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lunedì 30 ottobre 2017

La valle del fiume Giordano




Monte Hermon

Il fiume Giordano nasce dal massiccio del monte Hermon, che si trova al confine tra Israele, Siria e Libano e, dopo un percorso di 320 chilometri, durante il quale attraversa anche il lago di Tiberiade, si getta nel Mar Morto. La cima della montagna, che supera, seppur di poco, i 2800 metri di quota, viene identificata, in alternativa al monte Tabor, con il luogo biblico in cui avvenne la trasfigurazione di Gesù.
Il fiume, anticamente, come ricorda la Bibbia, faceva della valle in cui scorre un vero e proprio giardino, rendendola fertile e facilmente coltivabile. Nel libro della Genesi, al momento in cui Abramo e Lot decidono di separarsi, quest'ultimo deve scegliere da che parte andare “E Lot alzò gli occhi e vide l'intera pianura del Giordano. Prima che l'Eterno avesse distrutto Sodoma e Gomorra, essa era tutta quanta irrigata fino a Tsoar, come il giardino dell'Eterno, come il paese d'Egitto. E Lot si scelse tutta la pianura del Giordano, e partì andando verso oriente. Così si separarono l'uno dall'altro”.



Valle del Giordano e Tiberiade
Da Umm Qais la Valle del Giordano e il lago di Tiberiade (foto C. Nicotra)

Oggi però quel giardino meraviglioso non esiste più, poiché la portata del fiume, soprattutto dal lago di Tiberiade in poi, è drasticamente diminuita, a causa dello sfruttamento da parte degli stati attraversati da queste acque così preziose in un territorio tendenzialmente arido, come quello della parte settentrionale della grande depressione della Rift Valley.
I paesi che sfruttano maggiormente il fiume sono Israele, Siria e Giordania. Già cinquant'anni fa Israele ha iniziato a captare l'acqua del lago di Tiberiade per poter irrigare un vasto territorio che va fino al deserto del Negev e, parallelamente, Siria e Giordania hanno iniziato a sfruttare le acque dello Yarmuk, importante affluente del Giordano, per i medesimi motivi.



Area Mar Morto
Accesso all'area del Mar Morto dalla Giordania (foto C. Ncotra)

Ma ciò che succede solo pochi chilometri a sud del lago di Tiberiade, dove è stata costruita una grande diga in territorio israeliano, caratterizza fortemente il paesaggio della valle. Chi percorre la strada che, parallela al fiume, segna il confine tra Giordania ed Israele, osserva come da un lato, quello israeliano, le coltivazioni di alberi da frutto siano verdi e rigogliose, mentre dall'altro lato, quello della Giordania, vi sia una lunga fascia desertica. L'acqua, bene prezioso e conteso, in questo tratto di terra segna fortemente il paesaggio e condiziona la vita degli abitanti dei due paesi. 
Parallelamente le acque del Mar Morto calano vistosamente ogni anno e sono fortemente inquinate dagli scarichi fognari che confluiscono nel letto del fiume, convogliati subito dopo l'ultima diga israeliana, pochi chilometri a sud del lago.

Umm Qais
Umm Qais. Valle del Giordano (foto C. Nicotra)

Del problema si occupa anche la Ong giordano-israelo-palestinese, EcoPeace Midlle East, con sede ad Amman, che tenta di sensibilizzare le amministrazioni dei tre stati confinanti, affinché si provi a porre rimedio a questa catastrofe ambientale.
Anticamente il Mar Morto si estendeva su una superficie molto vasta oggi ridotta a meno di 650 chilometri quadrati, a causa certo del fattore importantissimo (e negativo) del cambiamento climatico e della maggior aridità della zona, ma soprattutto delle azioni umane di captazione e sfruttamento delle acque messe in atto dagli anni Sessanta a monte dello specchio d'acqua, ormai a rischio estinzione. Dei due bacini collegati di pochi anni or sono ne è rimasto, in pratica, uno soltanto, che continuamente cala di livello. Per questo motivo nel 2013 Giordania, Israele e Palestina hanno presentato un progetto per alimentarlo, attraverso una conduttura, al Mar Rosso. 
Nel sito di al-Bakoora, dove ci si affaccia sulla strada 90, che va da Eilat al lago di Tiberiade, e dove è severamente proibito scattare foto, la portata del fiume è ridottissima. Proprio nei pressi di questa località la ONG ha proposto la creazione di un Parco della pace, su un isolotto artificiale, dove gli abitanti della regione possano accedere liberamente, senza documenti, incontrarsi e confrontarsi. Non solo un'utopia per una zona così tormentata.
E non lontano da qui il fiume Giordano è attraversato da tre ponti, quasi a simboleggiare la continuità del suo ruolo di unione e non di divisione sul territorio. Non a caso si tratta di un ponte romano, di un ponte ottomano e di un ponte britannico. 
Del resto la valle era percorsa fin dall'antichità da una fitta rete commerciale, come dimostrano i rinvenimenti archeologici a Beit She'an (Israele), Pella ed Umm Qais (Giordania), che testimoniano di culture ampiamente condivise tra i diversi centri della regione. 
La ONG pertanto tenta di recuperare queste caratteristiche della zona a favore della pace tra i popoli confinanti.


Pella
Pella nella valle del Giordano (foto C. Nicotra)


⇒(click)Il giardino di Dio è sfiorito e inquinato   (interessante articolo sulla situazione della Valle del Giordano )






mercoledì 25 ottobre 2017

Giordania- Jerash


Jerash - Foro ellittico e cardus maximus
Jerash. Foro e cardus maximus (foto C. Nicotra)

Situata a circa 30 chilometri a nord di Amman, Jerash, l'antica Gerasa, sorgeva a lato della Via Regia che collegava un tempo Heliopolis, in Egitto, al fiume Eufrate.
Abitato sin dalla preistoria, il sito, probabilmente, non fu mai abbandonato e ad una cultura ne succedette un'altra ed un'altra ancora. Ciò fu dovuto senza dubbio alla posizione favorevole, accanto al Wadi Jerash, corso d'acqua che consentiva di praticare l'agricoltura. Gli scavi archeologici ci restituiscono reperti che confermano una presenza costante dell'uomo, dal neolitico all'epoca romana, epoca in cui si sviluppò una città di notevole importanza. Già dopo la conquista di Alessandro Magno il piccolo centro si era sviluppato notevolmente ma i romani, annettendolo alla provincia di Siria (64 a.C.), ne fecero uno dei centri nevralgici della Decapoli, incrementandone l'importanza strategica e commerciale. E furono proprio i traffici regolari con il regno nabateo del sud della regione, oltre alla possibilità di coltivare i terreni resi fertili dalle acque del Wadi Jerash, ad arricchire la città, che nel corso del I secolo d.C. venne ampliata secondo il modello romano: comparve allora l'ampia strada centrale, sull'asse nord-sud (cardo), facente capo al foro ellittico, che rimane ancor oggi una delle più significative testimonianze del passato, e vennero realizzate anche le vie laterali (decumani), sull'asse est-ovest. Man mano che la città si arricchiva e si ampliava venivano eretti nuovi ed imponenti edifici. La città crebbe in particolare sotto Traiano, che annesse il regno nabateo, e sotto Adriano, che la visitò nel 129. In quell'occasione fu eretto l' imponente arco di trionfo, tuttora visibile. All'inizio del III secolo divenne colonia, ma già alla fine del secolo iniziò il processo di declino, dovuto principalmente allo spostamento degli assi commerciali verso il mare, anche a causa della caduta di Palmira. Tuttavia rimase comunque una città importante per un lungo periodo, almeno fino alla conquista da parte dapprima dei persiani e poi degli arabi, nei primi decenni del VII secolo. Fu il terribile terremoto del 747 che la rase al suolo e che ne determinò il declino definitivo.


Jerash - Porta meridionale
Jerash. Porta meridionale (foto C. Nicotra)


Il sito archeologico che oggi vediamo è uno dei più importanti del paese.

Pianta di Jerash (By Hobe / Holger Behr (Proprio lavoro) [Public domain], via Wikimedia Commons)

Ciò che colpisce il visitatore è innanzitutto il foro, di forma ellittica, che prelude al cardus maximus, lastricato in pietra calcarea, che ospitava al centro una statua o un altare, sostituiti poi da una fontana. Il foro collegava l'area del tempio di Zeus con la grande via colonnata diretta alla porta nord. 


Jerash - cardus maximus
Jerash. Lungo il cardus maximus. Sullo sfondo la porta nord (foto C. Nicotra)

Lungo la stessa incrociavano i decumani, segnati da due tetrapili e sorgeva il ninfeo, una fontana monumentale, eretta nel 191, riccamente decorata e composta da due piani, coperti da una cupola a forma di conchiglia dalla quale fuoriusciva l'acqua che si raccoglieva nella grande vasca sottostante, dalla quale defluiva attraverso le bocche di sette leoni.

Jerash - Ninfeo
Jerash. Ninfeo (foto C. Nicotra)

Proseguendo lungo la strada lastricata e fiancheggiata da colonne, si raggiungono i propilei, che preludono al tempio di Artemide. Eretto alla metà del II secolo l'edificio era caratterizzato da dodici colonne con capitelli corinzi e nei sotterranei vi si custodiva il tesoro del tempio. La scalinata d'accesso, all'epoca, era fiancheggiata da botteghe. Dopo aver superato relativamente intatto la conquista araba, fu distrutto dai crociati.


Jerash - Propilei
Jerash. Propilei (foto C. Nicotra)

Jerash - Tempio di Artemide
Jerash. Tempio di Artemide (foto C. Nicotra)

Dalla parte opposta, al di fuori della cerchia muraria, risalente per gran parte al periodo bizantino, si trova l'arco di Adriano, eretto in occasione della visita dell'imperatore, nel 129.
La struttura è possente. Era stato progettato come porta meridionale della città, anche se non ebbe mai questa funzione. 


Jerash - Arco di Adriano
Jerash. Arco di Adriano (foto C. Nicotra)
Accanto all'arco si trova l'ippodromo e, più in là, il teatro meridionale; più grande e capace di quello settentrionale, poteva ospitare 5000 persone. La scena si è in parte conservata.
Nell'area archeologica sono presenti anche le rovine di alcune chiese costruite in periodo bizantino, sfruttando in parte i materiali lapidei dei monumenti romani. 


Jerash - Teatro meridionale
Jerash. Teatro meridionale (foto C. Nicotra)


domenica 8 ottobre 2017

Il segreto della Gioconda



Leonardo da Vinci. La Gioconda

Nell'ultima giornata della 28a Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, è stato proiettato,  fuori concorso, il film "Le mystère de la Joconde  révélé" (Inghilterra). La scelta di farlo passare alla rassegna ma al di fuori della votazione del pubblico, è dovuta al fatto che il film non tratta un argomento archeologico, ma documenta i risultati di una lunga indagine in campo storico e storico-artistico, quindi al di fuori delle tematiche trattate nell'ambito del festival.
L'argomento particolarmente interessante ha comunque convinto gli organizzatori a presentarlo. Ed in effetti ciò che alcuni studiosi hanno recentemente scoperto non manca di stupire. Il famoso ritratto della Gioconda, esposto al Louvre, non sarebbe infatti, come ritenuto fino ad oggi, quello di Lisa Gherardini, fiorentina, moglie di Francesco del Giocondo, il quale l'avrebbe commissionato a Leonardo, bensì quello di Pacifica Brandani, amante di Giuliano de' Medici, morta di parto dopo aver dato alla luce Ippolito, figlio illegittimo del duca, il quale avrebbe richiesto all'artista un dipinto che potesse ricordare al figlio la madre, che non aveva conosciuto. 


Raffaello. Ritratto di Giuliano de' Medici

La teoria, avallata da documenti coevi, sarebbe confermata anche da nuove analisi sul dipinto che, grazie ad una nuova tecnica, consentono di individuare tutti i pentimenti del pittore, coperti dalla versione definitiva. Con questo metodo viene messo in luce, sotto il volto della Gioconda, un altro  volto, corrispondente a quello descritto dal Vasari, che aveva visto il quadro originale. La figura ritratta appare con un viso più arrotondato, la testa più grande ed una complicata acconciatura. Inoltre lo sguardo risulta girato di circa 14 gradi, rispetto a quello che si vede oggi, e vi sono dipinte della sopracciglia ben delineate. La vicenda sarebbe dunque questa: effettivamente Francesco del Giocondo avrebbe commissionato a Leonardo,  che al tempo rifiutava di eseguire ritratti, il dipinto che doveva immortalare la moglie. Per qualche motivo, forse un prestito di denaro non restituito, l'artista non poté rifiutare ed eseguì il ritratto che, però, benché fosse stato visto da diverse persone, tra cui il Vasari, non venne mai consegnato. Nel frattempo Giuliano de Medici richiese a Leonardo un altro ritratto, quello dell'amante defunta. L'artista eseguì il quadro, riutilizzando lo stesso supporto di quello precedente ed anche l'impostazione, ma questa volta dipinse una donna idealizzata, con un abbigliamento ed un'acconciatura che si addicono più ad una divinità che ad una persona in carne ed ossa, destinata a celebrare la figura di Pacifica Brandani agli occhi del figlio. Anche Giuliano però morì, prima di ritirarlo e Leonardo lo portò il quadro con sé, in Francia, quando vi si trasferì, chiamato da Francesco I. 
Il famoso sorriso enigmatico  che incanta ancora oggi migliaia di  visitatori del museo parigino, sarebbe forse allusivo dell'essenza effimera della vita, un messaggio universale veicolato dall'artista negli ultimi anni della sua esistenza. 


⇨(click)Il film / The film (francese / french)



venerdì 29 settembre 2017

Giordania. Lungo la Via Regia. Madaba



Madaba. Chiesa di san Giorgio. Mosaico (foto C. Nicotra)

La Via Regia era una via commerciale antichissima e di grande importanza strategica in Medio Oriente, che partiva da Heliopolis, in Egitto, attraversava il Sinai e giungeva al porto di Aqaba, da dove poi risaliva verso Nord per toccare Damasco ed arrivare infine al fiume Eufrate.
Nell'attuale Giordania toccava, oltre al porto di Aqaba, le località di Wadi Araba, Petra, Sela, Shawbak, Kerak, Madaba, Rabbah Ammon (l'attuale Amman), Gerasa, per poi dirigersi verso Bosra, nell'attuale Siria meridionale.
Per il regno Nabateo la strada fu luogo di transito privilegiato per il trasporto di merci preziose provenienti dalla penisola araba.


Madaba. Chiesa di San Giorgio. Mosaico (foto C. Nicotra)

Dopo un periodo di decadenza un importante tratto della strada, compreso tra il Mar Rosso e Bosra, venne rinnovato e reso nuovamente transitabile sotto Traiano, negli anni compresi tra il 111 ed il 114 e prese il nome di Via Traiana Nuova, mentre un secondo tratto, tra Bosra ed il fiume Eufrate venne ripristinato sotto Diocleziano. Questi lavori vennero eseguiti soprattutto per la grande importanza militare che la via aveva assunto all'epoca per l'espansione ed il mantenimento dei confini dell'impero. La strada fu anche via di transito dei pellegrini cristiani che si recavano in visita ai luoghi biblici come il Monte Nebo e Betania, sulle rive del Giordano, (dove, secondo la tradizione biblica, fu battezzato Gesù), mentre i musulmani la percorrevano per raggiungere la Mecca.


Piero della Francesca. Battesimo di Gesù

L'attuale città di Madaba, a 35 km a sud di Amman, sorge sul sito della biblica Medeba, che a sua volta era stata costruita su un più antico insediamento dell'età del ferro. Conquistata dai Greci all'epoca di Alessandro Magno passò poi diverse volte di mano fino a che entrò a far parte del regno Nabateo. 
I Romani la conquistarono nel 106 d.C.; nel V secolo, divenne sede vescovile, ed assunse una certa importanza sotto Giustiniano. Prosperò nel periodo bizantino, quando vennero costruiti molti nuovi edifici, spesso arricchiti da splendidi mosaici. Passata ai Persiani, tornata ai Bizantini e poi distrutta dagli arabi fu definitivamente abbandonata dopo il terremoto che la distrusse completamente alla metà del secolo VIII. Solo alla fine del XIX secolo fu ripopolata da un piccolo gruppo di cristiani. In quel periodo, erigendo la chiesa di San Giorgio, fu ritrovato il mosaico, raffigurante la Terrasanta, che rese celebre il sito.



Madaba. Chiesa di San Giorgio. Mosaico


Il mosaico. Il mosaico è un'opera di straordinaria fattura che, in base alla presenza di alcuni edifici di datazione sicura, si è potuto far risalire alla metà del VI secolo; originariamente era molto più grande. Raffigura molte località bibliche del Medio Oriente, con i loro nomi in greco, ed indica le strade che conducevano i pellegrini a Gerusalemme. Per questo rappresenta una testimonianza unica del territorio, come si presentava all'epoca in cui venne realizzato. La mappa raffigura un'area compresa dal Libano al delta del Nilo e dal Mediterraneo al deserto e non è orientata Nord-Sud ma verso l'altare, cioè verso Est. Rappresenta il Mar Morto ed il deserto di Moab, Gerico, Betlemme e molti altri siti, ma soprattutto rappresenta con una particolare precisione la città di Gerusalemme della quale vengono riportati numerosi edifici ed anche diverse strade. Recenti scavi archeologici hanno ritrovato i resti di alcuni di questi edifici e della principale strada che entrava a Gerusalemme corrispondenti alla loro localizzazione sul mosaico.


Madaba. Chiesa di San Giorgio. Mosaico


⇒(click)Canto nuziale e mappa della Terrasanta / Wedding song and Madaba mosaic map




lunedì 25 settembre 2017

Max Mallowan e Agatha Christie a Nimrud



Max Mallowan e Agatha Christie a Nimrud


Un archeologo è il marito migliore che una donna possa avere: più lei invecchia, più lui la troverà interessante” (Agatha Christie)



Le recenti distruzioni perpetrate dall'Isis nel Vicino Oriente, hanno coinvolto anche la zona di Nimrud, in Iraq, sistuata a sud di Ninive, sul fiume Tigri, dove lavorò, negli anni '50 del secolo scorso Max Mallowan, noto archeologo inglese, secondo marito della scrittrice Agatha Christie. I due si erano incontrati a Ur molti anni prima quando il giovane archeologo (aveva allora 26 anni) lavorava sul sito archeologico assieme a Leonard Wolley, e lei, già matura e nota scrittrice, stava compiendo un lungo viaggio verso Bagdad, in gran parte in treno, che le ispirò il romanzo “Assassinio sull'Orient Express”.
Mallowan fu il primo studioso ad effettuare una campagna di scavo nella zona dopo che vi aveva lavorato Austen Henry Layard, alla metà del secolo XIX. Sotto la sua direzione vennero effettuati a Nimrud gli scavi che portarono alla luce parte dell'acropoli, delle mura e del palazzo reale. In quel periodo lui e la moglie, che sul soggiorno mesopotamico scrisse “Come, Tell me how you live” (1946), vissero a Nimrud. I risultati di queste campagne di scavo furono pubblicati nel volume di Mallowan “Nimrud and its Remains”.


Nimrud. Palazzo. Rilievo raffigurante Ashurnasirpal II  (Louvre)

Max Mallowan, che con gli anni divenne un archeologo notissimo, lavorò anche in altri siti iracheni. Innanzitutto a Ninive (odierna Mosul), con Reginald Campbell Thompson, prima che gli venisse affidata la direzione delle campagne effettuate in collaborazione con il British Museum (che conserva una notevole parte di reperti) e la British School of Archaeology in Iraq, ma indubbiamente i successi maggiori li ebbe proprio a Nimrud dove effettuò ritrovamenti di grande importanza per la storia della Mesopotamia.


Nimrud. Rilievo raffigurante Ashurnasirpal con una divinità alata (LACMA)

Quando l'Isis prese possesso di Nimrud, distrusse parte del suo patrimonio archeologico ma anche la casa dov'erano vissuti Max Mallowan e Agatha Christie, che conservava ancora il mobilio originale ed in tempo di pace era una nota meta turistica. Un libro della scrittrice è ambientato proprio in queste zone: “Murder in Mesopotamia”, tradotto in italiano con il titolo “Non c'è più scampo”.


⇒(click)La distruzione della casa di Agatha Christie a Nimrud / The destruction of Agatha Christie's house in Nimrud (video - italian)



⇒(clik) In the ruins of an Iraqi city, memories of Agatha Christie (english)




sabato 16 settembre 2017

La tutela del patrimonio culturale



V. Van Gogh. Il Giardiniere (opera recuperata)


Venerdì 8 settembre, presso il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, nell'ambito delle iniziative dedicate all'Archeologia ferita (di cui fa parte anche la mostra dedicata a Palmira, attualmente in corso e visitabile fino al 3 ottobre), il generale Fabrizio Parrulli, comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, ha tenuto un'interessante conferenza sul ruolo svolto dal suo nucleo operativo. Forse ancora poco conosciuto, nonostante sia stato istituito già nel 1969, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, dispone di tecnici specializzati, di figure professionali di primo piano nel campo artistico e archeologico, e di una tecnologia all'avanguardia in grado di supportare efficacemente le indagini effettuate per il recupero delle opere d'arte sottratte al patrimonio nazionale ed internazionale. Il Comando infatti collabora costantemente con i paesi che ne richiedono l'intervento, non solo per il tracciamento e ritrovamento delle opere trafugate ma anche nella formazione ed organizzazione di analoghi gruppi investigativi di polizia.


Nel corso del solo 2015, con l'operazione Teseo, sono state recuperate 5361 opere d'arte, rubate o scavate illegalmente e spesso vendute per finanziare gruppi terroristici.
A tutto il 2016, grazie al lavoro di indagine, svolto anche in collaborazione con le istituzioni di polizia e culturali di altri paesi, sono stati recuperati più di 94000 reperti.
Uno dei mezzi più utili nelle indagini è una banca dati, unica al mondo, che cataloga in modo completo più di 1.200.000 opere, comprendente anche un archivio di più di 6.000.000 di descrizioni e 600.000 immagini, ed alla quale fanno regolarmente ricorso tutti i paesi che abbiano la necessità di recuperare un'opera sottratta al proprio patrimonio culturale.
Ma il Comando, che articola la sua attività nella sede centrale, a Roma, ed in altri 15 nuclei distaccati in diverse regioni italiane, è stato scelto, nel 2015, per costituire la task force Unite4Heritage, un'iniziativa italiana, che è stata portata avanti con determinazione dal governo ed è stata approvata e fatta propria dall'Unesco che, nel febbraio del 2016, ha firmato un accordo per la costituzione, sotto la propria egida, dei Caschi blu della cultura.




Pisanello. Madonna della quaglia (opera recuperata)


La task force, composta da un nucleo di Carabinieri TPC, da storici dell'arte, studiosi e restauratori dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dell'Istituto Centrale per la Conservazione e il restauro del Patrimonio Archivistico e Librario e dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, è in grado di intervenire dovunque sia necessario e richiesto in difesa del patrimonio culturale in pericolo a causa di guerre o eventi naturali.
Al momento della costituzione si pensava soprattutto alle distruzioni avvenute nel Vicino Oriente a causa dei conflitti che hanno coinvolto molti paesi e dell'avanzata dell'ISIS, con la conseguente scia di distruzioni di inestimabili tesori artistici, ma il primo incarico per i Caschi blu è stato l'intervento per il salvataggio e la messa in sicurezza delle opere d'arte coinvolte nel terremoto dell'estate del 2016 in centro Italia.
Si è trattato di un lavoro prezioso non solo per l'impiego di tecnologie e specialisti in grado di spostare e ricollocare in luoghi sicuri le opere, ma anche per la sensibilità dimostrata dai componenti che ben sanno quanto sia importante per le popolazioni coinvolte nel terremoto il recupero anche di piccole opere, non particolarmente preziose, ma essenziali per la conservazione dell'identità delle comunità colpite.


Nel 1976, a seguito del terremoto che devastò il Friuli, la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, avendo compreso l'utilità e l'importanza del recupero di questi “segni” di appartenenza delle comunità, istituì un Centro di Catalogazione e restauro del Patrimonio culturale presso Villa Manin, a Passariano, incaricando giovani laureati della catalogazione di tutto il patrimonio artistico e culturale della regione, partendo dalla considerazione che, se si conosce ciò che si possiede, è più facile prevenire i furti e, in caso di eventi naturali catastrofici, recuperare ciò che risulta disperso. Nella catalogazione sono stati compresi anche i beni immateriali. In molti anni di paziente lavoro il patrimonio, anche quello “minore”, è stato fotografato e schedato e questo lavoro oggi è utile anche al Comando Carabinieri TPC.


Recentemente è stata lanciata anche una nuova iniziativa che consente al cittadino di collaborare con i carabinieri nella segnalazione delle opere ricercate, mediante una App, scaricabile facilmente su tutti i dispositivi mobili, mediante la quale è possibile l'identificazione delle opere, la consultazione dei bollettini delle ricerche, la creazione, a difesa dei proprietari legittimi di opere di grande valore artistico, di una scheda che consenta, in caso di furto, un più facile e rapido recupero del bene, la segnalazione all'Arma di opere provenienti da furti o comunque illegalmente possedute.
La App è scaricabile da Google Play Store e iTunes (app: iTPC)



⇒(click) Per saperne di più 


⇒(click) Un'operazione di recupero


⇒(click) Caschi blu della cultura



venerdì 4 agosto 2017

La memoria dei popoli



Nimrud. Porta con guardiano, oggi distrutta (foto M. Chohan)

Attaccare e distruggere siti e simboli culturali e religiosi delle comunità è un attacco alla loro storia. A nessuna persona che distrugge ciò che incarna l'anima e le radici di un popolo dovrebbe essere consentito di sfuggire alla giustizia” (Fatou Bensouda, procuratore al processo dell'Aja del 2016, per la distruzione degli antichi mausolei e di una moschea a Timbuktu, Mali)


Ospite dell'Aquileia Film Festival, Tim Slade, autore del documentario “The destruction of memory”, ha commentato il suo lavoro, di cui è anche produttore, proiettato, fuori concorso, nell'affollata serata finale.
Il regista australiano ha iniziato a lavorare nel 2010 sul tema della distruzione delle opere d'arte legate alla sfera del sacro ed all'identità delle popolazioni, come atto di guerra mirato a distruggere la memoria stessa delle comunità sotto attacco.
Quello che poteva sembrare un atto casuale, e forse un errore di puntamento delle armi usate per la distruzione, è stato riconosciuto, anche se ci è voluto molto tempo, come una tattica ben precisa, usata da sempre e volta ad annientare il nemico, eliminando tutti i simboli della sua appartenenza.
Il documentario inizia con la testimonianza della distruzione delle pietre tombali armene, di epoca medievale, nel periodo in cui fu compiuto un vero e proprio genocidio di questo popolo, riconosciuto assai tardivamente dal mondo intero e peraltro mai ammesso dalla Turchia (1915).
Il racconto prosegue attraverso la distruzione di Dresda, completamente rasa al suolo nel 1945, nel corso dei bombardamenti alleati, per approdare all'assedio di Sarajevo, tristemente noto come il più lungo assedio della storia contemporanea (1992-1996), con l'incendio della splendida biblioteca, culla della memoria, ed alla distruzione del ponte ottomano di Mostar, già simbolo di convivenza pacifica (9 novembre 1993).


Sito in cui si trovava uno dei Buddha di Bamiyan (foto Didier Vanden Berghe)


Ed il nuovo secolo ha portato ancora distruzioni: nel marzo del 2001 i talebani hanno fatto saltare con potenti cariche esplosive i magnifici Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, mentre l'11 settembre dello stesso anno il mondo ha assistito impietrito al crollo delle torri gemelle a New York, a seguito di un attacco terroristico, mentre altri crimini di minor rilevanza mediatica venivano commessi nel frattempo in varie parti del mondo.
Mentre l'ungherese Andras Riedlmayer, testimoniava al processo contro l'ex presidente serbo Slobodan Milosevic, incriminato dal tribunale dell' Aja per genocidio, perpetrato nei confronti delle popolazioni non serbe nel corso della guerra dei Balcani, portando la documentazione dell'avvenuta distruzione del patrimonio culturale di queste genti, venivano ripetutamente proposte all'assemblea delle Nazioni Unite delle risoluzioni che condannassero quali crimini di guerra gli attacchi al patrimonio culturale, senza trovare l'unanimità a causa della preoccupazione, di molti stati membri, di poter essere oggetto di condanna a causa dei propri comportamenti passati.
Tuttavia quando, nel 2012, gli jihadisti di Ahmad Al Faqi Al Mahdi distussero gli antichi mausolei ed una moschea di Timbuktu, in Mali, il colpevole venne imprigionato e, per la prima volta, la corte penale internazionale lo giudicò colpevole per gli attacchi al patrimonio culturale. Era il segnale che ci si attendeva da tempo e da allora fu chiaro che questo sarebbe stato riconosciuto definitivamente come un crimine. 


L'antica Timbuktu (H. Barth, 1848)

L'UNESCO fino ad allora aveva lavorato molto in questa direzione, riuscendo ad ottenere solo risoluzioni parziali. La risoluzione dell' ONU 2347 del marzo 2017, portata avanti da Italia e Francia, ha siglato definitivamente questa linea di indirizzo ed ha stabilito la protezione del patrimonio culturale a rischio nei paesi in conflitto.
Risoluzione quanto mai opportuna, considerato che, negli ultimi anni, con la destabilizzazione generale del Vicino Oriente e lo scoppio della guerra in Siria, le distruzioni del patrimonio culturale non si contano. Innanzitutto ad Aleppo, città martire siriana, che più di altre ha sofferto i lunghi anni di conflitto, ma anche a Palmira, Homs ed a Doura Europos; in Iraq a Mosul, l'antica Ninive, dove è stata polverizzata la tomba di Giona, sono state gravemente danneggiate le antiche mura, è stata distrutta la moschea di al-Nuri, ed è stato devastato il museo, a Nimrud, quasi del tutto cancellata, ad Hatra. In Siria hanno subito danni anche il possente castello medievale noto come Krak dei Cavalieri e molti altri siti, dove sono andate letteralmente in frantumi le testimonianze storiche ed artistiche che avevano resistito per centinaia e, in molti casi, per alcune migliaia di anni. Questi sono solo i siti più noti, ma le distruzioni sono state innumerevoli, un po' dovunque, e solo quando la situazione sarà tale da consentire un'ispezione accurata si potrà redigere un elenco preciso. Ed è ciò che stanno facendo gli archeologi italiani dell'Università di Udine, guidati da Daniele Morandi Bonacossi che, nel nord dell'Iraq, stanno catalogando il patrimonio culturale a rischio per consentirne la difesa.
L'archeologo, intervenuto a margine dell'evento, ed in partenza per la missione che durerà circa due mesi, ha parlato dell'accurato lavoro svolto dal suo team per rilevare tutti i siti di interesse culturale nella zona e redigerne una mappa precisa, al fine di conoscere l'entità dello stesso e poterlo così difendere e, nei casi in cui sia stato già danneggiato, poter pensare ad un recupero.
Con gli attuali mezzi tecnici a disposizione inoltre, si possono istruire degli archeologi sul posto e ricevere da essi, on line, le immagini dettagliate del patrimonio a rischio. Nel film veniva portato l'esempio della Ziggurat di Ur (Iraq), la cui scansione veniva, di fatto, diretta dall'estero da un'équipe specializzata e realizzata sul posto da tecnici locali.


Ziggurat di Ur. Ricostruzione digitale

Il 16 febbraio 2016, su iniziativa italiana, è stato siglato l'accordo con l'Unesco per la nascita di una task force, i “caschi blu della cultura”, per la tutela del patrimonio culturale mondiale, con un centro di formazione a Torino. La struttura mette a frutto anche l'esperienza maturata in questi anni dai Carabinieri i quali stanno già addestrando del personale in Iraq.
Anche Morandi Bonacossi, come già alcune sere prima Matthiae, si è detto fiducioso sulla possibilità di ricostruire quanto distrutto, pur sottolineando il fatto che ciò avverrà tra molto tempo e non riguarderà certamente l'attuale generazione di studiosi, impegnati invece nell'accertare le conseguenze dei conflitti che hanno insanguinato il Vicino Oriente distruggendone il patrimonio culturale e con esso il tessuto economico e sociale.
L'avvenuta ricostruzione di Dresda, del ponte di Mostar e della Biblioteca di Sarajevo, consentono di sperare in un recupero, almeno parziale, di ciò che è andato perduto e, nel contempo, nella ricostituzione di una società pacificata che sappia riappropriarsi dei suoi simboli di riferimento.



⇒(click) Il progetto di Tim Slade



Una breve selezione di altri video concernenti la distruzione, ed in alcuni casi anche la ricostruzione del patrimonio culturale