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giovedì 14 marzo 2019

Pensieri d'autore. Giuseppe Ungaretti. I fiumi

Isonzo Caporetto Kobarid
L'Isonzo presso Caporetto-Kobarid (foto Daniela Durissini)


Mi tengo a quest’albero mutilato

Abbandonato in questa dolina

Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna


Stamani mi sono disteso

In un’urna d’acqua

E come una reliquia
Ho riposato


L’Isonzo scorrendo

Mi levigava

Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua


Mi sono accoccolato

Vicino ai miei panni

Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole


Questo è l’Isonzo

E qui meglio

Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo


Il mio supplizio

È quando

Non mi credo
In armonia


Ma quelle occulte

Mani

Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità


Ho ripassato

Le epoche

Della mia vita


Questi sono

I miei fiumi


Questo è il Serchio

Al quale hanno attinto

Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.


Questo è il Nilo

Che mi ha visto

Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure


Questa è la Senna

E in quel suo torbido

Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto


Questi sono i miei fiumi

Contati nell’Isonzo



Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno

Mi traspare

Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

Giuseppe Ungaretti, I fiumi (16 agosto 1916), in
L'Allegria (Milano, Mondadori, 2009), anche in 
Vita di un uomo. Tutte le poesie 
(Milano, Mondadori, I Meridiani, 2005)



mercoledì 13 marzo 2019

Giorgios Seferis (13 marzo 1900). Arnisi (Il rifiuto)

Pago Pag Croazia
(foto Daniela Durissini)

Su di una spiaggia segreta
e bianca come una colomba
morivamo di sete 
ma l'acqua era salata

Sulla sabbia dorata
scrissi il tuo nome
meraviglioso! ma dal mare il vento 
arrivò e ne cancellò le parole

Con quale spirito, con quale animo,
quale desiderio e quale passione
afferrammo le nostre vite: che errore!
così cambiammo le nostre vite

Giorgios Seferis, Arnisi (1963)

Giorgios Seferis, nato a Smirne il 13 marzo del 1900, premio Nobel per la letteratura nel 1963, è stato un intellettuale, poeta e diplomatico greco. Contrario fin dai primi momenti al regime che i colonnelli avevano instaurato nel suo paese, nel 1967, intervenne più volte pubblicamente con parole dure di condanna della giunta militare. Alla sua morte, avvenuta nel 1971, i funerali, svoltisi ad Atene, videro una grande partecipazione, mentre la gente intonava proprio Arnisi, musicata nel frattempo dal dissidente, Mikis Theodorakis, imprigionato a causa delle sue opinioni poltiche. A seguito di questo episodio la giunta militare proibì la canzone, che da allora divenne il canto della resistenza greca.
L'opera di Seferis è immeritatamente poco conosciuta in Italia. 


martedì 12 marzo 2019

Letture. Paolo Ferruccio Cuniberti "Ultima Esperanza"

Cile Seno de Ultima Esperanza
Seno de Ultima Esperanza (foto Daniela Durissini)
Il Seno de Ultima esperanza è uno di quei luoghi dell'anima che non si dimenticano facilmente. E' uno di quei rari posti che ti restano dentro, troppo grandioso, troppo puro ed ancora autentico, troppo diverso dal mondo occidentale, un angolo di terra a sè stante, quasi un'isola, sebbene si tratti invece di una delle propaggini di quelle terre australi che tanto attirarono gli esploratori del secolo XIX. Siamo nella Patagonia meridionale cilena, la cittadina più vicina è Puerto Natales, non lontano il mitico gruppo delle Torri del Paine, oggi fortunatamente comprese in un parco nazionale, voluto anche da un italiano, quel Guido Monzino, alpinista ed esploratore, che ci era arrivato e vi aveva messo radici, acquistando un ampio terreno, poi donato al governo cileno con il vincolo dell'ampliamento del parco. 
Il Seno de Ultima Esperanza è un lungo braccio di mare che si insinua tra montagne selvagge, alcune cime delle quali non sono state tuttora salite, a toccare il Cerro Balmaceda ed il suo ghiacciaio e, ancora più in fondo, il ghiacciaio Serrano. 
A metà di questo braccio di mare l'Estancia Perales, sorge isolata, in un'ampia vallata fertile, alle spalle i monti. Ecco, in questa zona si conclude l'avventura di Federico Sacco, protagonista del romanzo di Cuniberti intitolato appunto "Ultima Eseperanza". Come si concluda non viene detto, perché il giovane veterinario piemontese, protagonista del racconto, risulta disperso, mentre il suo avventuroso viaggio viene raccontato attraverso i suoi diari personali, pervenuti in modo rocambolesco alla Società Geografica Italiana, promotrice dell'esplorazione. 


Il libro inizia con una seduta della Società nella quale viene dato conto della scomparsa del Sacco, e dell'avvenuto ricevimento di due diari personali, che vengono letti pubblicamente, allo scopo di decidere che cosa fare di queste relazioni, in considerazione del fatto che quelle scientifiche, annotate separatamente, sono andate perdute. 
Si narra così del lungo viaggio per mare verso l'America del Sud, dell'arrivo a Valparaiso, delle tempeste e del mal di mare sofferto dal protagonista, dell'incontro con un compagno di viaggio interessato a fondare un'estancia per l'allevamento delle pecore, del proseguio dell'itinerario al seguito del colonizzatore Saavedra, dell'orrore per i suoi metodi crudeli con i quali era uso "pacificare" l'Araucania, ed infine della decisione di proseguire da solo con una guida meticcia di Chiloè verso il Sud. 
La guida lo abbandonerà rubandogli tutto e, dopo aver incontrato casualmente il compagno col quale aveva iniziato il suo viaggio a piedi, ed averlo perduto a seguito di un agguato di una tribù tehuelche, il Sacco deciderà di stabilirsi nei pressi del Seno di Ultima Esperanza, costruendosi una capanna, per poter compiere le osservazioni scientifiche, che annoterà sui diari perduti. L'autore immagina che Sacco sia lo scopritore della Cueva del Milodonte, ricordata anche da Chatwin nel suo "In Patagonia", che riesca ad instaurare un buon rapporto con i nativi aonikenk, che sposi un'indigena, e che alla fine riesca a trovare e ad esaminare un esemplare di dinosauro piumato, che intende ammaestrare per portarlo in Italua a riprova della sua strordinaria scoperta.
Insomma, il Cuniberti in questo libro introduce molti degli elementi salienti della storia dell'esplorazione della Patagonia Cilena, aggiungendo alla fine anche alcune note che riportano alle vicende autentiche che fanno da sfondo a questa storia. 
Aggiungo però che, per chi ne abbia interesse, questa storia è abbastanza ben documentata. Ne hanno scritto autori famosi e coloro che per primi esplorarono quei luoghi, e che rimasero sconosciuti ai più. La storia della conquista delle terre meridionali da parte degli spagnoli e poi dell'esercito cileno è tristemente nota e confrontabile su più fonti. 



giovedì 7 marzo 2019

Pensieri d'autore. Salvatore Quasimodo

Croazia Pag
Il mare di Pag (foto Daniela Durissini)

Già da più notti s'ode ancora il mare 
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce. 
Eco d'una voce chiusa nella mente 
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse 
d'uccelli delle torri, che l'aprile 
sospinge verso la pianura. Già 
m'eri vicina tu con quella voce; 
ed io vorrei che pure a te venisse, 
ora, di me un eco di memoria, 
come quel buio murmure di mare.


da Salvatore Quasimodo, S'ode ancora il mare
in Giorno dopo giorno (Milano, Mondadori, 1947)


⇒(click) Il Libro: Salvatore Quasimodo, Giorno dopo giorno  (Il libro di trova, usato, nell'edizione del 1960)

mercoledì 6 marzo 2019

Pensieri d'autore. Francesco Guicciardini

Francesco Guicciardini 
Firenze, 6 marzo 1483

Ritratto di Francesco Guicciardini

Quelli cittadini che appetiscono onore e gloria nella cittá sono laudabili e utili, pure che non la cerchino per via di sette e di usurpazione, ma collo ingegnarsi di essere tenuti buoni e prudenti, e fare buone opere per la patria.


da Francesco Guicciardini, Ricordi

⇒(click) Il Libro: Francesco Guicciardini, Ricordi 

martedì 5 marzo 2019

Letture. Il marito passaporto e la pericolosa avventura di Marga d'Andurain



Incuriosita dal fatto che Marga d'Andurain, tra le altre attività, vantasse anche quella di albergatrice, avendo gestito per molti anni il famoso Hotel Zenobia, costruito tra le rovine della siriana Palmira, che ho frequentato nel corso di un indimenticabile viaggio in quei luoghi, ho letto il suo libro autobiografico Il marito passaporto. 
Vi si accenna alla vita irrequieta dell'autrice, che di nome faceva Jeanne Amélie Marguerite Clérisse, che la contraddistinse sin da ragazza, quando i genitori le fecero cambiare diversi collegi ecclesiastici, nella speranza di domare il suo spirito ribelle e si racconta invece, in dettaglio, la strana avventura che la vide protagonista, nel corso di un viaggio, finito assai male, verso La Mecca. 
Marga, nata a Bayonne nel 1893, da famiglia di orgine basca, si sposò giovanissima con il cugino, il conte Pierre d'Andurain, e viaggiò molto assieme al marito, con il quale tentò la fortuna anche in America, e precisamente in Argentina, dove i due iniziarono ad allevare cavalli, peraltro senza alcun successo. 
Rientrarono in Europa allo scoppio della prima guerra mondiale, per il desiderio di Pierre di combattere per il suo paese, ma nel 1925, a seguito della morte del padre di lei, che le lasciò una consistente eredità, partirono nuovamente, questa volta verso il Medio Oriente, approdando a Palmira, dove presero in gestione l'hotel sorto accanto all'antica città carovaniera.
Si diceva allora che l'amicizia di Marga con alcuni ufficiali inglesi coprisse in realtà un'attività di spia, che lei nega ostinatamente, com'è logico, nel libro, scritto con molto rancore per il trattamento, secondo lei iniquo, ricevuto dai francesi, in occasione della sua disavventura araba. 
In realtà ebbe una costante assistenza da parte del console del suo paese ma, in quegli anni, i diplomatici dovevano districarsi nella difficile situazione del Medio Oriente, e non potevano che essere imbarazzati dal comportamento di questa donna intraprendente, che scompigliava le loro alleanze ed i loro piani. 
In effetti Marga, per viaggiare in Arabia e per raggiungere La Mecca (se ci fosse riuscita sarebbe stata la prima donna occidentale a farlo), aveva escogitato un divorzio di comodo dal marito, che le avrebbe consentito di disporre liberamente della propria dote e di sposare un "marito passaporto" arabo, tale Soleiman, scelto a caso e solo perché proveniente dal Najd, regione centrale dell'Arabia. Inoltre s'era convertita all'Islam, prendendo il nome di Zenab (Zenobia, la famosa regina di Palmira). 
Tutto ciò però non aveva convinto le autorità di Gedda, che l'avevano fermata, rinchiudendola dapprima nell'harem del vice governatore e poi imprigionandola, quando Soleiman morì per avvelenamento. Sospettata di aver dato lei stessa il veleno al marito, rimase in prigione per due mesi, rischiò la condanna a morte per lapidazione, ma alla fine fu rilasciata e rimpatriata, benché privata della cittadinanza francese e costretta a rimanere a Parigi, senza poter tornare, per un lungo periodo di tempo, a Palmira. Il libro finisce qui ma sappiamo che, quando infine poté viaggiare di nuovo, tornò in Siria all'hotel Zenobia. Era il 1935 e si risposò con Pierre, da lei considerato sempre il suo unico e vero marito, che però fu assassinato l'anno seguente. Lei seguì la stessa sorte nel 1948, quando fu uccisa sul suo yacht nel golfo di Tangeri. Il corpo fu gettato in mare e mai più ritrovato. 
Insomma, gli affari e le relazioni dei coniugi d'Andurain e di Marga in special modo, non dovevano essere troppo graditi ai francesi, che vedevano in questa donna libera e un po' folle un pericolo reale per i loro interessi in quella delicata zona del mondo in cui si stava disegnando il futuro assetto del Medio Oriente.



La prima edizione del libro apparve per Jean Froissart nel 1947 con il titolo "Le mari passeport"

mercoledì 20 febbraio 2019

Letture. Lo sradicamento di Juan Octavio Prenz

Contovello
(foto Daniela Durissini)
Sull'onda dei commenti all'assegnazione del premio Nonino di quest'anno a Juan Octavio Prenz, ho letto Solo gli alberi hanno radici, romanzo pubblicato nel 2017 dalla case editrice La nave di Teseo. 
Claudio Magris, che scrive la prefazione, nota: " La conoscenza di lingue e letterature slave fa di Prenz un curioso esempio di scrittore sudamericano-mitteleuropeo, che continua a muoversi e ad essere di casa nel vecchio e nel nuovo continente, vicino a quel mondo istriano anch'esso plurinazionale, dove affondano le sue radici - parola che egli, come ha più volte ripetuto, non ama, perché si sente più un animale randagio che un albero incantenato al suolo e perché gli sembra inutile moltiplicare le metafore".
La narrazione ha come sfondo la cittadina di Ensenada de Barragan, in Argentina, piccolo porto di commerci e contrabbandi, poi sviluppatasi e conosciuta semplicemente come Ensenada, la città dove Prenz è nato e dove ha trascorso la prima parte della sua vita. 
L'esordio del romanzo è sorprendente e di grande impatto, con la descrizione della località e delle genti che la abitano e la frequentano; da un lato gli immigrati, provenienti da diverse parti del mondo, che si insediano nel quartiere Campamento, simbolo di una provvisorietà destinata a mettere radici, dall'altra i marinai, sradicati e giramondo per definizione e, in gran parte, per vocazione. I due mondi si incontrano, incrociando i loro destini, ma la narrazione ben presto si allontana da coloro che partono, per concentrarsi su coloro che rimangono, magari con il pensiero di tornare nel paese d'origine, per raggiungere il quale si risparmiano i denari per l'acquisto del biglietto per il lungo viaggio in nave, che però vengono distratti continuamente per le esigenze della nuova vita e della nuova casa, mentre in patria i rimasti invecchiano e muoiono e la storia sta preparando una deflagrazione epocale che renderà impossibile il rientro. 
In questo microcosmo, rappresentato dal quartiere degli immigrati di Ensenada, si muovono i personaggi ricreati da Prenz, dal bimbo dal quale parte la narrazione, Benigno Salvador Croce, nato lì, figlio di immigrati istriani, che svolge il suo primo lavoretto come procacciatore di clienti per una prostituta locale, al padre, Tihomir Croce, la cui famiglia è stata prima Kreuz, poi Kriz, a seconda dei governi che si sono succeduti in quelle terre, che vive, apparentemente senza grossi traumi, una confusione linguistica ed esistenziale, in alcune pagine indimenticabili del romanzo, a Frane Daicich, uomo di piccola statura, che mantiene una corrispondenza costante con la famiglia, rimasta in Istria, inventando per i preoccupati genitori, una storia fantastica, che lo vedrà fidanzato e poi sposo di una donna bellissima, ed addirittura cresciuto di parecchi centimetri, a molti altri, che si muovono sullo sfondo della, allora piccola, località portuale. 
Il personaggio del bisnonno Alexandar Kreuz, morto due volte, la cui vita si svolge interamente in Istria, riporta il lettore alle origini della famiglia Croce ed al paese, con i suoi ritmi ed i suoi riti, con il suo essere comunità, in modo assolutamente diverso da quello in cui lo è quella di Campamento, in cui vivono Benigno Salvador ed i suoi genitori.
Il romanzo si divide in numerosi capitoli, che interrompono e riprendono le vicende dei diversi personaggi, con l'evidente intento di ricreare quella confusione di atteggiamenti e di linguaggi, presente a Ensenada, date le diverse provenienze dei suoi abitanti, tuttavia, se l'esordio è magistrale, la narrazione non riesce a mantenere lo stesso ritmo fino in fondo, ed anzi, verso la fine si sfilaccia un po', diventa decisamente meno incisiva e delude le aspettative. 
Prenz, a mio avviso, non ha le capacità affabulatorie di taluni scrittori sudamericani, anche se qua e là ne troviamo qualche cenno, e non costruisce in questo romanzo uno schema narrativo del tutto convincente, anche se il tema trattato e le vicende raccontate, probabilmente con qualche spunto autobiografico, ne rendono piacevole ed interessante la lettura.