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venerdì 29 settembre 2017

Giordania. Lungo la Via Regia. Madaba



Madaba. Chiesa di san Giorgio. Mosaico (foto C. Nicotra)

La Via Regia era una via commerciale antichissima e di grande importanza strategica in Medio Oriente, che partiva da Heliopolis, in Egitto, attraversava il Sinai e giungeva al porto di Aqaba, da dove poi risaliva verso Nord per toccare Damasco ed arrivare infine al fiume Eufrate.
Nell'attuale Giordania toccava, oltre al porto di Aqaba, le località di Wadi Araba, Petra, Sela, Shawbak, Kerak, Madaba, Rabbah Ammon (l'attuale Amman), Gerasa, per poi dirigersi verso Bosra, nell'attuale Siria meridionale.
Per il regno Nabateo la strada fu luogo di transito privilegiato per il trasporto di merci preziose provenienti dalla penisola araba.


Madaba. Chiesa di San Giorgio. Mosaico (foto C. Nicotra)

Dopo un periodo di decadenza un importante tratto della strada, compreso tra il Mar Rosso e Bosra, venne rinnovato e reso nuovamente transitabile sotto Traiano, negli anni compresi tra il 111 ed il 114 e prese il nome di Via Traiana Nuova, mentre un secondo tratto, tra Bosra ed il fiume Eufrate venne ripristinato sotto Diocleziano. Questi lavori vennero eseguiti soprattutto per la grande importanza militare che la via aveva assunto all'epoca per l'espansione ed il mantenimento dei confini dell'impero. La strada fu anche via di transito dei pellegrini cristiani che si recavano in visita ai luoghi biblici come il Monte Nebo e Betania, sulle rive del Giordano, (dove, secondo la tradizione biblica, fu battezzato Gesù), mentre i musulmani la percorrevano per raggiungere la Mecca.


Piero della Francesca. Battesimo di Gesù

L'attuale città di Madaba, a 35 km a sud di Amman, sorge sul sito della biblica Medeba, che a sua volta era stata costruita su un più antico insediamento dell'età del ferro. Conquistata dai Greci all'epoca di Alessandro Magno passò poi diverse volte di mano fino a che entrò a far parte del regno Nabateo. 
I Romani la conquistarono nel 106 d.C.; nel V secolo, divenne sede vescovile, ed assunse una certa importanza sotto Giustiniano. Prosperò nel periodo bizantino, quando vennero costruiti molti nuovi edifici, spesso arricchiti da splendidi mosaici. Passata ai Persiani, tornata ai Bizantini e poi distrutta dagli arabi fu definitivamente abbandonata dopo il terremoto che la distrusse completamente alla metà del secolo VIII. Solo alla fine del XIX secolo fu ripopolata da un piccolo gruppo di cristiani. In quel periodo, erigendo la chiesa di San Giorgio, fu ritrovato il mosaico, raffigurante la Terrasanta, che rese celebre il sito.



Madaba. Chiesa di San Giorgio. Mosaico


Il mosaico. Il mosaico è un'opera di straordinaria fattura che, in base alla presenza di alcuni edifici di datazione sicura, si è potuto far risalire alla metà del VI secolo; originariamente era molto più grande. Raffigura molte località bibliche del Medio Oriente, con i loro nomi in greco, ed indica le strade che conducevano i pellegrini a Gerusalemme. Per questo rappresenta una testimonianza unica del territorio, come si presentava all'epoca in cui venne realizzato. La mappa raffigura un'area compresa dal Libano al delta del Nilo e dal Mediterraneo al deserto e non è orientata Nord-Sud ma verso l'altare, cioè verso Est. Rappresenta il Mar Morto ed il deserto di Moab, Gerico, Betlemme e molti altri siti, ma soprattutto rappresenta con una particolare precisione la città di Gerusalemme della quale vengono riportati numerosi edifici ed anche diverse strade. Recenti scavi archeologici hanno ritrovato i resti di alcuni di questi edifici e della principale strada che entrava a Gerusalemme corrispondenti alla loro localizzazione sul mosaico.


Madaba. Chiesa di San Giorgio. Mosaico


⇒(click)Canto nuziale e mappa della Terrasanta / Wedding song and Madaba mosaic map




lunedì 25 settembre 2017

Max Mallowan e Agatha Christie a Nimrud



Max Mallowan e Agatha Christie a Nimrud


Un archeologo è il marito migliore che una donna possa avere: più lei invecchia, più lui la troverà interessante” (Agatha Christie)



Le recenti distruzioni perpetrate dall'Isis nel Vicino Oriente, hanno coinvolto anche la zona di Nimrud, in Iraq, sistuata a sud di Ninive, sul fiume Tigri, dove lavorò, negli anni '50 del secolo scorso Max Mallowan, noto archeologo inglese, secondo marito della scrittrice Agatha Christie. I due si erano incontrati a Ur molti anni prima quando il giovane archeologo (aveva allora 26 anni) lavorava sul sito archeologico assieme a Leonard Wolley, e lei, già matura e nota scrittrice, stava compiendo un lungo viaggio verso Bagdad, in gran parte in treno, che le ispirò il romanzo “Assassinio sull'Orient Express”.
Mallowan fu il primo studioso ad effettuare una campagna di scavo nella zona dopo che vi aveva lavorato Austen Henry Layard, alla metà del secolo XIX. Sotto la sua direzione vennero effettuati a Nimrud gli scavi che portarono alla luce parte dell'acropoli, delle mura e del palazzo reale. In quel periodo lui e la moglie, che sul soggiorno mesopotamico scrisse “Come, Tell me how you live” (1946), vissero a Nimrud. I risultati di queste campagne di scavo furono pubblicati nel volume di Mallowan “Nimrud and its Remains”.


Nimrud. Palazzo. Rilievo raffigurante Ashurnasirpal II  (Louvre)

Max Mallowan, che con gli anni divenne un archeologo notissimo, lavorò anche in altri siti iracheni. Innanzitutto a Ninive (odierna Mosul), con Reginald Campbell Thompson, prima che gli venisse affidata la direzione delle campagne effettuate in collaborazione con il British Museum (che conserva una notevole parte di reperti) e la British School of Archaeology in Iraq, ma indubbiamente i successi maggiori li ebbe proprio a Nimrud dove effettuò ritrovamenti di grande importanza per la storia della Mesopotamia.


Nimrud. Rilievo raffigurante Ashurnasirpal con una divinità alata (LACMA)

Quando l'Isis prese possesso di Nimrud, distrusse parte del suo patrimonio archeologico ma anche la casa dov'erano vissuti Max Mallowan e Agatha Christie, che conservava ancora il mobilio originale ed in tempo di pace era una nota meta turistica. Un libro della scrittrice è ambientato proprio in queste zone: “Murder in Mesopotamia”, tradotto in italiano con il titolo “Non c'è più scampo”.


⇒(click)La distruzione della casa di Agatha Christie a Nimrud / The destruction of Agatha Christie's house in Nimrud (video - italian)



⇒(clik) In the ruins of an Iraqi city, memories of Agatha Christie (english)




sabato 16 settembre 2017

La tutela del patrimonio culturale



V. Van Gogh. Il Giardiniere (opera recuperata)


Venerdì 8 settembre, presso il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, nell'ambito delle iniziative dedicate all'Archeologia ferita (di cui fa parte anche la mostra dedicata a Palmira, attualmente in corso e visitabile fino al 3 ottobre), il generale Fabrizio Parrulli, comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, ha tenuto un'interessante conferenza sul ruolo svolto dal suo nucleo operativo. Forse ancora poco conosciuto, nonostante sia stato istituito già nel 1969, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, dispone di tecnici specializzati, di figure professionali di primo piano nel campo artistico e archeologico, e di una tecnologia all'avanguardia in grado di supportare efficacemente le indagini effettuate per il recupero delle opere d'arte sottratte al patrimonio nazionale ed internazionale. Il Comando infatti collabora costantemente con i paesi che ne richiedono l'intervento, non solo per il tracciamento e ritrovamento delle opere trafugate ma anche nella formazione ed organizzazione di analoghi gruppi investigativi di polizia.


Nel corso del solo 2015, con l'operazione Teseo, sono state recuperate 5361 opere d'arte, rubate o scavate illegalmente e spesso vendute per finanziare gruppi terroristici.
A tutto il 2016, grazie al lavoro di indagine, svolto anche in collaborazione con le istituzioni di polizia e culturali di altri paesi, sono stati recuperati più di 94000 reperti.
Uno dei mezzi più utili nelle indagini è una banca dati, unica al mondo, che cataloga in modo completo più di 1.200.000 opere, comprendente anche un archivio di più di 6.000.000 di descrizioni e 600.000 immagini, ed alla quale fanno regolarmente ricorso tutti i paesi che abbiano la necessità di recuperare un'opera sottratta al proprio patrimonio culturale.
Ma il Comando, che articola la sua attività nella sede centrale, a Roma, ed in altri 15 nuclei distaccati in diverse regioni italiane, è stato scelto, nel 2015, per costituire la task force Unite4Heritage, un'iniziativa italiana, che è stata portata avanti con determinazione dal governo ed è stata approvata e fatta propria dall'Unesco che, nel febbraio del 2016, ha firmato un accordo per la costituzione, sotto la propria egida, dei Caschi blu della cultura.




Pisanello. Madonna della quaglia (opera recuperata)


La task force, composta da un nucleo di Carabinieri TPC, da storici dell'arte, studiosi e restauratori dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dell'Istituto Centrale per la Conservazione e il restauro del Patrimonio Archivistico e Librario e dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, è in grado di intervenire dovunque sia necessario e richiesto in difesa del patrimonio culturale in pericolo a causa di guerre o eventi naturali.
Al momento della costituzione si pensava soprattutto alle distruzioni avvenute nel Vicino Oriente a causa dei conflitti che hanno coinvolto molti paesi e dell'avanzata dell'ISIS, con la conseguente scia di distruzioni di inestimabili tesori artistici, ma il primo incarico per i Caschi blu è stato l'intervento per il salvataggio e la messa in sicurezza delle opere d'arte coinvolte nel terremoto dell'estate del 2016 in centro Italia.
Si è trattato di un lavoro prezioso non solo per l'impiego di tecnologie e specialisti in grado di spostare e ricollocare in luoghi sicuri le opere, ma anche per la sensibilità dimostrata dai componenti che ben sanno quanto sia importante per le popolazioni coinvolte nel terremoto il recupero anche di piccole opere, non particolarmente preziose, ma essenziali per la conservazione dell'identità delle comunità colpite.


Nel 1976, a seguito del terremoto che devastò il Friuli, la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, avendo compreso l'utilità e l'importanza del recupero di questi “segni” di appartenenza delle comunità, istituì un Centro di Catalogazione e restauro del Patrimonio culturale presso Villa Manin, a Passariano, incaricando giovani laureati della catalogazione di tutto il patrimonio artistico e culturale della regione, partendo dalla considerazione che, se si conosce ciò che si possiede, è più facile prevenire i furti e, in caso di eventi naturali catastrofici, recuperare ciò che risulta disperso. Nella catalogazione sono stati compresi anche i beni immateriali. In molti anni di paziente lavoro il patrimonio, anche quello “minore”, è stato fotografato e schedato e questo lavoro oggi è utile anche al Comando Carabinieri TPC.


Recentemente è stata lanciata anche una nuova iniziativa che consente al cittadino di collaborare con i carabinieri nella segnalazione delle opere ricercate, mediante una App, scaricabile facilmente su tutti i dispositivi mobili, mediante la quale è possibile l'identificazione delle opere, la consultazione dei bollettini delle ricerche, la creazione, a difesa dei proprietari legittimi di opere di grande valore artistico, di una scheda che consenta, in caso di furto, un più facile e rapido recupero del bene, la segnalazione all'Arma di opere provenienti da furti o comunque illegalmente possedute.
La App è scaricabile da Google Play Store e iTunes (app: iTPC)



⇒(click) Per saperne di più 


⇒(click) Un'operazione di recupero


⇒(click) Caschi blu della cultura



venerdì 4 agosto 2017

La memoria dei popoli



Nimrud. Porta con guardiano, oggi distrutta (foto M. Chohan)

Attaccare e distruggere siti e simboli culturali e religiosi delle comunità è un attacco alla loro storia. A nessuna persona che distrugge ciò che incarna l'anima e le radici di un popolo dovrebbe essere consentito di sfuggire alla giustizia” (Fatou Bensouda, procuratore al processo dell'Aja del 2016, per la distruzione degli antichi mausolei e di una moschea a Timbuktu, Mali)


Ospite dell'Aquileia Film Festival, Tim Slade, autore del documentario “The destruction of memory”, ha commentato il suo lavoro, di cui è anche produttore, proiettato, fuori concorso, nell'affollata serata finale.
Il regista australiano ha iniziato a lavorare nel 2010 sul tema della distruzione delle opere d'arte legate alla sfera del sacro ed all'identità delle popolazioni, come atto di guerra mirato a distruggere la memoria stessa delle comunità sotto attacco.
Quello che poteva sembrare un atto casuale, e forse un errore di puntamento delle armi usate per la distruzione, è stato riconosciuto, anche se ci è voluto molto tempo, come una tattica ben precisa, usata da sempre e volta ad annientare il nemico, eliminando tutti i simboli della sua appartenenza.
Il documentario inizia con la testimonianza della distruzione delle pietre tombali armene, di epoca medievale, nel periodo in cui fu compiuto un vero e proprio genocidio di questo popolo, riconosciuto assai tardivamente dal mondo intero e peraltro mai ammesso dalla Turchia (1915).
Il racconto prosegue attraverso la distruzione di Dresda, completamente rasa al suolo nel 1945, nel corso dei bombardamenti alleati, per approdare all'assedio di Sarajevo, tristemente noto come il più lungo assedio della storia contemporanea (1992-1996), con l'incendio della splendida biblioteca, culla della memoria, ed alla distruzione del ponte ottomano di Mostar, già simbolo di convivenza pacifica (9 novembre 1993).


Sito in cui si trovava uno dei Buddha di Bamiyan (foto Didier Vanden Berghe)


Ed il nuovo secolo ha portato ancora distruzioni: nel marzo del 2001 i talebani hanno fatto saltare con potenti cariche esplosive i magnifici Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, mentre l'11 settembre dello stesso anno il mondo ha assistito impietrito al crollo delle torri gemelle a New York, a seguito di un attacco terroristico, mentre altri crimini di minor rilevanza mediatica venivano commessi nel frattempo in varie parti del mondo.
Mentre l'ungherese Andras Riedlmayer, testimoniava al processo contro l'ex presidente serbo Slobodan Milosevic, incriminato dal tribunale dell' Aja per genocidio, perpetrato nei confronti delle popolazioni non serbe nel corso della guerra dei Balcani, portando la documentazione dell'avvenuta distruzione del patrimonio culturale di queste genti, venivano ripetutamente proposte all'assemblea delle Nazioni Unite delle risoluzioni che condannassero quali crimini di guerra gli attacchi al patrimonio culturale, senza trovare l'unanimità a causa della preoccupazione, di molti stati membri, di poter essere oggetto di condanna a causa dei propri comportamenti passati.
Tuttavia quando, nel 2012, gli jihadisti di Ahmad Al Faqi Al Mahdi distussero gli antichi mausolei ed una moschea di Timbuktu, in Mali, il colpevole venne imprigionato e, per la prima volta, la corte penale internazionale lo giudicò colpevole per gli attacchi al patrimonio culturale. Era il segnale che ci si attendeva da tempo e da allora fu chiaro che questo sarebbe stato riconosciuto definitivamente come un crimine. 


L'antica Timbuktu (H. Barth, 1848)

L'UNESCO fino ad allora aveva lavorato molto in questa direzione, riuscendo ad ottenere solo risoluzioni parziali. La risoluzione dell' ONU 2347 del marzo 2017, portata avanti da Italia e Francia, ha siglato definitivamente questa linea di indirizzo ed ha stabilito la protezione del patrimonio culturale a rischio nei paesi in conflitto.
Risoluzione quanto mai opportuna, considerato che, negli ultimi anni, con la destabilizzazione generale del Vicino Oriente e lo scoppio della guerra in Siria, le distruzioni del patrimonio culturale non si contano. Innanzitutto ad Aleppo, città martire siriana, che più di altre ha sofferto i lunghi anni di conflitto, ma anche a Palmira, Homs ed a Doura Europos; in Iraq a Mosul, l'antica Ninive, dove è stata polverizzata la tomba di Giona, sono state gravemente danneggiate le antiche mura, è stata distrutta la moschea di al-Nuri, ed è stato devastato il museo, a Nimrud, quasi del tutto cancellata, ad Hatra. In Siria hanno subito danni anche il possente castello medievale noto come Krak dei Cavalieri e molti altri siti, dove sono andate letteralmente in frantumi le testimonianze storiche ed artistiche che avevano resistito per centinaia e, in molti casi, per alcune migliaia di anni. Questi sono solo i siti più noti, ma le distruzioni sono state innumerevoli, un po' dovunque, e solo quando la situazione sarà tale da consentire un'ispezione accurata si potrà redigere un elenco preciso. Ed è ciò che stanno facendo gli archeologi italiani dell'Università di Udine, guidati da Daniele Morandi Bonacossi che, nel nord dell'Iraq, stanno catalogando il patrimonio culturale a rischio per consentirne la difesa.
L'archeologo, intervenuto a margine dell'evento, ed in partenza per la missione che durerà circa due mesi, ha parlato dell'accurato lavoro svolto dal suo team per rilevare tutti i siti di interesse culturale nella zona e redigerne una mappa precisa, al fine di conoscere l'entità dello stesso e poterlo così difendere e, nei casi in cui sia stato già danneggiato, poter pensare ad un recupero.
Con gli attuali mezzi tecnici a disposizione inoltre, si possono istruire degli archeologi sul posto e ricevere da essi, on line, le immagini dettagliate del patrimonio a rischio. Nel film veniva portato l'esempio della Ziggurat di Ur (Iraq), la cui scansione veniva, di fatto, diretta dall'estero da un'équipe specializzata e realizzata sul posto da tecnici locali.


Ziggurat di Ur. Ricostruzione digitale

Il 16 febbraio 2016, su iniziativa italiana, è stato siglato l'accordo con l'Unesco per la nascita di una task force, i “caschi blu della cultura”, per la tutela del patrimonio culturale mondiale, con un centro di formazione a Torino. La struttura mette a frutto anche l'esperienza maturata in questi anni dai Carabinieri i quali stanno già addestrando del personale in Iraq.
Anche Morandi Bonacossi, come già alcune sere prima Matthiae, si è detto fiducioso sulla possibilità di ricostruire quanto distrutto, pur sottolineando il fatto che ciò avverrà tra molto tempo e non riguarderà certamente l'attuale generazione di studiosi, impegnati invece nell'accertare le conseguenze dei conflitti che hanno insanguinato il Vicino Oriente distruggendone il patrimonio culturale e con esso il tessuto economico e sociale.
L'avvenuta ricostruzione di Dresda, del ponte di Mostar e della Biblioteca di Sarajevo, consentono di sperare in un recupero, almeno parziale, di ciò che è andato perduto e, nel contempo, nella ricostituzione di una società pacificata che sappia riappropriarsi dei suoi simboli di riferimento.



⇒(click) Il progetto di Tim Slade



Una breve selezione di altri video concernenti la distruzione, ed in alcuni casi anche la ricostruzione del patrimonio culturale 


venerdì 28 luglio 2017

Paolo Matthiae e la scoperta di Ebla





L'Aquileia Film Festival, dedicato anche quest'anno all'archeologia ferita, ha ospitato, nel corso della prima serata, l'archeologo Paolo Matthiae, che ha parlato della scoperta di Ebla e della possibilità di ricostruire i siti distrutti o danneggiati nel corso della guerra in Siria.
Il racconto della più grande scoperta archeologica della seconda metà del XX secolo, ascoltato dalla voce di Matthiae, che allora dirigeva la missione archeologica italiana a Tell Mardikh, ha avuto un particolare fascino, nella notte serena, a lato della basilica di Aquileia.
L'archeologo ha ripercorso i primissimi anni di scavo, dal 1964, nei quali emersero i resti di una grande città, al 1975, anno in cui avvenne la svolta, con la scoperta degli archivi del palazzo, dove furono messe alla luce 5000 tavolette, la cui scrittura cuneiforme esprimeva una lingua diversa da quella di Mari, altra grande città mesopotamica, portata alla luce e studiata fin dal 1934. 


Pianta della regione mesopotamica

In circa due settimane fu recuperato e messo al sicuro l'intero archivio, grazie al lavoro degli archeologi e degli operai più fidati, che lavorarono ininterrottamente a turni di otto ore, giorno e notte, al fine di assicurare la sopravvivenza di un patrimonio così importante. 2000 tavolette furono estratte intere, mentre le altre uscirono dallo scavo a pezzi (sono ben 17000 i numeri di inventario) ora, dopo anni di lavoro, in gran parte ricomposti. Il materiale fu portato al museo di Damasco dove rimase a disposizione degli studiosi per poter essere analizzato. Si scoprì così che l'equipe italiana aveva portato alla luce una nuova cultura, con la quale si dovette fare i conti per riscrivere la storia della regione.
Lo strato nel quale furono rinvenuti gli archivi consente di collocarli nella città protosiriana, distrutta, secondo Matthiae, dal sovrano Sargon di Akkad, attorno al 2340 a.C. Il re, infatti, la cui memoria si conservava ancora al tempo di Alessandro (morto a Babilonia nel 323 a.C.), unificò le regioni di un vasto impero, esteso dall'Elam al Mediterraneo, ed è perciò probabile che avesse preso e conquistato anche Ebla che, fino ad allora, era stata una città potente ed autonoma, che esercitava il proprio potere su una vasta area. La città tuttavia rinacque, per decadere definitivamente verso il 1600 a.C..


Scavi di Ebla

Grazie agli scavi effettuati sul posto si sono potuti riconoscere tre periodi di sviluppo della città: il periodo protosiriano antico, al quale appartengono gli archivi reali, tra il 2400 ed il 2300 a.C., il periodo protosiriano tardo, tra il 2200 ed il 2000 a.C., ed il periodo paleosiriano, tra il 2000 ed il 1600 a.C., e si è potuta individuare la struttura urbana della città.
Grazie alla lettura delle tavolette, nella maggior parte documenti di carattere economico, si è giunti alla comprensione dell'importante ruolo svolto dalla città nell'area, nel periodo antecedente la prima distruzione, quand'era un importante centro amministrativo, snodo di traffici commerciali, in rapporto con il Sumer da un lato, e con le città di Ur e Kish, e con l'Egitto dall'altro. Il lavoro di decifrazione e lettura del vastissimo materiale non è ancora ultimato.


Scavi di Ebla

Alla domanda finale se sarà possibile, a suo parere, ricostruire i siti gravemente danneggiati sia dall'Isis, sia dagli scavi clandestini di privati, collegati con le reti internazionali di traffico di beni archeologici, sia dagli scavi di gente ridotta alla fame dalla guerra e bisognosa di recuperare qualche dollaro per la pura sopravvivenza, Matthiae ha risposto che si potrà fare, ma a determinate condizioni, che mettano al centro uno studio serio dei reperti, un controllo dei metodi di ricostruzione, e la partecipazione concreta dello stato al quale questi beni appartengono.


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lunedì 17 luglio 2017

Il Menologio di Basilio II

Menologio di Basilio II. Mosè

Il menologio è una raccolta di testi liturgici, in 12 libri, corrispondenti ai mesi dell'anno, in uso presso la chiesa ortodossa. Vi sono illustrate le vite dei santi, le cui ricorrenze cadono nei rispettivi mesi.
Il menologio composto per l'imperatore Basilio II (976-1025) da Simone Metafraste è la più antica opera di questo genere finora conosciuta, oltre ad essere un capolavoro dell'arte bizantina, ed è conservato presso la Biblioteca Vaticana.
Interessanti le vicende che lo portarono a Roma. In possesso di un avvocato genovese, a Costantinopoli nel XIV secolo, arrivò nelle mani di Ludovico Sforza, duca di Milano e poi entrò in possesso della famiglia Sfondrati, un membro della quale, Nicolò, salì al soglio pontificio nel 1590 con il nome di Gregorio XIV. Alla sua morte il libro fu ereditato dal nipote del pontefice, Paolo, cardinale di S. Cecilia, il quale lo donò al papa Paolo V che lo fece inserire nelle collezioni della Biblioteca Vaticana, dov'è tuttora conservato.
Il codice membranaceo, incompleto, presenta delle straordinarie miniature, eseguite da più artisti, che illustrano fatti della vita dei santi. I titoli sono in onciale, mentre la scrittura del testo che descrive la vita dei santi, è una minuscola con elementi onciali. In molti casi il testo non è coerente con la rappresentazione e, in diverse miniature, sono state apportate delle correzioni, forse per far coincidere lo scritto con l'immagine. Lo specchio di scrittura è praticamente coincidente con lo spazio dedicato alla miniatura.


Menologio di Basilio II. Sant'Antonino e la chiesa di Apamea

L'osservazione attenta delle immagini restituisce particolari assai interessanti, come possono essere ad esempio le caratteristiche architettoniche di alcuni edifici come quelle della chiesa, che Sant'Antonino di Apamea sta edificando e che coincide con le forme tipiche delle chiese di Siria, o come quelle della chiesa di Efeso, dove vengono trasportate le reliquie di San Timoteo, 

Menologio di Basilio II. San Timoteo

molto simile a quella dei Santi Apostoli di Costantinopoli, dove viene trasportato il corpo di San Crisostomo. In effetti storicamente sappiamo che la prima ispirò i realizzatori della seconda, e le due miniature sembrano ispirarsi ad un unico modello.

Menologio di Basilio II. San Giovanni Crisostomo. Chiesa dei Santi Apostoli a Costanitinopoli

E se da un lato sembra che gli artisti abbiano potuto copiare sul posto gli edifici, è ben più probabile che abbiano preso spunto da menologi locali o dalle raffigurazioni delle icone che circolavano in gran quantità nella stessa Costantinopoli, portate da gente di passaggio o da viaggiatori.

Il Menologio di Basilio II corrisponde al codice vaticano greco 1613

⇒(click) Per saperne di più 


⇒(click) Il manoscritto miniato



venerdì 14 luglio 2017

La tomba del profeta Giona



Giona. Miniatura dal menologio di Basilio II (sec. XI)

Il profeta Giona

La figura del profeta Giona, vissuto tra il IX e l'VIII secolo a.C. è stata descritta in un libro dell'Antico Testamento che porta il suo nome. Il testo, redatto in ebraico, secondo i biblisti è databile al periodo successivo all'esilio babilonese, quindi descrive fatti accaduti alcuni secoli prima e, sul piano storico, è scarsamente attendibile.
Vi si narra di come il Signore ordinò a Giona, figlio di Amittai, di recarsi a predicare a Ninive, e di come questi, impaurito dal compito assegnatogli, disobbedì, e si imbarcò su una nave diretta a Tarsis. Nel corso della traversata una grande tempesta investì la nave rischiando di farla naufragare e, per salvarla, Giona venne gettato in mare. Inghiottito da un grosso pesce, nella pancia del quale rimase per tre giorni, ottenne il perdono del Signore. Il pesce lo risputò su una spiaggia e Giona si recò a predicare a Ninive, dove, inaspettatamente, gli abitanti lo seguirono. Ciò nonostante egli avrebbe voluto che il Signore punisse la città e se ne allontanò. Qui viene introdotta la nota metafora del ricino, spuntato per volere divino sopra la testa del profeta per fargli ombra, e morto dopo poche ore, lasciandolo in balia del sole e del vento; una piccola pena, lo redarguisce il Signore, di fronte alla severità con la quale avrebbe voluto punire una città di centoventimila anime “che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra”.

Giona risputato dal pesce sulla spiaggia. Miniatura (sec. XVI)

Il racconto è fortemente simbolico. Tra i riferimenti più noti vi sono Tarsis, identificata con Tartesso, città posta alla foce del Guadalquivir, sull'Atlantico, il posto più occidentale che il profeta potesse raggiungere, mentre Dio gli aveva ordinato di predicare ad oriente, ed il pesce, che rappresenta il caos, ed insieme l'abisso della disobbedienza. Questa immagine ha avuto un'enorme seguito, tanto nell'arte figurativa come nella letteratura. Celebre anche l'espressione riferita agli abitanti di Ninive che, non sapendo distinguere una mano dall'altra, non sanno in effetti distinguere tra il bene ed il male.
In realtà il libro esprime l'esigenza, sentita da una parte dell'ebraismo postesilico, e fortemente avversata da alcune correnti, simboleggiate proprio dall'atteggiamento di Giona, di aprirsi ai Gentili.
Giona è nominato anche nel II Libro dei Re ed è citato da Matteo nel Nuovo Testamento.
La figura del profeta trova posto anche nel Corano, alle sure decima, trentasettesima e ventunesima, dove viene indicato con il nome di Dhu al Nun (Uomo della balena) e gli viene attribuita sia l'esperienza vissuta nel ventre della balena, sia la predicazione a Ninive, con alcune varianti rispetto al testo biblico, ma sostanzialmente coerenti con quella versione.
A Giona inoltre la tradizione islamica attribuisce la formula “Non c'è altro dio all'infuori di te! Gloria a te! Sono stato un ingiusto!” la quale, tra diverse altre, viene usata nel dhikr, atto devozionale consistente nel ripetere molte volte le medesime frasi in ricordo di Allah.


Secondo la tradizone coranica Giona viene lasciato dal pesce sotto un albero di zucca

La tomba


Il profeta sarebbe stato sepolto a Ninive, e la sua tomba, risalente all'VIII secolo a.C., e venerata anche dai musulmani è stata distrutta a martellate dai miliziani dell'ISIS nel luglio del 2014. La moschea-mausoleo che la ospitava, eretta su una collina accanto a numerose altre tombe di religiosi, e sorta accanto ad un antico monastero, è stata distrutta mediante numerose cariche di dinamite che hanno risparmiato solo il portale d'accesso.
Quando la zona è stata liberata dai seguaci del Califfato, gli archeologi accorsi sul posto per verificare i danni provocati dalle devastanti esplosioni del 2014 hanno rinvenuto i tunnel scavati dai miliziani sotto il sito archeologico, i quali hanno svelato la presenza di un palazzo assiro costruito all'epoca del re Sennacherib (705-681a.C.). Importanti bassorilievi e due leoni alati, che generalmente venivano posizionati alle porte dei palazzi, sono solo alcuni tra i più importanti ritrovamenti. Pochi invece gli oggetti di minori dimensioni, in gran parte asportati dai miliziani per essere rivenduti sui mercati internazionali.
Ora gli archeologi devono lavorare velocemente al recupero delle parti del palazzo messe in luce, per il concreto pericolo di crollo dei tunnel che comprometterebbe, forse per sempre, la fruizione e lo studio di questo importante tassello della storia mesopotamica.


⇒ (click) Le foto della distruzione della tomba di Giona

⇒ (click) Le distruzioni di Mosul e di altri siti archeologici in Iraq

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