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venerdì 6 aprile 2018

A Divača (Slovenia) la casa di Ita Rina, star del cinema muto


 Divača. Busto di Ita Rina (foto Daniela Durissini)

A Divača, sul Carso sloveno, è stata recentemente restaurata una vecchia casa rurale, destinata a Museo del Cinema. La cosa può apparire sorprendente ma, in effetti, è proprio in questa casa che nacque, nel 1907, Ida Kravanja, divenuta famosa con il nome d'arte di Ita Rina, prima star del cinema sloveno.

Casa museo di Ita Rina (foto Daniela Durissini)

Il Dipartimento del Museo del Cinema sloveno ha perciò pensato di dedicarle una sezione del Museo, istallata al primo piano della vecchia dimora, mentre nelle altre parti della casa, negli edifici annessi e nel cortile, sono stati sistemati il Museo degli attori cinematografici sloveni, un auditorium ed una sala cinematografica. Il progetto, sostenuto dal Ministero della Cultura e dal Comune, è stato finanziato grazie ad un contributo norvegese. 

Ita Rina, che s'era trasferita a Berlino, raggiunse l'apice della notorietà nel 1929, quando recitò nel film muto Erotikon, del regista Gustav Machaty, che ebbe grande successo sia in Europa che negli Stati Uniti. Invitata a recitare a Hollywood, rifiutò di trasferirsi negli Stati Uniti, si sposò ed andò a vivere a Belgrado, cambiando il suo nome in Tamara Djordjevic e continuando a recitare, senza però raggiungere il successo che aveva ottenuto nei primi anni della sua carriera.
L'attrice è morta nel 1979 a Budva, ma Ida Kravanja è tornata adesso nella sua casa di Divača, dalla quale era partita giovanissima e piena di speranze: il suo busto in bronzo è stato collocato a lato del museo e guarda alla strada, come chi è pronto a partire.



⇒(click) Il film: Erotikon (film muto, 1929)

giovedì 5 aprile 2018

Christa Wolf. Un giorno all'anno



"Adesso, scrivendo, sto meglio. Solo il processo dello scrivere aiuta. Dunque per me resterà probabilmente l'unica cosa. Invece la "vita" - cioè: la vita politica, la vita pubblica - scorre sui vecchi binari. A volte mi sembra: precipita verso una brutta fine. E noi assistiamo e facciamo commenti contriti. Ma una volta che si è deragliato con tanta furia, non si può più rientrare nei binari"

(da Christa Wolf, Un giorno all'anno, Roma, edizioni e/o, 2013, traduzione di Anita Raja, p. 98) 

Christa Wolf (1929-2011), una delle più note scrittrici contemporanee di lingua tedesca, personaggio controverso e molto discusso per i suoi trascorsi politici, nata in Polonia e vissuta nella ex DDR, descrive in questo libro ciò che accade a lei ed intorno a lei, in un giorno preciso dell'anno, il 27 settembre, aderendo all'appello del giornale moscovita Isvestija, che, nel 1960,. riprendendo un'iniziativa che fu di Maksim Gor'kij, aveva invitato gli scrittori di tutto il mondo a descrivere proprio quel giorno dell'anno. 
La Wolf, tuttavia, non si ferma al 1960, ma continua, per i 40 anni successivi, a descrivere puntualmente il 27 settembre. Nel lungo periodo compreso in questo singolare diario, molte cose cambiano per la scrittrice e per il mondo. Scorrono così, assieme alle pagine, le vicende personali dell'autrice e quelle della Germania, che vede l'unificazione delle due parti in cui era rimasta divisa dopo la fine della seconda guerra mondiale, con tutte le difficoltà che questo processo comporta, viste da chi, come la Wolf, ha vissuto la complessità dell'integrazione, l'abbandono di una politica sociale di stampo comunista, che per molti significherà la rinuncia a piccole, quotidiane, garanzie di vita, a piccoli e basilari "privilegi", per un salto nel buio di un occidente che appare, almeno in un primo momento, assai poco amico ed assai poco accogliente. 
Il lettore rivive con la Wolf, grazie al suo stile schietto, che ha disturbato più di qualcuno, il passaggio dalla DDR alla Repubblica Federale, il confronto tra i due modelli politici, il fallimento dell'uno, nella consapevolezza di quanto di buono si andava a perdere, ed i passi incerti dell'altro, con la speranza in un futuro migliore, nel paese finalmente riunificato. 
Per ventinove volte scorre il 27 settembre prima della caduta del muro e per altri undici anni la Wolf scrive da una Germania unificata. 

"Ma ecco la ragione determinante per pubblicare questi fogli: penso che siano la testimonianza di un'epoca. Darli alle stampe mi appare una specie di dovere professionale. Ho l'impressione che la nostra storia recente rischi di essere ridotta e vincolata già adesso a formule di facile uso. Forse annotazioni come queste possono contribuire a tenere vive le opinioni su ciò che è accaduto, a verificare ancora una volta pregiudizi, a sciogliere rigidità, a riconoscere le proprie esperienze e ad acquistare maggiore fiducia in esse, ad accostare situazioni poco note..." (p. 10)

Un libro interessante dunque, messo assieme con un certo imbarazzo dall'autrice, che non aveva compilato questo diario per la pubblicazione e che ha dovuto far forza su sé stessa per non andare a correggere opinioni espresse a caldo e poi risultate erronee, come ha dovuto tagliare, per questione di privacy, alcune frasi riferite a personaggi, noti e meno noti, che compaiono nel testo. Un libro da leggere con attenzione, senza farsi sviare dalle opinioni dell'autrice, che cambiano con il tempo e risultano a volte contraddittorie, ma che riflettono un lungo e faticoso percorso di vita.
Le note sono del marito Gerhard, la traduzione, di Anita Raja.

⇒(click) Il libro: Christa Wolf, Un giorno all'anno (Amazon Kindle)


mercoledì 4 aprile 2018

Fotografare l'arte. Elias Naman. Le memorie di Zenobia

"Le memorie di Zenobia" è una scultura dell'artista siriano
Elias Naman, presentata ad Aquileia nel 2017
in occasione della mostra
"Volti di Palmira ad Aquileia" 

Aquileia (foto Daniela Durissini)




Una strada romana scoperta vicino a Trieste


Colonna Traiana. Legionari romani costruiscono una strada

E' di questi giorni la notizia che un gruppo di ricercatori del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam e dell'Università di Trieste, avvalendosi anche della tecnologia di telerilevamento laser, hanno individuato una strada di epoca romana nella zona compresa tra il monte Cocusso ed il paese di San Lorenzo.
Le due istituzioni coinvolte nel progetto, assieme anche alla Sovrintendenza archeologica, belle arti e paesaggio della regione, stanno studiando l'evoluzione del paesaggio antico e l'equipe, guidata da Federico Bernardini, ha rilevato la struttura stradale, nascosta dalla vegetazione, interrotta però da due sprofondamenti, che dalle analisi geomorfologiche effettuate sono risultati compatibili con i tempi storici in cui è stata realizzata ed utilizzata la strada.

British Museum. Resti di caliga (Lic. GFDL)

Che si trattasse di una strada alquanto “trafficata”, ramo facente parte del percorso che collegava Aquileia a Trieste e Tersatico, e diretto probabilmente all' accampamento militarie rinvenuto nei pressi di Grociana, è risultato evidente dal ritrovamento di numerosissimi chiodi perduti dalle suole delle calzature dell'epoca (calighe), i quali hanno anche consentito di datare con una certa precisione il periodo di frequentazione della zona, compreso tra l'età repubblicana e quella imperiale.
Da ricordare che proprio l'accampamento sul monte Grociana, rinvenuto nel 2012, è ritenuto la più antica struttura di questo tipo scoperta finora, ed è stato individuato, sempre utilizzando il telerilevamento laser da un'equipe di studiosi guidata anche allora da Federico Bernardini, archeologo dell'ICTP, che riportò i risultati in un articolo pubblicato sul Journal of Archaeological Science. Il sito e la tipologia della struttura militare riporterebbero l'opera a quella descritta da Tito Livio nel suo Ab Urbe Condita.



⇒(click) L'articolo: Trieste, sull'altopiano carsico spunta la vecchia strada romana (da Il Piccolo, 4 aprile 2018)


⇒(click) L'articolo: Scoperto a Trieste il più antico accampamento romano (da National Geographic Italia, 22 gennaio 2013)


martedì 3 aprile 2018

Fotografare l'architettura. Škocjan (Slovenia). Chiesa di San Canziano

Antica finestra (XIV sec.) nel muro laterale della chiesa di 
San Canziano (XVI sec.)

Škocjan (foto Daniela Durissini)

Pensieri d'autore. Italo Svevo va in biblioteca

"La vita non è né brutta né bella
ma è originale!"
(da La coscienza di Zeno

Trieste. Statua di Italo Svevo (foto Daniela Durissini)

A Trieste, in piazza Hortis, davanti alla sede occupata fino a qualche anno fa dalla Biblioteca Civica, è stata collocata, nel 2004, una statua in bronzo, a grandezza naturale, dello scrittore Italo Svevo. L'opera, si deve allo scultore triestino Nino Spagnoli. Raffigura Svevo con il cappello in una mano ed un libro nell'altra, nell'atto di recarsi in biblioteca, cosa che, in effetti, era abituato a fare.  

Nel romanzo Una vita, il protagonista, Alfonso Nitti, impiegato di banca, vi si rifugia a studiare, nella realtà, Italo Svevo, impiegato per 18 anni alla Banca Union, amava frequentare le sale tranquille della biblioteca cittadina, ed è per questo motivo che si è ritenuto di ricordarlo proprio davanti al palazzo di Piazza Hortis. Accanto alla statua una targa riporta una frase tratta dal romanzo più noto di Svevo, La coscienza di Zeno.

Trieste. Statua di Italo Svevo (foto Daniela Durissini)

Non aveva ancora letto interamente un classico italiano e conosceva storie letterarie e studi critici a bizzeffe; più tardi si gettò nella lettura di opere di filosofia tedesca tradotte in francese.
Scoperse la biblioteca civica e quei secoli di cultura messi a sua disposizione, gli permisero di risparmiare il suo magro borsellino. Con le sue ore fisse, la biblioteca lo legava, apportava nei suoi studi la regolarità ch'egli desiderava. La frequentava assiduamente anche perché la sua stanza in casa Lanucci era poco adatta a studiarci”.

(da Italo Svevo, Una vita, (1892), Roma, Newton Compton, 2015)


⇒(click) Il libro: Italo Svevo, Una vita (Amazon kindle)

Il Timavo. Immagini di primavera

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Il Timavo nasce sotto il Monte Nevoso (Sneznik), in Croazia, percorre la Val Malacca (Mlake), si inabissa presso San Canziano (Skocjan), in Slovenia, percorrendo poi ben 40 chilometri sotto terra. 


In questo modo attraversa quasi tutto il Carso, passando sul fondo di alcune grotte, tra le quali, la più nota, è l'Abisso di Trebiciano, alle spalle di Trieste. Ricompare in superficie a San Giovanni di Duino e, dopo un paio di chilometri, sfocia nel mare Adriatico. Lungo il suo percorso superficiale, sorsero, anticamente, numerosi mulini, che sfruttavano lo scorrere, a volte impetuoso, delle acque, per far girare le mole. In primavera ed in autunno il fiume, alle volte, provocava delle inondazioni, che danneggiavano le strutture, mantenute continuamente in efficienza dai mugnai.


Un lavoro faticoso ma remunerativo, dato che da esso dipendevano le moliture di tutti i cereali coltivati nella fertile valle del Timavo. 
Ancor oggi, percorrendo il sentiero che fiancheggia il fiume, nei pressi di San Canziano, si notano i resti di uno tra i più noti mulini, abbandonato nella prima metà del secolo scorso. La vegetazione ha ormai ricoperto quasi tutto ciò che resta della struttura e dei canali, che alcuni anni or sono si vedevano ancora, che collegavano l'acqua corrente al solco in cui giravano le ruote che muovevano le mole.

A primavera, quando la vegetazione della valle si risveglia, il fiume scorre impetuoso, alimentato dalle piogge e dallo scioglimento delle nevi, offrendo uno spettacolo magnifico, prima di entrare nel primo cavernone sotto il paese, riapparire per un tratto brevissimo, e scomparire definitivamente. 

(foto Daniela Durissini)