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martedì 21 gennaio 2020

Itinerari. Monaco di Baviera

Monaco di Baviera casa sulla Marienplatz
Riflessi. Casa sulla Marienplatz (📷 Daniela Durissini)
Monaco, a dispetto della sua manifestazione più celebre, l'Oktoberfest, che attira ogni anno migliaia di visitatori, non è una città che, d'immediato, sembri dar confidenza al viaggiatore. Le sue strade, tutte fiancheggiate da piste ciclabili sulle quali si sfreccia più velocemente e pericolosamente di quanto non si faccia al volante delle molte auto di lusso che ne percorrono la parte centrale, non sono fatte per i pedoni, e non lo sono nemmeno i numerosi semafori, raramente di colore verde che, comunque, diventa giallo in pochi secondi. I numerosi tram e gli autobus favoriscono una circolazione sempre e comunque su mezzi meccanici, mentre l'andare a piedi sembra riservato per lo più al centro storico, quello sì, destinato a chi vuole camminare, ed ovviamente ai parchi, come il Giardino inglese, più grande di Central Park, o il centralissimo Hofgarten. 
La città sembra soffrire, in questo senso, di un eccesso di volontà organizzativa, che si riflette anche in una rigidità percepibile da chiunque entri in uno dei numerosi, e splendidi, musei, e persino nelle pasticcerie del centro o nelle birerrie. Tutto, ovunque, è efficienza, o vorrebbe esserlo, che talvolta si traduce in distacco e freddezza. 

Propilei (📷 Daniela Durissini)
La città, culla del nazismo, è stata molto danneggiata nel corso della seconda guerra mondiale ed in alcuni casi gli attuali edifici sono frutto di accurati restauri e ricostruzioni. Di notevole interesse ciò che rimane della città dei Wittelsbach, ed in particolar modo le costruzioni dovute alla mano felice dell'architetto Leo von Klenze, che per Ludwig I concepì la Königsplatz, con la Glyptothek, l'Antikensammlungen ed i Propilei, ed ancora l'Alte Pinakothek. Lo stesso von Klenze rimaneggiò significativamente la Residenz, che dalla sua costruzione come fortezza, nel XIV secolo, subì numerosissimi cambiamenti ed ampliamenti. 

Residenz Monaco di Baviera

Residenz Monaco di Baviera
Residenz (📷 Daniela Durissini)
I turisti sono generalmente attratti dal Neues Rathaus, l'enorme edificio neogotico, veramente troppo carico, completato nel 1908, che occupa un lato della Marienplatz, la cui torre centrale presenta un orologio molto famoso, a figure animate. 

Neues Rathaus (📷 Daniela Durissini)
Sulla stessa piazza affaccia la chiesa più antica della città, dedicata a San Pietro, sorta nel XII secolo e più volte rimodernata, fino alla barocchizzazione del XVIII secolo ed alla ricostruzione del dopoguerra. 

Monaco chiesa di S.Pietro campanile
Chiesa di S.Pietro (📷 Daniela Durissini)
La cattedrale, Frauenkirche, è senza dubbio uno degli edifici più fotografati, grazie alle due alte torri che la caratterizzano. Chiusa tra le costruzioni che la circondano, solo i due campanili svettano sopra i tetti e costituiscono la misura della massima altezza raggiungibile dagli altri edifici del centro. Nel corso della seconda guerra mondiale la chiesa venne distrutta ma le torri rimasero in piedi.

Frauenkirche. Torri campanarie (📷 Daniela Durissini)
Ma sono i musei il vero gioiello di questa città, i luoghi in cui perdersi tra le molte meraviglie del passato, in diversi casi arrivate a Monaco grazie al collezionismo dei Wittelsbach, ed opere di grande pregio più recenti, provenienti spesso dalle donazioni di collezioni private. 
Sulla Königsplatz, oltre ai Propilei, concepiti come porta della città, superata nella sua funzione dall'espandersi dell'abitato, e divenuti monumento alla guerra d'indipendenza greca, affacciano la Glyptothek (chiusa per restauri fino all'autunno 2020), e lo Staatliche Antikensammlungen (che vanta, tra l'altro, una splendida raccolta di vasi greci, assolutamente da non perdere).

Antikensammlungen (📷 Daniela Durissini)
Poco più avanti l'NS-Dokuzentrum (centro di documentazione sul nazismo). 

NS-Dokuzentrum (📷 Daniela Durissini)
Dietro ai Propilei si trova la Lenbachhaus, originariamente casa-studio del pittore Franz von Lenbach, restaurata ed ampliata di recente da Norman Foster, che presenta, tra l'altro, una magnifica collezione di opere donate dalla pittrice Gabriele Münter, che negli anni aveva raccolto i quadri del compagno Kandinsky e degli amici appartenenti al movimento del Cavaliere azzurro. 

Lenbachhaus (📷 Daniela Durissini)
Dietro alla Glypthotek il nuovo Museo egizio, Ägyptisches Museum, interessante per le collezioni, che ebbero origine da alcuni oggetti acquistati da Alberto V Wittelsbach, assai ben esposte, ma anche per la realizzazione dell'edificio, il cui ingresso è stato concepito come quello di una tomba reale.

Ägiptisches Museum (📷 Daniela Durissini)
Poco distanti le Pinacoteche, Alte, Neue (chiusa per restauro fino al 2025) e der Moderne, ed il Museo Brandhorst, riconoscibile dall'edificio coloratissimo, nato da una collezione privata di opere d'arte contemporanea.

Monaco Alte Pinakothek e der Moderne
Pinacoteche viste dal Brandhorst (📷 Daniela Durissini)

Museo Brandhorst (📷 Daniela Durissini)
Da citare anche lo Stadtmuseum, il Nationalmuseum ed ovviamente, il Deutsches Museum, piuttosto lontano ripsetto agli altri, su un'isola del fiume Isar, che attraversa la città, dedicato alla scienza ed alla tecnica. Si tratta del museo di questo genere più vasto del mondo ed uno dei più visitati del paese, per il quale occorre preventivare almeno una giornata. 

Deutsches Museum (📷 Daniela Durissini)
Trovandosi a Monaco sarà quasi d'obbligo provare a sedersi ai lunghi, e sempre affollati, tavoli di una delle caratteristiche birrerie, frequentate dai turisti ma anche dai monacesi, che vi organizzano feste ed incontri. Nonostante la grande capienza delle numerose sale non è raro che non ci sia posto e, di solito, è buona norma prenotare, specialmente se si è in più persone. Si tratta di un'esperienza da fare assolutamente per toccare con mano uno degli aspetti caratteristici di questa città. 

Birreria Augistiner (📷 Daniela Durissini)
E se i camerieri sono spesso arcigni e, come sempre, super efficienti, i monacesi lì lo sono un po' meno, e lasciano trasparire quel tanto di inclinazione alla spensieratezza, tipica delle zone più meridionali del paese, che li distinguono dagli abitanti delle regioni più settentrionali e che li avvicinano invece ai popoli a sud delle Alpi. 


⇒(click) Per informazioni pratiche: TuttoBaviera





venerdì 17 gennaio 2020

I protagonisti. Gabriele Münter

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus. Vassily Kandinsky. ritratto di Gabriele Münter (1905)
(
📷 Daniela Durissini)
Gabriele Münter nacque a Berlino, nel 1877, in un'epoca quindi che non concedeva troppo alle donne, specialmente a coloro che rivelavano, come lei, fin da ragazze, una certa propensione a voler vivere le propria vita da persone indipendenti ed a voler seguire i propri interessi e le proprie passioni, al di fuori dei rigidi schemi che la società dell'epoca aveva costruito. Ebbe fortuna però, Gabriele, poiché, a differenza di altre sue coetanee che avevano dovuto cedere alle esigenze della famiglia e della casa, poté dedicarsi, con il pieno appoggio dei genitori, alla pittura, che coltivò fin da giovanissima.
Dopo aver frequentato dei corsi presso la Damen Kunstschule di Düsseldorf, si trasferì a Monaco dove, nel 1902, si iscrisse alla Phalanx Schule, fondata l'anno prima da Vassily Kandinsky. 

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus.
Vassily Kandinsky. Gabriele Münter mentre dipinge (1903)
(📷 Daniela Durissini)
Fu proprio un dipinto di lui, La citta vecchia, che la convinse a prendere questa decisione che rappresentò una svolta nella sua vita. In breve tempo infatti, divenne la compagna del maestro e con lui si confrontò, litigò anche, girò l'Europa, frequentò i gruppi di artisti delle avanguardie. Kandinsky apprezzava Gabriele, anche se da subito riconobbe l'impossibilità di insegnarle qualsiasi cosa, riconoscendo il suo talento con queste parole, peraltro inusuali per l'artista: “Sei un allievo senza speranza, non ti si può insegnare nulla. Puoi fare solo ciò che è maturato in te. Tu hai tutto dalla natura”.

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lanbachhaus
Gabriele Münter. Vassily Kandinsky mentre dipinge un paesaggio (1903)
(
📷 Daniela Durissini)
Durante i primi anni della loro relazione viaggiarono molto, furono in Italia e in Francia, dove vissero per quasi un anno, in Germania, a Berlino, prima di tornare a Monaco. Nel frattempo Gabriele aveva potuto organizzare, proprio a Parigi, la prima mostra, ma il confronto con il compagno era continuo e spesso carico di tensioni. Lo stesso Kandinsky ammise più tardi che il carattere di Gabriele non poteva andar d'accordo con il suo e che lui, del resto, non era disposto a cedere su nulla. Lei, appresa dal maestro la tecnica, elaborò ben presto uno stile personale, e se, all'inizio, le loro opere furono abbastanza vicine, con l'andar del tempo i due presero strade decisamente differenti. Ma lei seppe seguire la sua con coraggio e determinazione, non si fece influenzare, e riuscì ad elaborare un proprio percorso artistico che la distinse decisamente da quello del compagno. Nel 1908 i due acquistarono una casa a Murnau e vi trascorsero diversi periodi in compagnia di amici ed artisti tra i quali furono particolarmente assidui  Alexej von Jawelensky e Marianne von Werefkin. 


Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus
Alexej e Andreas Jawelensky, Marianne von Werefkin e Gabriele Münter
(
📷 Daniela Durissini)
Si trattava di due artisti di notevole spessore e dal confronto con loro, con le loro idee e le loro opere, Gabriele riuscì a trarre ispirazione per i suoi successivi lavori che, come lei stessa ebbe modo di ricordare, erano frutto di un'espressione artistica a lei congeniale che l'aveva guidata nella scelta di “una più immediata azione cromatica e una figurazione più sintetica e concentrata”.

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus. Gabriele Münter. La casa russa (1931)
(
📷 Daniela Durissini)
Il divario tra le sue opere e quelle del compagno si faceva sempre più sensibile. Quando Kandisky iniziò ad accostarsi all'astrattismo lei giudicò i suoi lavori dei passatempi, e non condivise quell'esperienza, sebbene avesse tentato un approccio in talune opere che rimarranno marginali. Lui ovviamente dissentiva e non riusciva ad accettare le critiche della compagna che accusava di non comprendere i suoi pensieri artistici, perché troppo innovativi.

Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus
Gabriele Münter. Astratto, studio (1918)
(
📷 Daniela Durissini)
Nel frattempo lo stile di Gabriele andava definendosi nella maturità dei suoi lavori, i paesaggi, le straordinarie nature morte ed i ritratti riescono a comunicare la capacità dell'artista di trovare un equilibrio tra i consueti filoni narrativi e le nuove tecniche derivanti dal contatto con le avanguardie.


Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lanbachaus
Gabriele Münter. Paesaggio bavarese con fattoria isolata (1910)
Dipinto su vetro (
📷 Daniela Durissini)
In quel periodo Kandinsky, che era stato un esponente di spicco della NKVM (Neue Künstlervereinigung München), avendo visto rifiutato un suo quadro per un'esposizione, abbandonò l'associazione e fondò il Blaue Reiter, assieme a Franz Marc, Alexej von Jawelensky, August Macke. L'origine del nome è curioso perché unisce la passione per il colore blu di Kandinsky, alla passione per i cavalli di Marc.
Il gruppo di artisti organizzò delle mostre e pubblicò, nel 1912, un Almanacco, nel quale furono presentati i nuovi orientamenti artistici basati principalmente sul tentativo di comunicare emozioni, mediante l'uso spregiudicato dei colori, la dissoluzione della narrazione, e della partizione dello spazio. In altre parole la scena classica si frantuma, si dissolve e lascia il posto a qualcos'altro, qualcosa che è destinato a provocare ed a condividere emozioni. In una mostra, organizzata dal gruppo nel 1911, Gabriele partecipò con alcune sue opere.
Allo scoppio della guerra Gabriele e Kandinsky andarono in Svizzera e lui, poi, in Russia, dove incontrò colei che divenne la sua seconda moglie, Nina Andreevkaja. Nel 1916 avvenne la rottura definitiva di un rapporto concluso da tempo. Lei, addolorata dal fatto di aver avuto l'impressione di essere stata comunque considerata non per il suo lavoro ma come la compagna di Kandinsky, una sua “appendice insignificante”, smise di dipingere per diversi anni. 


Lenbachhaus Monaco
Monaco. Lenbachhaus
Gabriele Münter. Donna in poltrona che scrive (1929)
(Stenografia. Donna svizzera in pigiama)
(
📷 Daniela Durissini)
Nel 1928 incontrò il critico d'arte Johannes Eichner, che divenne il suo nuovo compagno. Nel 1937 il nazismo proibì l'esposizione delle sue opere. Nel 1956 ricevette il premio della Cultura della città di Monaco. Morì a Murnau nel 1962.
Durante la seconda guerra mondiale Gabriele protesse, conservandoli nella casa di Murnau, i quadri che Kandisnsky le aveva lasciato e per la restituzione dei quali le aveva intentato una lunga causa, fortunatamente persa. Così ora sono conservati presso il Museo Lenbachhaus di Monaco, ai quali la Münter li donò, assieme a molti altri lavori suoi e degli amici che avevano partecipato al movimento del Cavaliere azzurro, nel 1957, in occasione del suo ottantesimo compleanno. 

⇒(click) Il libro: Isabelle Jansen, Gabriele Münter (1877-1962). Painting to the Point, Münche, London, New York, Prestel, 2017.

giovedì 16 gennaio 2020

Letture. Kader Abdolah. La casa della moschea



Kader Abdolah è uno scrittore iraniano che vive oggi in Olanda e, cosa piuttosto curiosa, scrive nella lingua del suo nuovo paese. Per Iperborea sono già apparsi, tradotti in italiano, diversi suoi romanzi. Tra questi, La casa della moschea è forse il più riuscito e completo. 
Si tratta di un romanzo maturo, soprattutto perché l'autore, attraverso un lungo e faticoso cammino, rispecchiato in parte dai suoi precedenti lavori, è riuscito ad allontanarsi quel minimo indispensabile dalle vicende dolorose che hanno segnato la sua vita e che hanno determinato il suo allontanamento dall'Iran, per poter posare uno sguardo finalmente più sereno, sulle vicende che hanno coinvolto il paese  e l'hanno profondamente cambiato. 
Attraverso le esperienze della famiglia che abita la casa della moschea del bazar di Senjan, della quale, tra l'altro, è proprietaria da generazioni, si segue l'evoluzione degli avvenimenti che, in anni recenti e recentissimi hanno cambiato la vita di milioni di persone.
I protagonisti della storia sono due, Aga Jan, benestante ed influente commerciante di tappeti del bazar e capo famiglia, e la casa stessa che segue e rispecchia le sorti dei suoi abitanti. 
Kader Abdolah costruisce il romanzo servendosi dei suoi ricordi personali, uniti alla cronaca dell'epoca, tra accadimenti reali e suggestioni fiabesche, che la vecchia casa ospita indifferentemente, come se tutto appartenesse ad una sua particolare realtà, come se verità e fantasia fossero comunque destinate ad intrecciarsi in questo luogo che è di per sé un posto-rifugio per tutti i membri della famiglia e per le nostalgie dell'autore.
I muri secolari diventano così i testimoni ed i custodi di ciò che accade al di fuori di essi e viene proiettato all'interno grazie alla testimonianza dei suoi abitanti che, inizialmente, nonostante le diverse opinioni sulla vita e la politica, vivono in una sorta di felice equilibrio, mentre, man mano che il tempo passa, vengono coinvolti e sospinti verso l'estremizzazione dei propri sentimenti e delle proprie convinzioni. Tutti, tranne Aga Jan, che rimane solidamente legato al proprio credo ed alle tradizioni, atteggiamento che lo isola ma che infine salverà la sua umanità e quel che resta della famiglia e degli amici. 
La piccola comunità, che vive con sorpresa e qualche dubbio la politica di modernizzazione portata avanti dallo scià e dalla moglie Farah Diba, viene duramente colpita al tempo della rivoluzione khomeinista, alla quale aderiscono alcuni membri della famiglia. Aga Jan perde il figlio, ucciso, come nella realtà accadde al fratello dell'autore, per sospetta attività sovversiva, e sperimenta come la paura ed il condizionamento ideologico siano in grado di trasformare in nemici anche gli amici più cari; quando tenta di dargli una onorata sepoltura, negata dal regime, si trova di fronte al diniego di tutti coloro ai quali si rivolge, chiedendo solo pietà. 
Anche la casa è destinata a perdere qualcosa di fondamentale: la moschea, alla quale è legata, anche materialmente, da un corridoio, un tempo percorso abitualmente dall'imam.
Alla fine però, in questo mondo nuovo, crudele e sconvolto, qualcosa sembra cambiare e Aga Jan e la moglie, sempre più soli ma ancora nella vecchia casa, scoprono che la gente inizia a rifiutare gli eccessi della rivoluzione. Coloro che hanno torturato, condannato ed ucciso barbaramente, vengono a loro volta condannati, gli amici che hanno volto loro le spalle fanno ammenda e la ruota sembra poter girare di nuovo, questa volta per offrire sollievo ad un paese meraviglioso che può risollevarsi dall'abisso oscuro nel quale era sprofondato. Bisogna però saper perdonare. 


⇒(click) Il libro. Kader Abdolah, La casa della moschea, Milano, Iperborea, 2008, trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo

mercoledì 15 gennaio 2020

I protagonisti. Balkrishna Doshi. Un architetto indiano nello studio di Le Corbusier

Sangath Architect's studio, 1980 (foto Daniela Durissini)
Balkrishna Vithaldas Doshi è nato a Pune nel 1927 ed è il primo architetto indiano ad aver ricevuto il premio Pritzker per l'architettura, conferitogli nel 2018. La sua è una storia esemplare, di successi e di un forte legame con la propria terra e le sue tradizioni. 

Kanoria Centre for Arts (1984-2012)
(foto Daniela Durissini)
Dopo aver lavorato a Parigi, dal 1951 al 1954, nello studio di Le Corbusier, il cui stile inconfondibile si riconosce nelle sue opere, fece ritorno in India, inizialmente come collaboratore del grande architetto che, in quel periodo, su richiesta di Nehru, aveva preparato il piano urbanistico di Chandigarth, progettandone anche alcuni edifici. 

Amdavad Ni Gufa (1994)
(foto Daniela Durissini)
La città, nell'India settentrionale, capitale degli stati del Punjab e dell'Haryana, è in effetti fortemente caratterizzata dall'opera di Le Corbusier che riuscì a realizzare lì la sua utopia. Il giovane Doshi tornato nel suo paese natale proprio per seguire questi lavori, nel 1955 fondò uno studio di progettazione ambientale ed in seguito ebbe modo di collaborare con lo stesso Le Corbusier e con Louis Khan ad alcuni progetti realizzati ad Ahmedabad.

CEPT (1968)
(foto Daniela Durissini)
Molto conosciuto anche al di fuori dell'India, Doshi ha realizzato la maggior parte dei suoi progetti nel suo paese, soprattutto ad Ahmedabad, iniziando con un altro architetto indiano, Anant Raje (1929-2009), con il quale collaborò per l'Indian Institute of Management, progettato da Louis Khan e completato proprio grazie a Raje, che era stato suo allievo all'università di Filadelfia. 

Indore. Case popolari (2014)
(foto Daniela Durissini)
Sempre ad Anmedabad ha fondato la Scuola di Architettura, ha progettato e realizzato Il Centre for Environmental Planning and Technoloy-CEPT (1968), il Kanoria Centre for Arts (1984-2012), all'interno del Campus universitario, il Mahatma Gandhi Labour Institute (1986), l'Amdavad Ni Gufa (1994), su idea ed in collaborazione con il pittore e scultore Maqbool Fida Husain, che voleva creare una galleria d'arte. Un suo progetto recente e molto significativo (2014), è stato realizzato ad Indore, e consiste in un gruppo di case popolari a basso costo che raggiungono la finalità di migliorare la qualità della vita degli abitanti pur senza scostarsi troppo dalle realizzazioni tradizionali del posto.


Mahatma Gandhi Labour Institute (1986)
(foto Daniela Durissini)
Ed in effetti ciò che distingue e caratterizza i progetti di Balkrishna Doshi è il forte legame con la tradizione indiana, reinterpretata però secondo la lezione modernista di Le Corbusier.  Alla Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera gli è stata dedicata un'ampia retrospettiva.

⇒(click) Il libro: Bruno Melotto, Balkrishna Doshi. The masters in India, Santarcangelo di Romagna, Maggioli (Politecnica), 2014

giovedì 9 gennaio 2020

Pensieri d'autore. Henry David Thoreau

La straordinaria faggeta di Zasip (Slovenia)


"Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto."

Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco, cap. II (1854)


⇒(click) Il libro. Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco, a cura di S. Proietti, Milano, Feltrinelli, 2014

martedì 7 gennaio 2020

Archeologia. L'esercito romano ai confini dell'impero. Strasburgo (I-IV sec. d.C.)

Museo archeologico Stasburgo stele funeraria romana
Museo archeologico di Strasburgo
Stele funeraria di un cavaliere accompagnato da un fante (fine del I sec. d.C.)

Necropoli di Sttrasburgo-Koenigshoffen
(foto Daniela Durissini)


Gli scavi archeologici effettuati nella zona di Strasburgo hanno portato alla luce testimonianze preziose della presenza dell'esercito di Roma nel I sec. d.C., quando esisteva nei pressi del Reno un campo di legionari, destinato a stabilizzarsi ed a rafforzarsi nel tempo. All'epoca l'esercito stava evolvendo ed avrebbe inglobato, man mano, non solo i provinciali appartenenti alle zone romanizzate da più tempo, ma anche coloro che si trovavano presso i confini. 

Strasburgo museo archeologico stele funeraria romana
Museo archeologico di Strasburgo
Stele funeraria di Comnisca, cavaliere dell'ala indiana (I sec. d.C.)

Necropoli di Strasburgo- Koenigshoffen
(foto Daniela Durissini)


Qui l'esercito costituiva un importante fattore di romanizzazione, dedicandosi, oltre alla funzione militare, alla valorizzazione del territorio. I legionari contribuivano alla realizzazione delle infrastrutture necessarie quali strade, ponti, acquedotti, ed inoltre garantivano la circolazione, in sicurezza, delle persone e delle merci. Da ricordare che la duranta del servizio militare nella legione era di 20 anni, mentre quella nelle truppe ausiliarie era di 25 anni, impiegando quindi buina parte della vita del soldato.


Strasburgo museo archeologico stele funeraria romana
Museo archeologico di Strasburgo
Stele funeraria di Lepontius (IV sec. d.C.), calco
(foto Daniela Durissini)


Le stele funerarie, venute alla luce in diversi periodi, ricordano alcuni di questi legionari, e sono oggi conservate presso il Museo archeologico di Strasburgo, a Palazzo Rohan. In particolare la stele di Comnisca, cavaliere dell'ala indiana, ricorda l'impiego delle truppe ausiliarie, mentre la stele molto più tarda, di un certo Lepontius, ci è giunta solo grazie ad un calco, fatto nel corso del XIX secolo, dato che quella originale è andata perduta in un incendio del 1870. 
Tutte, comunque, sono artisiticamente rilevanti e rivestono grande interesse sia perché testimoniano la presenza dell'esercito romano a Strasburgo, sia perché offrono dettagli interessanti sull'equipaggiamento dei soldati. 
Celeberrima la stele di Caius Largennius, ritrovata nella necropoli di Koenigshoffen. Questi era un cittadino lucchese ed è anche il primo cittadino di Strasburgo di cui si conosca il nome. Per la descrizione della stele rimando ad una scheda completa di Archeomedia nel link qui sotto.


⇒(click) scheda Archeomedia concernente la stele di Caius Largennius

lunedì 6 gennaio 2020

Fotografare l'arte. Adorazione dei Magi

Bressanone. Hofburg 
I presepi
Johann Giner il Vecchio (1756-1833)
Adorazione dei Magi
Thaur, 1825 circa

Bressanone Brixen Hofburg Museo Collezioni Presepi
(foto Daniela Durissini)
Johann Giner il Vecchio, nato a Thaur, in Tirolo, nel 1756, dove morì nel 1833, è stato uno scultore ed intagliatore di presepi che seppe trasmettere la sua arte al figlio Johann (Johann Giner il giovane), rendendo nota Thaur proprio per questa attività. Fu allievo del famoso scultore bavarese Ignaz Gunter e da ragazzo si mise a bottega presso il suo studio, a Monaco. 
Tornato a Thaur iniziò l'attività di scultore, specializzandosi in presepi. Quello riprodotto, conservato presso il museo della Hofburg di Bressanone, è un'opera della sua maturità. Le figure si muovono su uno sfondo che riproduce il paesaggio locale, con montagne e le rovine di un castello. 
Da notare la perfezione con la quale vengono tratteggiati i caratteri di ogni singolo personaggio pur nella dimensione ridottissima delle figure.

Bressanone Brixen Hofburg Collezioni presepi
(foto Daniela Durissini)

⇒(click) Ginner Johann, in Österreichisches Biographisches Lexikon 1815–1950, 1, Österreichischen Akademie der Wissenschaften, Wien 1957, p. 442.
Ginner Johann, in Neue_Deutsche_Biographie, 6, Duncker & Humblot, Berlin 1964, p. 403.