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martedì 16 giugno 2020

Arti e architetture. Il duomo di Gemona

Gemona del Friuli. Duomo di Santa Maria Assunta (foto Daniela Durissini)

Tra la fine del XIII secolo ed i primi anni di quello successivo veniva eretta, a Gemona, la chiesa intitolata a Santa Maria Assunta, sul luogo in cui, come accadeva spesso, già si trovava una costruzione precedente. Gli artefici di questo nuovo edificio, voluto dall'amministrazione cittadina più grande e più bello di quello antecedente, furono, oltre ai capimastri ed ai muratori, degli scultori di grande talento, che alcuni studiosi sogliono raggruppare nella Scuola gemonese, alla quale si attribuiscono anche alcune opere del duomo della vicina Venzone. 

S.Cristoforo
(foto Daniela Durissini)


Almeno due di questi artisti sono conosciuti: il maestro Giovanni, al quale si devono alcune delle opere scultoree in facciata, ma soprattutto un altro Giovanni, detto Griglio, originario proprio della cittadina, che realizzò, tra il 1331 ed il 1332, la grande statua di San Cristoforo, ed il ciclo della natività, sempre sulla facciata.

Nicchia con sculture del maestro
Giovanni e altri lapicidi 
(foto Daniela Durissini)

I figli di Giovanni Griglio furono incaricati, negli anni a cavallo della metà del XIV secolo, della realizzazione del campanile.
Anche l'interno dell'edificio fu arricchito con preziose opere pittoriche in parte danneggiate sia nel corso dei secoli, sia a causa del terremoto del 1976 che arrecò gravissimi danni all'intera costruzione, oggi completamente restaurata. 


►(Click) Per approfondire: Archeocarta FVG, Gemona del Friuli (UD)

►(click) Griglio da Gemona, in Dizionario biografico friulano (soprattutto per i riferimenti bibliografici)

giovedì 11 giugno 2020

Letture. Mario Vargas Llosa. "Conversación en La Catedral" (Conversazione nella "Catedral")










Di questo suo romanzo Vargas Llosa disse che, se una sola delle sue opere avesse dovuto salvarsi da un incendio, lui avrebbe scelto senz'altro Conversación en La Catedral, racconto complesso e sofferto (e molto lungo) che l'autore ha dedicato al periodo odrista nel suo Perù (1948-1956).
Lo scritto ebbe una lunga gestazione, seguì Vargas Llosa nei suoi spostamenti per l'Europa e gli Stati Uniti, e finalmente fu pubblicato nel 1969. In seguito ebbe molte riedizioni e fu tradotto in molte lingue, tra le quali l'italiano. Fu inserito tra i 100 migliori racconti del secolo XX ed indubbiamente è uno dei più significativi  romanzi di questo autore. 
Anche se non si tratta di un racconto autobiografico, molti personaggi e diverse situazioni sono tratti dalla vita e dall'esperienza di Vargas Llosa che, per certi versi, può identificarsi con uno dei protagonisti principali, Santiago Zavala, detto il flaco dai suoi famigliari, o Zavalita dai suoi compagni ed amici, giornalista a La Cronica, quotidiano di Lima, come lo era stato l'autore. La vicenda prende avvio dalla visita che Santiago fa al canile municipale per recuperare il suo cane, Batuque (fatto realmente accaduto), preso dagli accalappiacani nell'ambito di un piano per il contenimento della rabbia, che vede però gli addetti, dei poveri disgraziati e senza speranza, pagati ad esemplare, prendere anche gli animali al guinzaglio e regolarmente registrati, per guadagnare qualche soldo in più. In questo ambiente di disperazione, dove tanto gli uomini che gli animali sopravvivono e muoiono a fatica, Santiago ritrova Ambrosio che, per un periodo, fu l'autista del padre, con il quale si reca in un locale malfamato, La Catedral, avviando una lunga conversazione nella quale confluirà la vita di entrambi.
Vargas Llosa iniziò questo romanzo con l'idea di centrarlo su un guardaespaldas, mentre in realtà costruì un racconto molto complesso in cui confluiscono la vita e le vicende di molti personaggi che si intrecciano nell'originario discorso dei due protagonisti. Mentre Santiago ed Ambrosio si raccontano la loro vita, entrano nella conversazione le vite di tutti coloro che hanno incrociato le loro esistenze, costituendo così un quadro esemplare di ciò che era il Perù dell'epoca della dittatura, nelle varie sfaccettature della società, appesantita da un lato dalla corruzione e dal vizio e, dall'altro, dalla miseria e dalla povertà della maggior parte della popolazione. 
Santiago proviene da una famiglia della buona borghesia peruviana; figlio di don Fermin Zavala, che più per interesse che per convizione, ha appoggiato il partito odrista, e poi ha partecipato al tentativo di rovesciare il presidente, fin da ragazzo ha rifiutato il benessere nel quale è vissuto, e le idee del padre, ed ha tentato di costruirsi una vita indipendente, risultata però sempre precaria e disagevole. 
Ambrosio, figlio di un nero e di un'india, proveniente da un piccolo paese andino, è diventato l'autista di Cayo Bermudez, capo del governo e poi ministro (in realtà Alejandro Esparza Zañartu), e quindi di don Fermin, ma avendo commesso un delitto per difendere l'onore di quest'ultimo, è stato costretto a fuggire ed a rifugiarsi in un paese, lontano da Lima, dove ha finito di distruggere la propria vita. Due esistenze ai margini quindi, due personaggi che, in un certo senso, si assomigliano, con la loro debolezza, la loro tendenza a compiere scelte sbagliate, il loro desiderio di indipendenza che però per uno porta alla mediocrità e per l'altro alla rovina. Ma non sono certo più fortunati i personaggi che incrociano le loro vite, tutti vittime di un regime che privilegia pochi ed abbandona moltissimi, che porta la corruzione in ogni livello della società, dove tutti, anche coloro che si credono privilegiati, finiscono per essere sacrificati. Ed alla fine, dopo Odria, mentre quelli che riescono a galleggiare ed a salvarsi sono sempre e comunque coloro che sono vicini al potere politico e, senza porsi problemi morali perseguono i propri interessi senza guardarsi attorno, i meno fortunati, o solo i più onesti, rimangono nel limbo delle loro esistenze anonime e monotone, eternamente schiacciati da un sistema che lascia loro solo la possibilità di andarsene, come ha fatto l'autore, per tentare di crearsi una possibilità di vita migliore. 

►(click) Il libro: Mario Vargas Llosa, Conversación en La Catedral, 1969 (2013)

►(click) Mario Vargas Llosa, Conversazione nella "Catedral", Torino, Einaudi, 2019

martedì 9 giugno 2020

Culture. La Manifattura di porcellane viennesi (sec. XVIII)

Bressanone. Hofburg. Servizio da tavola per la visita della corte imperiale del 1765
 (foto Daniela Durissini)
Nel 1718 Claudius Innocentius du Parquier, fondava a Vienna la seconda Manifattura di porcellane in Europa. La prima operava da qualche tempo a Meissen, in Sassonia. L'intraprendente impresario, le cui origini sono incerte, benché il cognome farebbe pensare alla Francia, impiegatosi come consigliere militare alla corte di Vienna agli inizi del secolo, riuscì a soddisfare il desiderio dell'imperatore Carlo VI di possedere una fabbrica di porcellane sul territorio imperiale, reclutando alcuni lavoratori di Meissen ed ottenendo anche la formula, segreta, della fabbricazione. L'operazione venne condotta anche per contrastare la grande diffusione di porcellane cinesi.



Bressanone. Hofburg. Servizio da tavola
 (foto Daniela Durissini)

In cambio l'imperatore concesse alla manifattura il monopolio all'interno dell'Impero e garantì al du Parquier 25 anni d'esercizio, scaduti i quali, però, probabilmente a causa del tipo di prodotto offerto, piuttosto costoso e molto particolare, la fabbrica risultò così indebitata da costringere, nel 1744, l'imperatrice Maria Teresa, che non voleva perderla, a rilevarla. La manifattura divenne così Manifattura imperiale di porcellane di Vienna, con un proprio marchio.
Nella seconda metà del secolo vennero fondate due succursali a Karlovoy Vary ed a Trieste e, nello stesso periodo, si registrò il massimo numero di dipendenti, tra i quali si contavano ben 60 pittori. In effetti la decorazione a mano rendeva i pezzi unici e preziosi, particolarmente apprezzati i fiori che abbellivano le stoviglie da tavola, come dimostra lo splendido servizio ordinato dal principe vescovo Leopold von Spaur in occasione della visita della corte imperiale a Bressanone, avvenuta nel 1765. Due servizi di minor valore furono acquistati per la tavola dei nobili invitati al banchetto offerto ai reali.

►(click) Il Libro: Suzanne L. Marchand, Porcelain, A History from the Hearth of Europe, Princeton University Press, 2020

giovedì 4 giugno 2020

Fotografare l'architettura. Castello di Saint-Pierre

Val d'Aosta
Castello di Saint-Pierre (secc. XII-XIX)

Val d'Aosta Castello di Saint-Pierre
Castello di Saint-Pierre (📷 Daniela Durissini)

Il castello di Saint-Pierre è uno dei più antichi della Val d'Aosta, essendo citato già nel 1191. Arroccato in posizione elevata, a lato della strada principale che percorre il fondovalle, ha un notevole impatto scenografico. Originariamente di dimensioni modeste, è passato più volte di mano nel corso dei secoli e, quasi ogni proprietario, ha apportato delle modifiche e degli ampliamenti. Tuttavia, gli interventi più imponenti sono stati effettuati nel corso del XIX secolo, allorché il barone Emanuele Bollati di Saint-Pierre diede l'incarico della ristrutturazione del complesso, allora molto degradato, all'architetto Camillo Boggio. Questi, di origine piemontese, era uno studioso dell'architettura castellana tra Val d'Aosta e Piemonte ed aveva pubblicato alcuni studi in merito; è ricordato, tra l'altro, per essere stato il progettista del primo rifugio alpino intitolato a Vittorio Emanuele II, costruito ai piedi del Gran Paradiso ed inaugurato nel 1884.
Il Boggio doveva adattare il castello a residenza estiva della famiglia e vi impresse l'attuale aspetto, con le quattro caratteristiche torrette a completare il mastio. 
Oggi il castello, divenuto proprietà del Comune di Saint-Pierre, ospita il Museo regionale di Scienze Naturali.





mercoledì 27 maggio 2020

Culture. Il riuso dell'antico in una vasca battesimale

Pirano. Battistero di  S.Giovanni. Fonte battesimale (foto Daniela Durissini)
Nel battistero di San Giovanni a Pirano (Slovenia), edificato nel XVII secolo, fu collocata una vasca battesimale realizzata grazie al riuso di materiali di epoca romana. Un'operazione di questo tipo non era affatto rara e qui vide l'utilizzo di una lastra in pietra calcarea sulla quale è scolpito un putto alato che cavalca un delfino, immagine che tradizionalmente alludeva ad un cambiamento di stato. L'opera originale, databile al I sec. e ricavata da un'ara sepolcrale, rappresenterebbe infatti il passaggio al regno dei morti e, probabilmente, è stata a sua volta ricavata dall'antica fonte battesimale appartenente al battistero precedente, trecentesco, collocato di fronte al duomo. A questo proposito non bisogna dimenticare che il delfino, nella mitologia greca, era l'animale sacro ad Afrodite e simbolo di fecondità, mentre era legato anche al mito di Poseidone, rappresentando la forza delle acque, il che giustificherebbe il riutilizzo della lastra nella fonte battesimale. 

Qui la stessa foto contrastata per mettere in evidenza le figure

Pirano. Battistero di S.Giovanni. Fonte Battesimale
(foto Daniela Durissini)



martedì 19 maggio 2020

Ambiente e territori. Carso triestino. Le casite

Trebiciano. Casita (foto Daniela Durissini)

Anticamente il carso triestino era ricoperto di boschi fitti di cedui; la caccia costituiva la principale fonte di sostentamento, assieme allo sfruttamento del legname ricavato dai tagli degli alberi ed alla raccolta delle bacche. Quando, nel corso del medioevo, la popolazione iniziò ad aumentare e si formarono i primi paesi, la necessità di avere a disposizione terre da coltivare e da destinare al pascolo fece sì che i boschi subissero una riduzione drastica. L'allevamento, sia di bovini che di ovini, costituiva un'attività piuttosto redditizia e ben presto i pastori, che conducevano sovente una vita sostanzialmente nomade, seguendo gli spostamenti degli animali, vennero in conflitto con la popolazione stanziale, che si dedicava prevalentemente all'agricoltura e che vedeva i terreni devastati dalla presenza degli animali. Tuttavia si trattava non di rado anche di un conflitto etnico, dato che molti pastori provenivano dalla penisola balcanica, ed erano stati spinti sempre più a nord dal movimento dell'esercito turco che avanzava sempre di più e sempre con maggior decisione.

Trebiciano. Casita (foto Daniela Durissini)

In relazione a questo tipo di attività si diffuse sul Carso triestino un tipo di edificio, di dimensioni molto ridotte, generalmente monocellulare, costruito interamente in pietra calcarea, la cui disponibilità in loco ne rendeva semplice e veloce la realizzazione, adatto a riparare i pastori dalle intemperie o dal sole estivo, ed a svolgervi, nei pressi, le elementari operazioni di mungitura. La cosiddetta casita serviva peraltro anche a coloro che possedevano dei terreni lontani dalla propria abitazione, che venivano recintati per mezzo dei muretti a secco, anch'essi realizzati in pietra. In questo caso il piccolo edificio serviva anche da deposito degli attrezzi agricoli. 
Analoghe casite sono diffusissime anche in tutto il territorio istriano ed in Dalamazia. 

Daniela Durissini, “Inutiles omnino sunt et non arant”. L’insediamento di nuove genti sul Carso Triestino nel XV secolo “, in "Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria", CXVI (=LXIV) (2016), pp. 151-178 (PDF)

giovedì 7 maggio 2020

Letture. Henry Miller. Le colosse de Maroussi (The Colossus of Maroussi; Il colosso di Marussi)



Da un lungo viaggio in Grecia, compiuto alla vigilia della seconda guerra mondiale, Henry Miller ha tratto un racconto, The Colossus of Maroussi, pubblicato poco tempo dopo aver fatto ritorno negli Stati Uniti. L'ho letto nella traduzione francese di Georges Belmont, che l'autore approvò, nel 1972, ed affermò essere la più vicina all'opera originale. Il libro è disponibile anche in italiano, nella traduzione di F. Salvatorelli. 
E' un libro difficile ed affascinante, questo di Henry Miller, che qui, come in altre sue opere, adopera una tecnica di scrittura particolare, lasciando a tratti fluire il pensiero al di là ed al di fuori degli schemi e dei temi trattati. Non può dirsi strettamente la relazione di un viaggio in  Grecia, infatti, in quanto contiene molte, essenziali, riflessioni sulla vita e sul presente (e futuro) di un mondo in equilibrio sull'orlo dell'abisso della guerra. 
Miller, scrittore americano dalle molte relazioni amorose e dai molti eccessi, è vissuto per diversi anni a Parigi quando accetta, nel 1939, di recarsi a Corfù, ospite dell'amico scrittore Lawrence Durrell, che vive lì con la moglie Nancy e lascerà la Grecia, dopo avervi vagabondato per sei mesi, alla vigilia della seconda guerra mondiale. 
Proponendosi di non scrivere una relazione precisa del viaggio, ma di esprimere le proprie impressioni sul paese e sulle persone che ha incontrato, Miller porta a termine il suo libro al ritorno negli Stati Uniti, quando si è ormai stabilito in California. Il paese che emerge da questo scritto così particolare, in cui convergono le esperienze sul campo ed i pensieri che queste esperienze producono, è affascinante ed inconsueto, poiché con la sua spontaneità Miller centra appieno ciò che della Grecia non si vede ma si sente, afferra incredibilmente l'essenza e lo spirito di alcuni luoghi (magistrale in questo senso ciò che racconta di Epidauro, di Delfi e di Eleusi). Dico incredibilmente perché Miller dimostra di non conoscere alcuni passi fondamentali della storia greca, per non dire dell'arte e della letteratura. Però, forse proprio per questo motivo, per il fatto di vivere con immediatezza e spontaneità i celebri luoghi del passato, ne percepisce il genius loci, invano cercato e sovente inventato da altri. Scrive così alcune pagine potenti ed indimenticabili sullo sconvolgimento che prova a ripercorrere la strada per Eleusi, sulla "magia" di Epidauro, riconosciuta dagli antichi ed ormai scomparsa, sulla meravigliosa piana che precede le alture di Delfi e su Delfi stessa, che vede ancora in totale rovina, ma di cui indovina il potere attrattivo di un tempo. 
In questo suo peregrinare, che lo porterà anche a Creta, a vedere la tanto sognata Cnosso, già ampiamente reinterpretata da Evans, e la più autentica Festo, è spesso accompagnato dall'amico Georgios Katsimbalis, narratore instancabile e poeta, che influenzerà anche Patrick Leigh Fermor. E' lui il colosso di Marussi del titolo, ed è lui che apre gli occhi a Miller alla vera conoscenza del popolo greco, alle sue storie fantastiche, ai suoi miti ed alle tradizioni. Senza il filtro di questo personaggio memorabile non avremmo un'opera tanto particolare ed autentica come questa che Miller ci ha offerto, accompagnata dalle sue riflessioni, tristemente attuali, sulla direzione che il mondo allora, come di questi tempi, stava prendendo. 
Una nota di particolare merito va ai traduttori di questo difficile testo. 


⇒(click) Il libro: Henry Miller, Il colosso di Marussi, Milano, Feltrinelli, 2016, trad. di F. Salvatorelli