso di lei, abituata ad essere ammirata da tutti, a fronte di un comportamento molto meno impegnato di lui, che pur divenne uno dei maggiori fotografi di guerra del secolo. Interessante il raffronto tra le foto eseguite dai due sullo stesso soggetto, a dimostrazione di come vedessero con occhio differente la medesima situazione. E con occhio differente i due vedevano anche la vita, senz'altro più seria ed impegnata lei, che nessuno riuscì a dissuadere dal tornare in Spagna in un momento particolarmente critico. La morte di Gerda, che sopportò con coraggio la fine, a seguito della terribile ferita procuratale dal carro armato, sopraggiunta dopo molte ore di sofferenze atroci, colpì molto, allora, l'opinione pubblica e, quando la salma fu traslata a Parigi, fu accolta da una moltitudine di persone che la accompagnarono al Père Lachaise, dove fu tumulata.
La storia della ragazza con la Leica è una vicenda importante per molte ragioni e, le ricerche eseguite per poterla scrivere, la rendono interessante, tuttavia la narrazione è a tratti faticosa e sembra che l'autrice stessa abbia dovuto affrontare non pochi problemi per mettere insieme le troppe informazioni assunte, o meglio quelle, probabilmente in numero eccessivo, che ha voluto riportare nel suo libro. 


mercoledì 19 settembre 2018

La Foresta di Tarvisio

Foresta di Tarvisio (foto Daniela Durissini)

Taglio della legna (foto Daniela Durissini)
Ai piedi delle Alpi Giulie occidentali, ed al confine con Austria e Slovenia si estende la foresta di Tarvisio, la più grande area boschiva demaniale italiana, al di fuori dei parchi, che, con i suoi 24000 ettari di comprensorio, interessa i comuni di Tarvisio, Malborghetto-Valbruna e Pontebba. L'area ha una storia molto particolare: da quando, nel 1007, fu donata dall'imperatore Enrico II, il Santo, di origini bavaresi, al vescovado bavarese di Bamberga, rimase di proprietà della Chiesa per più di sette secoli, fino al 1759, allorché la acquistò l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, concedendo però ai locali i diritti di servitù. A seguito però della massiccia deforestazione, dovuta allo sfruttamento eccessivo e non pianificato, il governo austriaco, nel secolo successivo, la reintegrò nei beni statali ed il governo italiano, al quale fu assegnata dal trattato di pace di San Germano, posteriore alla prima guerra mondiale, la affidò al Demanio statale. In seguito le proprietà ex-ecclesiastiche confluirono dapprima in un'azienda amministrata dal Fondo per il Culto e, con la revisione dei patti lateranensi, al Fondo Edifici per il Culto del Ministero degli Interni. La gestione è condotta oggi dal Ministero dell'Agricoltura di concerto con l'Azienda per le Foreste del Friuli Venezia Giulia. In questo modo vengono preservati i diritti di sfruttamento delle popolazioni locali e nello stesso tempo si attua un'attenta politica di controllo della fauna e della flora, qui particolarmente interessanti. A questo proposito va segnalata la presenza dell'abete rosso di risonanza, il cui legno è molto prezioso ed ambito per la costruzione di strumenti musicali. 
Foresta di Tarvisio (foto Daniela Durissini)
Fortunatamente i boschi non sono troppo frequentati e ci sono angoli solitari e selvaggi, tuttavia, in alcuni punti chiave, rappresentati dal fondovalle di Valbruna e, soprattutto, dai laghi di Fusine, la pressione turistica è davvero troppo impattante. Nel caso di Fusine si permette alle auto di accedere alla stretta strada che conduce ai laghi e di parcheggiare a lato degli stessi dove, sprattutto nelle domeniche estive, si creano ingorghi, difficilmente risolvibili, portando così l'inquinamento ed il rumore in un luogo che dovrebbe essere il simbolo stesso della pace e della tranquillità. 
Occorre dire inoltre che, per quanto riguarda la sentieristica e la segnaletica ci sarebbe ancora molto da fare. Mantenere i sentieri (tutti, non soltanto quelli più frequentati) e le opportune segnalazioni, invoglierebbe l'escursionista a percorrerli, cercando itinerari alternativi e scoprendo così angoli meravigliosi di questo impareggiabile mondo montano ed alleggerirebbe l'eccessiva pressione sulle zone più conosciute.