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venerdì 10 marzo 2017

Bosra


Shahba
Shahba (foto Daniela Durissini)

Bosra si trova nella parte meridionale della Siria, quasi al confine con la Giordania. Le sue origini sono molto antiche. Formatasi sul sito di un primo insediamento risalente all'età del bronzo, viene nominata già in un documento del XIV sec. a.C., redatto durante il regno del faraone Thutmosi III. Quando l'intera regione venne conquistata da Alessandro Magno passò sotto la dominazione seleucide e, a cavallo tra il I ed il II secolo d.C. divenne la capitale del regno nabateo. Città carovaniera, all'incrocio delle vie che univano i porti del Mediterraneo e del Mar Rosso con le regioni interne, fino al Golfo Persico, Bosra trattava merci preziose ed i traffici fiorenti la arricchirono, mentre l'edificato si espandeva sempre di più. Quando i romani sconfissero i nabatei Bosra divenne la capitale della Provincia Arabica e, per prevenire problemi di instabilità, vi venne stanziata una legione. La città continuò a prosperare, grazie alla sua posizione strategica, sulla nuova via Traiana, che conduceva al golfo di Aqaba, ed inoltre, grazie alla coltivazione del grano, divenne uno dei principali centri di approvvigionamento dell'impero. Nel III secolo fu dichiarata dapprima colonia romana e poi metropoli dall'imperatore Filippo l'Arabo, che era nato nella non lontana città di Shahba, chiamata Filippopolis in suo onore.
Tra il II ed il III secolo vennero realizzati, in pietra basaltica, i più significativi edifici.
Ma la pace non era destinata a durare a lungo e già nel 269 Bosra fu conquistata dall'esercito di Palmira che arrecò importanti distruzioni. Ripresa dai romani conobbe un secondo periodo felice sotto Giustiniano, fase alla quale corrispose una nuova serie di costruzioni di edifici pubblici.
Conquistata dagli arabi nel 634 non perse il suo ruolo di principale centro carovaniero della regione e conobbe un vero declino soltanto dopo le invasioni mongole del XIII secolo.

Cittadella e teatro romano



Bosra. Cittadella
Bosra. Interno della Cittadella (foto Carlo Nicotra)

Bosra. Cittadella
Bosra. Mura esterne della Cittadella (foto Daniela Durissini)

Il monumento più significativo di Bosra è senza dubbio il teatro romano, conservatosi in maniera esemplare anche grazie al fatto che venne inglobato nella cittadella araba fin dal XIII secolo. 

Bosra. Teatro romano
Bosra. Teatro romano, esterno (foto Carlo Nicotra)

Nel periodo romano si trovava esternamente alla cerchia murata cittadina. La cavea ha un diametro di 102 metri.e poteva ospitare fino a 15000 persone.



Bosra. Teatro romano. Cavea e scena
Bosra. Teatro romano. Cavea e scena (foto Carlo Nicotra)

La scena, benché priva delle decorazioni marmoree è eccezionalmente ben conservata.

Bosra. Teatro romano. Scena
Bosra. Teatro romano. Scena (foto Carlo Nicotra)


Il teatro è stato restaurato tra il 1947 ed il 1970.

⇒(click) Verifica dei danni provocati al sito di Bosra / Check for damage caused to the site of Bosra




giovedì 9 marzo 2017

Kilapan

Copertina di C. Gomez e C. Leoni
Questo bel libro di Miguel Gómez Segovia è il racconto, assai aderente al vero, della vita del capo Mapuche Kilapan e della lotta che condusse contro lo stato cileno. E' la storia di un uomo e del suo popolo, una storia di resistenza e di dolore, ed è una storia esemplare, che viene raccontata con nel cuore un'altra storia di resistenza, più recente e, per certi aspetti, non meno cruenta, E' stato pubblicato con il patrocinio della CONADI (Corporación  Nacional de Desarollo Indigena), concesso fin dal 2009, ed il figlio Carlos l'ha reso disponibile in rete, dove si può trovare su Amazon.
L'autore, cileno di Osorno, è morto recentemente in Austria, dove viveva da molto tempo con la famiglia, dopo essere stato costretto all'esilio durante il periodo della dittatura, avendo militato nel partito comunista.
Essendo stato proposto alle più note case editrici, il libro, malgrado il patrocinio, fu più volte rifiutato e, benché gli amici, in periodi recenti, gli avessero assicurato l'appoggio e l'interessamento di qualche editore indipendente, l'autore preferì desistere dalla pubblicazione, cosicché il racconto rimase nel cassetto per molti anni.
Il lavoro però è prezioso ed è costato molte ore di paziente lavoro presso la Biblioteca Nazionale, impiegate nella consultazione di una gran mole di documenti originali che hanno consentito di dar voce ai personaggi che, oltre al protagonista, animano il racconto, ove si dà spazio ai capi Mapuche ribelli, come a coloro che decisero di collaborare con lo stato, ed ai rappresentanti dello stato stesso.
All'inizio s'incontra un Kilapan ragazzo, che apprende dal padre, il noto cacique Magín Wenu, i segreti che lo porteranno ad essere un guerriero tra i più stimati dal suo popolo. E' lo stesso Magín Wenu poi che lo manda presso il cacique Kalfucura, di origini cilene, ma stabilitosi dall'altro lato della cordigliera, in Argentina, per completare la sua formazione. Kalfucura era divenuto celebre per il ruolo svolto nella lunga guerra che aveva visto contrapposti gli indigeni allo stato, che intendeva estendere il proprio potere sul territorio ancora in mano ai nativi. Questa lunga lotta che vide il massacro degli indigeni e fu assai brutale, venne ricordata dagli argentini come “conquista del deserto” e si svolse tra il 1848 ed il 1855.
Kilapan diventerà un guerriero forte e coraggioso e, dopo la morte del padre, che gli farà promettere di non arrendersi mai nella lotta per la difesa del suo popolo e del suo territorio, sarà riconosciuto come toki, cioè capo militare, ed avrà modo di mostrare molte volte la propria capacità di leader ed il proprio valore. Malgrado la defezione di molti cacique, che venivano poi usati dall'esercito per condurre la guerra contro il loro stesso popolo, i Mapuche riusciranno a resistere a lungo. Il libro si addentra, forse con un eccesso di particolari, nel lungo percorso di lotta che vide dapprima la costruzione dei forti cileni lungo il confine con le terre mapuche e poi, man mano, la penetrazione dell'esercito all'interno di queste terre. L'autore si sofferma in particolare sulle figure del generale Pinto e del colonnello Saavedra, due personaggi contestati già all'epoca dei fatti, in quanto condussero una guerra durissima e priva di etica ordinando il massacro dei ribelli, la distruzione delle loro tolderie e l' uccisione degli animali che questi allevavano. Non si pensò di risparmiare nemmeno le donne ed i bambini che, anzi, venivano assaliti quando i guerrieri erano lontani e venivano uccisi o fatti prigionieri e ridotti a servire nelle case della borghesia. Lo sterminio dei mapuche fu impresa ancor più facile quando l'esercito fu dotato dei fucili Remington, contro i quali gli indigeni opponevano le loro armi tradizionali. A quel punto fu solo questione di tempo e la resistenza fu quasi totalmente piegata.
La fine del libro ci mostra un Kilapan sopraffatto ma non vinto, che muore di malattia e non sul campo di battaglia, sepolto probabilmente accanto al padre nella terra ancestrale di Adencul, accompagnato dalla prima moglie, Juana Malen, in mpaudungu Kalfutray, Cascata di acqua celeste, la quale fu testimone e compartecipe della vita straordinaria di questo cacique che la storia ufficiale sembra aver dimenticato.

mercoledì 8 marzo 2017

Ambiente e territori. Sui sentieri dei pastori


(foto Daniela Durissini)


Il Carso, in tempi lontani, era poco abitato: alcuni piccoli paesi composti da case in pietra, fienili e qualche ricovero per gli animali, in mezzo ai colli ed alla landa, battuta dai venti settentrionali. I boschi cedui erano stati da tempo sacrificati al pascolo e piccoli gruppi di pastori nomadi portavano i loro armenti lungo le piste percorse da generazioni, avversati dalla popolazione stanziale a causa dei danni arrecati frequentemente dagli animali ai coltivi. Ma i motivi del contendere avevano radici profonde, che arrivavano fino ai tempi delle grandi ondate migratorie che avevano portato sul Carso le genti in fuga dai Balcani, man mano invasi e conquistati dai Turchi. Erano genti povere queste, che non arrivavano per commerciare, non svolgevano mestieri utili alla vicina città di Trieste, erano contadini e allevatori che, raccolti i loro pochi averi e radunato il bestiame, s'erano messi in cammino, abbandonando le loro terre devastate ed in cerca di un futuro migliore. Molti s'erano fermati lungo la strada e soprattutto in Istria, facilitati anche dalla repubblica veneta che aveva messo a disposizione dei nuovi venuti le proprie terre rimaste incolte a causa di guerre e pestilenze. Altri avevano proseguito ed erano giunti sul Carso. Tra questi alcuni erano diventati stanziali e si dedicavano all'agricoltura ed all'allevamento, altri erano rimasti nomadi, non censiti, senza diritti perciò e molto mal visti da tutti. Si diceva che appiccassero il fuoco ai boschi, per ricavarne terre da pascolo, ma questa era un'abitudine diffusa allora e probabilmente non erano sempre colpevoli.
Il bestiame vagava libero ed i pastori necessitavano di un ricovero temporaneo per seguire le mandrie negli spostamenti. Talvolta usufruivano di caverne o di semplici anfratti, altre volte, quando la permanenza era più duratura o ricorrente, costruivano un piccolo ricovero con le pietre delle molte sassaie del territorio. Analogamente i contadini e gli allevatori del Carso che possedevano terreni piuttosto lontani dal paese nel quale vivevano avevano la necessità di trovare riparo temporaneo e costruivano a tale scopo dei piccoli edifici in pietra a secco, le casite o pastirske hiške.
Con il passare degli anni e con il mutamento delle condizioni di vita e di lavoro, quest'architettura spontanea, abbandonata a sé stessa ed in assenza di una continua manutenzione è andata deteriorandosi, ed oggi, sul Carso ne rimangono ben poche testimonianze. Nel 2009 Elio Polli e Dario Gasparo, su incarico del CAI XXX Ottobre di Trieste hanno censito un buon numero di manufatti ed hanno pubblicato i risultati della loro ricerca nel volumetto Le casite del Carso triestino. Il Museo Vivente del Carso, Živi Muzej Kras, con sede a Sešana (Slovenia), ha organizzato una serie di percorsi che consentono di scoprire diversi aspetti del Carso a cavallo del confine tra Italia e Slovenia.



Scarica PDF del Museo vivente del Carso

 Due di questi si trovano lungo la vecchia strada sterrata che da Basovizza porta a Sešana e conducono rispettivamente ad una casita (pastirska hiška) e ad un rifugio di pastori (pastirski zaklon). 
Partendo da Basovizza e camminando lungo la strada sterrata si supera la vecchia linea di confine e si prosegue per un tratto abbastanza lungo, fino a che sulla sinistra si nota la deviazione per la Pastirska hiška. 




Una piccola traccia conduce al manufatto. 




Interno del manufatto (foto Daniela Durissini)

Pastirska hiška. Casita
Pastirska hiška - casita (foto Daniela Durissini)


Proseguendo lungo la sterrata si incontra, dopo poco, la deviazione per il Pastirski Zaklon (Rifugio dei pastori) che si trova in una zona caratterizzata da numerose formazioni rocciose


(foto Daniela Durissini)
(foto Daniela Durissini)


attraverso le quali ci conduce un piccolo sentiero che giunge al ricovero, veramente esiguo 


Ricovero di pastori (foto Daniela Durissini)

e poi esce nuovamente sulla strada. 

Queste testimonianze sono  importanti per comprendere la vita quotidiana così come si svolgeva sul Carso fino agli inizi del secolo scorso ed è perciò apprezzabile ogni iniziativa atta a conservarle e valorizzarle. 

Video sulla Pastirska hiška



martedì 7 marzo 2017

Baalbek. Nel cuore del Libano


Baalbek. Monumenti
Baalbek. Complesso monumentale (foto Carlo Nicotra)
Baalbek. Monumental area

Baalbek, dichiarato nel 1984 Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO, è forse il sito archeologico più importante del Libano. Quest'antica città sorse nella valle della Bekaa, ad oltre 1000 metri di quota, sul luogo in cui già erano esistiti insediamenti risalenti all'età del bronzo. La costruzione del grande tempio iniziò in epoca ellenistica quando, sotto il dominio dei Tolomei, la città divenne Heliopolis e fu favorito il culto preesistente di Baal, identificato da allora con il dio Ra, egizio e con Helios, greco. Dopo il periodo seleucide, l'intera area fu conquistata dai romani, nel 64 a C. Intorno al 15 a. C. venne ripresa la costruzione del tempio principale, che si concluse appena nel 60 d.C., e la divinità alla quale fu dedicato fu Giove, che mantenne però alcune delle caratteristiche di quella precedente, diventando Giove Eliopolitano.


Baalbek. Tempio di Giove
Baalbek. Colonne del tempio di Giove (foto Carlo Nicotra)
Baalbek. Colums of the temple of Jupiter

Baalbek. Tempio di Giove
Baalbek. Tempio di Giove (foto Carlo Nicotra)
Baalbek. Temple of Jupiter

Baalbek. Tempio di Giove
Baalbek. Particolare di decorazione del tempio di Giove (foto Carlo Nicotra)
Baalbek. Detail of decoration of the temple of Jupiter

Il complesso del santuario comprese, oltre al tempio di Giove, quelli di Bacco (in realtà forse dedicato a Mercurio) e di Venere, gli altri due culti praticati in loco, ed un grande altare a torre, costruiti tutti tra il I ed il III secolo.


Baalbek. tempio di Bacco
Baalbek. Tempio di Bacco (foto Carlo Nicotra)
Baalbek. Temple of Bacco
Il sito cadde in abbandono con il diffondersi del cristianesimo. Vi vennero edificate delle chiese e parte del materiale venne riutilizzato. Gli arabi poi ne fecero una fortezza, e diversi terremoti recarono gravi danni alle parti ancora in piedi degli antichi edifici. 


Baalbek. Colonne
Baalbek. Elementi architettonici:colonne (foto Daniela Durissini)
Baalbek. Architectural elements: columns
Appena nel secolo XVIII i viaggiatori scoprirono l'antica città e solo nel secolo successivo vennero organizzate le prime spedizioni scientifiche per il rilevamento delle rovine. 


Baalbek
Baalbek. Complesso monumentale (foto Carlo Nicotra)
Baalbek. Monumental area

lunedì 6 marzo 2017

Aleppo


Aleppo città patrimonio dell'UNESCO, oggi, città martoriata dai combattimenti che hanno distrutto non solo gli edifici ma anche il suo tessuto sociale. Migliaia di sfollati, migliaia di morti, tra loro moltissimi bambini, un inferno, o forse è ancora poco, tra l'indifferenza delle parti che hanno continuato a bombardare e ad uccidere, in nome di interessi molto distanti da quelli della popolazione inerme. Anche andarsene è difficile, per molto tempo è stato impossibile, migliaia di persone sono rimaste imprigionate tra le case scheletrite dalle bombe, intossicate dai gas, senza acqua né cibo. Ed i bambini che non sono morti portano in sé la ferita della paura costante, della mancanza di tutto, come cresceranno? Con quali traumi? Erano bambini gioiosi, quelli di Aleppo; come tutti i bambini, giocavano per le strade, ti sorridevano con quegli occhi scuri e profondi, dov'era depositata tutta la storia della loro terra e dove ora c'è solo il terrore. Ed appartenevano ad etnie diverse, conviventi, allora, in pace. 
Questo ricordo della città di un tempo è dedicato a loro. Non dobbiamo dimenticarli, né respingerli. 


Così scrivevo solo qualche mese fa. Oggi una luce di speranza si è accesa con la cessazione dei combattimenti ad Aleppo e la ripresa, se pur parziale, della vita in città. Con essa stanno riprendendo anche le attività scolastiche, proprio per non lasciare ancora a lungo soli quei bambini che hanno tanto sofferto in questi lunghi anni di guerra. Ed è di queste ore la comunicazione che tutto il Governatorato di Aleppo è stato liberato. Nella speranza che questo processo di normalizzazione continui voglio ricordare che ci vorrà molto tempo perché chi ha subito i traumi della guerra riesca a dimenticare e che ci vorranno costanza e molto coraggio per ricominciare in uno scenario apocalittico dove occorre ricostruire tutto, soprattutto le vite delle persone.



⇒(click) Appello dei bambini orfani di Aleppo per la pace (2016)

⇒(click) Aleppo può essere ricostruita? (luglio 2017)

⇒(click) Volontari ad Aleppo ridipingono alcune parti della città (luglio 2017)

⇒(click) Aleppo. Riaprono alcune attività (luglio 2017)



Aleppo. Cittadella. Esterno
Aleppo. Cittadella. esterno (foto Carlo Nicotra)
Aleppo. Citadel. Exterior

L'antica cittadella medievale aveva resistito per secoli e nel 2015 una parte delle mura è crollata a causa di un'esplosione; all'interno sembra non ci siano stati danni irreparabili


Aleppo. Cittadella
Aleppo. Ingresso cittadella (foto Carlo Nicotra)
Aleppo. Citadel. Entrance


Aleppo. Cittadella
Aleppo. Interno Cittadella (foto Carlo Nicotra)
Aleppo. Citadel. Interior

Aleppo. Cittadella
Aleppo. Cittadella. Ingresso Sala reale (foto Carlo Nicotra)
Aleppo. Citadel. Royal room entrance


Aleppo. Cittadella
Aleppo. Ponte sul fossato (foto Cralo Nicotra)
Aleppo. Bridge over the moat


Aleppo. Cittadella
Aleppo. Colle e Cittadella (foto Carlo Nicotra)
Aleppo. Citadel



La città antica ed il mercato hanno subito danni gravissimi e la maggior parte del patrimonio edilizio storico è andata perduta.
E tra le antiche case v'era anche l'hotel Baron, dalla lunga tradizione, quello dove avevano alloggiato anche Agatha Christie, Gertrude Bell e Lawrence d'Arabia. Di proprietà di una famiglia armena, fu inaugurato nel 1911; la storia della famiglia e dell'hotel sono riportate fedelmente nel bel libro I baroni d'Aleppo, di Marco Tosatti e Flavia Amabile.



Aleppo. Case antiche
Aleppo. Antiche case  (foto Carlo Nicotra)
Aleppo. Old houses



venerdì 3 marzo 2017

Palmira. Un ricordo


Palmira. Tramonto
Tramonto su Palmira (foto Carlo Nicotra)


Teatro della guerra in Siria, Palmira ha subito gravissimi danni. Una volta liberata i giornalisti hanno potuto documentare le devastazioni subite dal sito archeologico e dalla città moderna. 
A questo proposito ricordo il bel film "Des trésor contre des armes" (Tesori contro le armi), passato nel 2015 alla Rassegna del cinema archeologico di Rovereto e presentato nel 2016 all'Aquileia Film Festival.


⇒(click)Des Trésors contre des armes (francese)


Nel frattempo molti preziosi reperti sono stati trafugati ed hanno trovato compratori nei paesi ricchi, in occidente e non. Di questo si è parlato ma mai a sufficienza. L'acquisto e la detenzione illegale di opere d'arte e di tesori archeologici è un crimine sia perché favorisce un traffico illecito, sia perché depreda un paese dei propri tesori e della propria identità, costruita nei secoli. Inoltre serve spesso a finanziare l'acquisto di armi.
Palmira oggi è molto diversa da com'era e non sarà possibile, in nessun modo, restaurare quello che è stato polverizzato dall'esplosivo. Possiamo soltanto ricordare i monumenti com'erano fino a quando sulla Sposa del deserto è calato il tramonto, anche se sappiamo che archeologi e restauratori faranno di tutto per poter restituire un volto a questa città violata.


⇒(click)La memoria dei popoli



Palmira rovine e castello arabo
Palmira. Rovine e castello arabo (foto Carlo Nicotra)

Le tombe a torre, custodi dei resti di molte famiglie dell'antica Tadmor, distrutte nell'estate del 2015


Palmira. Tombe a Torre
Palmira. Tombe a torre (foto Carlo Nicotra)

L'arco di Settimio Severo, distrutto nel 2015

Palmira. Arco di Settimio Severo
Palmira. Arco di Settimio Severo (foto Carlo Nicotra)


Teatro. La scena è stata distrutta nel gennaio 2017

Palmira. Teatro. Scena
Palmira. Teatro (foto Carlo Nicotra)

Il tempio di Bel è stato il primo monumento ad essere distrutto nel 2015

Palmira. Tempio di Bel
Palmira. Tempio di Bel (foto Carlo Nicotra)



Palmira. Tempio di Bel
Palmira. Ingresso del tempio di Bel (foto Carlo Nicotra)


Colonnato e tetrapilo, distrutto nel gennaio 2017

Palmira. Colonnato e tetrapilo
Palmira. Colonnato e tetrapilo (foto Carlo Nicotra)


Palmira. Tetrapilo
Palmira. Tetrapilo (foto Carlo Nicotra)

mercoledì 1 marzo 2017

La Siria com'era (2003)


Donne siriane
Donne siriane (foto Carlo Nicotra)

Erano belle quelle donne, erano sorridenti là, nel deserto della Siria, non lontano da Apamea. Le avevamo incontrate a lato della strada, dove ci eravamo fermati a riposare e dove loro, che appartenevano ad una tribù nomade, avevano le tende. Fu un incontro felice. Poche parole dette in due lingue diverse, finito con un abbraccio. Oggi il loro mondo è stato travolto e qui voglio ricordare com'era quel paese meraviglioso che accoglieva culture molto diverse tra loro, dove si poteva viaggiare su un bus di linea e vedersi offrire un gelato dal passeggero accanto, dove convivevano l'islam più rigoroso con quello meno osservante, dove ti aprivano le case di Aleppo per farti vedere le antiche dimore, circondate da alte mura che racchiudevano giardini lussureggianti, dove si percorrevano senza timore le strade di Damasco e dove si poteva alloggiare all'hotel Zenobia, dentro le rovine di Palmira.

Aleppo Cittadella
Aleppo, Cittadella (foto carlo Nicotra)


Era l'ottobre del 2003 quando avevamo iniziato il nostro viaggio da Aleppo, città magnifica e sfaccettata, considerata Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO dal 1986. Si percorreva la strada principale che conduceva alla Cittadella, vero capolavoro di architettura d'epoca medievale, passando davanti alle caratteristiche botteghe che vendevano un po' di tutto ma specialmente il famoso sapone d'Aleppo, all'olio di oliva, che profumava l'aria. Si passava quindi per il suq, pieno di vita e di colori, e si saliva infine l'ultimo tratto della collina, per entrare nella fortezza, dalla quale si vedeva tutta la città, oggi quasi completamente distrutta.



Hama. Norie
Hama. Norie (foto Carlo Nicotra)


Il nostro viaggio era proseguito su un bus di linea fino ad Hama, la città forse più conservatrice del paese. Lì le donne erano tutte coperte e faceva una certa impressione vedere tutte queste figure nere camminare per le strade, alcune con l'intero volto nascosto dietro ad un fitto velo scuro. La città era stata bombardata dal padre di Bashar al-Assad, Hafez, nel 1982, provocando la morte di un numero imprecisato di persone, ma comunque non inferiore alle 35000, certamente calcolate per difetto. 
Si andava ad Hama per le Norie, le antiche e celebri ruote in legno che servivano a sollevare le acque del fiume Oronte. Cenando all'aperto, in un piccolo locale accanto al fiume, si sentiva la musica continua di questi antichi e complicati ingranaggi. 



Apamea
Colonnato di Apamea (foto Carlo Nicotra)


Da Hama eravamo andati ad Apamea, celebre soprattutto per il colonnato, corrispondente al cardo massimo, fatto erigere dall'imperatore Traiano, lungo la direttrice che da Hama conduceva verso Antiochia. La via è più larga della strada principale di Palmira. Oggi intorno alle rovine sono state scavate migliaia di buche da parte dei cercatori di antichità. 


Castello di Palmira (foto Carlo Nicotra)


Dopo un breve passaggio in Libano, attraversando piuttosto avventurosamente la valle della Bekaa (ma allora, con qualche accorgimento ed un po' di prudenza si poteva fare), eravamo rientrati in Siria e ci eravamo diretti a Palmira. Il viaggio verso la misteriosa città nel deserto era stato ricco di aspettative, ma la realtà le aveva ampiamente superate. Avevamo preso alloggio presso il mitico hotel Zenobia, costruito nel 1900 dentro le rovine, uno degli alberghi più famosi del Medio Oriente, proprio per la sua storia e la sua ubicazione. Di primo mattino, quando il sole non era ancora troppo caldo, eravamo saliti al castello, passando accanto ad un gruppo di pastori nomadi, che ci avevano accolti con un sorriso. L'aria era purissima ed il deserto meraviglioso. Ai nostri piedi le rovine della Sposa del Deserto, come veniva chiamata la città di Palmira, Tadmor nell'antica lingua aramaica, la città delle palme.  



Palmira
Palmira vista dall'oasi (foto Carlo Nicotra)

La città, citata da documenti assiri fin dal XIX secolo a.C., visse un periodo particolarmente felice dal I secolo a.C., quando divenne un importante centro carovaniero, ed in seguito, quando i romani la annetterono alla provincia di Siria e la arricchirono di molti monumenti che la resero unica. La città era il fulcro dei commerci con l'oriente e lungo la sua celebre via colonnata si fermavano le carovane cariche di merci preziose che avevano attraversato il deserto dirette all'imbarco sulle rive del Mediterraneo. Qui i mercanti trovavano riposo nelle terme e svago nel teatro e si concludevano affari, mentre la città cresceva sino a sfiorare il cuore dell'oasi, dove le acque irregimentate sapientemente, permettevano la crescita dei preziosi datteri.
La città, che nella seconda metà del III secolo d.C. divenne il regno della mitica Zenobia, perse man mano di importanza ed andò definitivamente in rovina dopo la conquista araba, avvenuta nel 634. 
La città è parte del Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO ed ha subito gravissimi ed irreparabili danni a seguito delle distruzioni perpetrate dall'ISIS. Vogliamo ricordarla com'era.



Oggi le splendide tombe a torre non esistono più


Tomba a torre a Palmira
Palmira. Tomba a torre (foto Carlo Nicotra)


Gran parte del patrimonio monumentale è stato danneggiato o distrutto

Palmira. Complesso monumentale
Palmira. Complesso monumentale (foto Carlo Nicotra)

L'archeologo Khaled al-Asaad, che era rimasto sul posto nonostante l'arrivo dei miliziani dell'ISIS, proprio per tentare di difendere il sito che aveva studiato per tutta la virta, è stato barbaramente ucciso. A lui deve andare la riconoscenza del mondo intero per essere riuscito a mettere in salvo moltissimi reperti. 

Palmira al tramonto
Palmira al tramonto (foto Carlo Nicotra)

Il nostro viaggio era proseguito su una corriera sgangherata verso Damasco, allora vivace capitale di uno stato che sperava nella possibilità di un rinnovamento


Damasco
Damasco (foto Carlo Nicotra)


E che ospitava monumenti antichi, testimonianza di diverse culture

Damasco
Damasco (foto Carlo Nicotra)

Ed un mercato enorme e sempre pieno di gente, in grado di offrire ogni tipo di merce

Damasco. Mercato
Damasco. Mercato (foto Carlo Nicotra)

L'ultima tappa del viaggio era stata Bosra, con il suo splendido teatro

Bostra. Teatro
Bosra. Teatro (foto Carlo Nicotra)

Questo breve racconto vuol essere un omaggio ad un paese straordinario ed a tutti quelli che, per molti anni, hanno atteso invano momenti migliori.