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sabato 11 novembre 2017

Tenerife. Puerto de la Cruz e La Orotava

Tenerife. Puerto de la Ctuz. Lago Martianez (foto Daniela Durissini)
Continua la nostra scoperta di Tenerife ed oggi, con una giornata bella e calda, siamo andati a Puerto de la Cruz, città situata nella parte nord dell'isola ed a vocazione prettamente turistica. Questo vuol dire che si caratterizza per i grandi (e brutti) alberghi, i grattacieli, i centri commerciali ed i mille locali  che offrono piatti di tutti i paesi. Qui si potrebbe essere dovunque ma ai frequentatori, per lo più persone di una certa età, non sembra importare molto. In effetti proprio qui vengono a "svernare" molti pensionati, prevalentemente europei, tra cui molti italiani. L'età media è piuttosto alta e, soprattutto in alcuni punti di ritrovo, sembra di stare in una casa di riposo......però bella. Devo dire che la  cosa non ha mancato di impressionarci un po'.

Tenerife. Puerto de la Cruz. Ingresso al Lago Martianez (foto Daniela Durissini)
Noi siamo andati a Puerto Cruz, come viene chiamata la città dai locali, per vedere il Lago Martianez, opera interessante dell'architetto e artista Manriquez, il quale, a dire il vero, ha dato di meglio all'isola di Lanzarote. Quest'anno si festeggia l'anniversario dei 40 anni dall'inaugurazione e la struttura, con una buona e continua manutenzione, non sembra risentire troppo del tempo trascorso. Il progetto prevedeva la realizzazione di un grande lago artificiale a ridosso dell'oceano  alimentato ovviamente con acqua salata e protetto dalle furiose onde che si abbattono sulle vicine spiagge nere, più adatte al surf,  che infatti viene praticato con tenacia dai coraggiosi ragazzi che hanno imparato ad affrontare questo mare,   che al nuoto.

Tenerife. Puerto de la Cruz. Le onde dell'oceano (foto Daniela Durissini)
Manriquez ha creato, di fatto, un paesaggio nuovo ed irreale, con rocce vulcaniche  che contrastano con il bianco delle spiaggette, colore  che si ripete sul fondo del lago allo scopo di dare all'acqua una magnifica tonalità azzurra. Le palme, ormai molto alte, ombreggiano le piazzole dove sono disposti i lettini. Un enorme gioco d'acqua caratterizza lo specchio più grande, mentre una struttura di colore chiaro e dalle forme arrotondate segna uno dei limiti del grande lago.

Tenetife. Puerto de la Cruz. Lago Martianez (foto Daniela Durissini)
Ma se la struttura principale, tra l'altro recentemente restaurata, sembra non risentire del tempo, le infrastrutture create quarant'anni fa appaiono decisamente inadeguate ai bisogni attuali e un po' più mal ridotte. Insomma, una nuotata nel lago è comunque un'esperienza che vale la pena di provare. L'ingresso, comprensivo dell'uso del lettino, ma non dell'ombrellone, costa solo 5,50 € per tutto il giorno.

Tenerife. Puerto de la Cruz. Porto fortificato (foto Daniela Durissini)
Ma al di là  di questo la città offre anche un'interessante passeggiata sul lungomare  verso il porto, un tempo fortificato, e la piccola  chiesa  tutta bianca, di San Telmo, del secolo XVIII.

Tenerife. Puerto de la Cruz. Il piccolo campanile della  chiesa di San Telmo (foto Daniela Durissini)
Per la sosta pranzo non c'è che l'imbarazzo della scelta. Noi abbiamo provato il ristorante-caffetteria Columbus e  ci siamo trovati benissimo. I prezzi sono più che abbordabili.
Lasciato Puerto della Cruz siamo saliti in pochi minuti a La Orotava. Lì tutto cambia. Un esiguo parcheggio in centro permette di allegerire il traffico veicolare in  questo vero e proprio gioiello dell'architettura dei secoli XVI e XVII.

Tenerife. La Orotava. Cupola de la Conception (foto Daniela Durissini)
Splendidi palazzi dai caratteristici balconi in legno (tra cui la Casa de los balcones, ora museo), chiese, giardini, invitano ad una tranquilla passeggiata per le ripide strade acciotolate, dell'abitato.

Tenerife. La Orotava. La casa de los balcones (foto Daniela Durissini)
Dalla  chiesa de la Conception si sale verso la Casas de los balcones, caratterizzata da balconi in legno particolarmente ampi e decorati, ma anche altre case che affacciano sulla stessa strada presentano sporti decorati che segnano le facciate, in genere piuttosto semplici.

Tenerife. La Orotava. Casa  con balcone (foto Daniela Durissini)
Gli interni, che si intravedono appena, custodiscono  cortili ombreggiati e molto verdi. Il clima favorevole,  che fa sì che tutto il fianco della vallata di Orotava sia intensamente coltivato, ha spinto gli antichi abitanti del borgo a realizzare giardini stupendi e lussureggianti.

Tenerife. La Orotava. Interno di una delle case (foto Daniela Durissini)
Mentre i famosi giardini Victoria erano chiusi, siamo entrati nel giardino botanico, sorto dietro all'antico convento di San José, al posto degli orti delle  clarisse, nel 1868.

Tenerife. La Orotava. Giardino botanico (foto Daniela Durissini)
Varcando la soglia  ci si trova immersi in una vera e propria selva tropicale, tra piante enormi e fiori multicolori. La visita merita senz'altro.

Tenerife. La Orotava. L'enorme dracena del giardino botanico (foto Daniela Durissini)
Per i più golosi sarà d'obbligo una sosta nell'antica pasticceria di casa Egon, in Calle Leon. Il mobilio è originale e molto bello. Noi abbiamo visto solo quello data la lunga fila per accedere alle famose mignon, alle quali abbiamo deciso di rinunciare.
Il ritorno verso Sancta Cruz è velocissimo lungo l'autostrada che  copre i 32 chilometri che separano le due località.



.....alle puntate successive


venerdì 10 novembre 2017

Tenerife. I monti di Anaga / Tenerife. The Anaga mountains

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Tenerife. Sui monti di Anaga (foto Daniela Durissini)
Secondo giorno pieno a Tenerife e giornata con un po' di nuvolo, ma solo un po'. Per come è  andata  poi le nuvole ci hanno aiutati non poco. 
Questa mattina siamo saliti con la macchina verso Anaga. Prima sosta alla Cruz del Carmen, porta d'ingresso super affollata al Parco Rural de Anaga. Parcheggiato nell'ultimo posto utile, con il desiderio di fuggire il prima possibile. 

Tenerife. Cruz del Carmen. Parcheggio (foto Daniela Durissini)
Da lì però si percorre, non certo in solitudine, il bel sentiero de Los Sentidos, antico cammino rurale che scende dalla montagna verso i paesi sottostanti. Un tempo veniva frequentato dai contadini che andavano a procurarsi la legna nella foresta, ultimo brandello delle antiche selve che ricoprivano l'intera isola, del tutto simili ai boschi che occupavano gran parte dell'Europa. 


Tenerife. Foresta laurisilva (foto Daniela Durissini)
Il bosco è  splendido ed una tabella, ad un certo punto del percorso, attira l'attenzione sulla diversità di due parti contigue della selva, l'una tagliata e rimboschita, e l'altra naturale, conservata così dagli stessi abitanti che ne ricavavano l'acqua necessaria al fabbisogno quotidiano ed alla loro attività. Ma come? Sebbene le piogge in questa parte dell'isola non siano rare, la rugiada  che si forma sulle chiome degli alberi procura acqua quattro volte superiore a quella che si raccoglie dalle precipitazioni. Quest'acqua cade nei canali di scolo e viene convogliata poi nelle cisterne. Questa parte del bosco  rimasta naturale, presenta molte più varietà di essenze. 


Tenerife. Felci nella foresta  (foto Daniela Durissini)
Concluso il giro abbiamo proseguito, lungo una strada a tratti esigua e sulla quale cadono delle piccole frane, verso la punta estrema dell'isola, all'abitato di Chamorga. 
Lì ci hanno intervistato, chiedendoci le impressioni sulla gestione del parco ed un'opinione sull'opportunità di limitare il numero di visitatori. Naturalmente quella del numero chiuso sarà una strada obbligata, come già in altre parti dell'isola (Teide), data la massiccia affluenza di persone che non consente un'adeguata protezione dell'ambiente e di un patrimonio così prezioso come la laurisilva.


Tenerife. Chamorga. La piccola chiesa (foto Daniela Durissini)
Da Chamorga abbiamo imboccato, per curiosità, un sentiero che scende verso il barranco, con l'indicazione "Roque Bermejo".



In realtà non pensavamo di arrivare in fondo ed invece, attratti dai panorami mozzafiato e dalla natura selvaggia, che si poteva godere finalmente in tranquillità, abbiamo sceso tutto il sentiero, a tratti molto ripido e sdrucciolevole, 


Tenerife. Sentiero per Roque Bermejo (foto Daniela Durissini)
fino a superare il barranco (un cartello avverte di non oltrepassarlo in caso di pioggia poiché potrebbe riempirsi all'improvviso) e ad arrivare al Bermejo, 


Tenerife. Roque Barmejo (foto Daniela Durissini)
un antico casale in rovina dal quale si vede il mare, oggi molto agitato, ed in alto, il faro al quale conduce un altro sentiero che parte sempre da Chamorga. 


Tenerife. Chamorga. Il faro (foto Daniela Durissini)
Il percorso si snoda prevalentemente sul fianco ortografico sinistro del barranco, sul cui fondo si vede qualche pozza d'acqua, tra agavi, fichi d'India  ed altre piante, completamente al di fuori del bosco. 



Tenerife. Sentiero per Roque Bermejo. Agave (foto Daniela Durissini)
Lungo tutto il sentiero siamo stati accompagnati dal belato, a volte inquietante, delle  capre che pascolano numerose in questi luoghi. A questo proposito vale la pena di ricordare gli splendidi formaggi caprini, sia freschi che stagionati, vera specialità dell'isola. Al Bermejo abbiamo incontrato due tedeschi e due coppie di russi. Il nostro buon allenamento ci ha permesso di non sfigurare con questi ultimi nella velocissima risalita dei 480 metri di dislivello che  ci separavano  dal punto di partenza! Sì, non è che ci si metta a gareggiare ma per chi come noi è  abituato alle salite in montagna, la tentazione della salita veloce è davvero forte ed il cielo nuvoloso ci ha aiutati non poco dato che  con il sole, la temperatura si alza notevolmente. 


Tenerife. Sentiero Chamorga-Roque Barmejo (foto Daniela Durissini)
Al ritorno, dato che non avevamo portato merenda, abbiamo fatto una sosta alla caffetteria di Anaga. Il locale è situato in una posizione panoramicissima e, mangiando la nostra ciambella dolce  (mah! definirla dolce è poco) e bevendo il caffè, abbiamo ammirato le alture digradanti verso la costa, in una magia di  colori, attutiti dalle nebbie che sempre avvolgono questa parte dell'isola. 


Tenerife. Dalla cresta di Anaga il mare (foto Daniela Durissini)
Scendendo ancora panorami splendidi verso gli appicchi che caratterizzano la costa nord.


Tenerife. Dalla cresta di Anaga verso la costa nord (foto Daniela Durissini)


Alla sera poi non potevamo mancare alla Tasca de pincho en pincho che, purtroppo, sembra sia chiusa il sabato, per finire la giornata con le ottime tapas di pescando e papas bravas 

giovedì 9 novembre 2017

Itinerari. In viaggio a Tenerife

Resoconto quasi in diretta di una parte del viaggio a Tenerife

Tenerife. Chiesa de la Conception (foto Daniela Durissini)
Dunque, iniziamo. Siamo atterrati ieri a Tenerife, aeroporto Nord, dopo un volo Iberia express a coincidenza stretta che, dopo la partenza con mezz'ora di ritardo da Venezia è diventata strettissima. Da non ripetere, anche se il costo del volo era davvero interessante. Con l'auto presa a noleggio da casa (sul sito di Rentalcars), siamo arrivati (pericolosamente, a causa del traffico che non ci aspettavamo così intenso e veloce) a Santa Cruz  ed all'albergo (Silken Atlantida). Siamo andati a cena in un locale di "tapas" dietro l'albergo, poco costoso ed ottimo (Tasca de pincho en pincho). Oltretutto la signora è simpaticissima, il che non guasta. 
Questa mattina abbiamo deciso di iniziare con un giro per il centro storico della città, che ci ha colpiti favorevolmente per i numerosi edifici in stile coloniale, in parte ristrutturati, la riorganizzazione degli spazi, soprattutto in corrispondenza del barranco che divide in due la città, e per la bellissima chiesa de la Conception, un edificio molto particolare  realizzato nel XVII secolo in pietra basaltica, muratura e legno.

Tenerife. Chiesa de la Conception. Doccione (foto Daniela Durissini)
Assai caratteristici il balconcino in legno sopra l'ingresso ed i doccioni, anch'essi in legno. L'interno è stato rimaneggiato in periodi successivi.

Tenerife. Vecchio edificio circondato dalle nuove costruzioni (foto Daniela Durissini)
Fuori dalla chiesa un ponte, ristrutturato recentemente, ricalca il vecchio passaggio che consentiva il transito da una parte della città all'altra anche quando, nei periodi invernali, il barranco portava troppa acqua e sarebbe risultato invalicabile.
Dall'altro lato del ponte il bel museo che conduce il visitatore attraverso la storia naturale ed umana delle isole Canarie. Il costo del biglietto è contenuto (€ 5) e la visita merita assolutamente perché illustra i diversi aspetti delle isole (e quindi anche quelli di Tenerife), facilitando la scelta degli itinerari per i giorni futuri. Molto interessante la storia dei primi "scopritori" delle isole, delle polazioni locali, e della conquista dei territori da parte degli spagnoli. Interessante il fatto che già i romani conoscessero e frequentassero queste rotte lontane dal bacino del Mediterraneo, come si è potuto appurare anche grazie agli scavi archeologici, ma come si sapeva dalla lettura di Plinio il Vecchio che ne fece cenno nella sua Historia Naturalis.

Tenerife. Vecchia casa con decorazione a ceramica (foto Daniela Durissini)
Dopo una sosta ristoratrice in una deliziosa pasticceria del centro, (La Palmelita)  segnalata anche su Tripadvisor e davvero meritevole, non solo per le torte ma anche per l'ambiente, particolarissimo, di una vecchia bottega riattata (da vedere il bancone) siamo andati, con la macchina, a La Laguna.
La cittadina è graziosa e tranquilla e ci ha fatto quasi rimpiangere di non esserci fermati lì anziché nella più  rumorosa e meno caratteristica Santa Cruz.

La Laguna. Chiesa di Santo Domingo (foto Daniela Durissini)
I palazzi in stile coloniale, la straordinaria chiesa di San Domingo con gli affreschi, seppur recenti, alle pareti, e l'altare d'argento, la cattedrale e la Torre della chiesa della Conception, dalla quale si vedono l'abitato ed i dintorni, immergono i visitatori in un'atmosfera antica. Anche qui molte botteghe riattate, una in particolare, all'angolo della piazza della Conception, era uno spaccio di generi alimentari in cui ci si poteva sedere a bere un bicchiere di vino (ottimi i vini locali) ed i vecchi vi si radunavano a giocare a carte, come nelle vecchie trattorie-botteghe italiane di tanto tempo fa.
Stasera di nuovo alla "Tasca", sosta economicissima ed irrinunciabile per la freschezza degli alimenti e la bontà e varietà  delle tapas.

Tenerife. Parlamento delle Canarie (foto Daniela Durissini)




domenica 5 novembre 2017

Giordania - Wadi Rum



Wadi Rum. Petroglifo - dromedario (foto C. Nicotra)

A circa 60 chilometri a nord di Aqaba, si incontra il Wadi Rum, un'ampia valle (in arabo, appunto, Wadi), formata, molti millenni fa, dallo scorrere di un antico fiume, ora scomparso.
Si tratta della forma più evidente e spettacolare di questo tipo di formazione geologica presente in Giordania e, perciò, una delle più conosciute e frequentate. Dal 2011 è stato inserito nell'elenco UNESCO come patrimonio dell'umanità.

Wadi Rum (foto C. Nicotra)

Evitando le gite organizzate e facendosi accompagnare soltanto da una guida, si ha però l'opportunità di visitare questo luogo magnifico in totale solitudine e nelle ore migliori, cioè verso il tramonto, quando la luce diminuisce ed i colori sono più caldi.
Dalla piana desertica ci si sposta rapidamente verso le montagne (la più alta, il Jebel Rum, misura poco più di 1700 metri), dove formazioni rocciose levigate dal vento presentano pareti lisce e colori fantastici.

Wadi Rum. Pareti con petroglifi (foto C. Nicotra)

Su alcune di queste pareti sono presenti dei petroglifi (incisioni figurative su roccia) risalenti a diverse epoche e testimonianza di una frequentazione pressoché ininterrotta nel tempo, dai primi insediamenti umani nella zona, risalenti ad 8000 a.C.., fino ai tempi storici.

Wadi Rum. Petroglifi (foto C. Nicotra)

Ancor oggi alcune tribù beduine che si muovono nel wadi riconoscono sulle pareti i segni identificativi dei pozzi e dei luoghi di riparo e di sosta, come su delle mappe, incise sulla roccia per essere tramandate attraverso le generazioni, ed ancora, almeno in parte, utilizzabili. 

Wadi Rum. Petroglifo - dromedario (foto C. Nicotra)

I petroglifi però non si limitano a fornire indicazioni pratiche, ma raffigurano animali, carovane, scene di caccia. 

Wadi Rum. Petroglifi - scena di caccia (foto C. Nicotra)

L'archeologo italiano Edoardo Borzatti von Löwenstern ha dedicato molti anni alla studio di queste incisioni, trovando, tra l'altro, tracce di un alfabeto antico, che sembra precedere quello dei Thamudeni, popolazione araba nomade, preislamica, che frequentava anticamente la zona.

Wadi Rum. Petroglifi - rappresentazione di animali (foto C. Nicotra)

In tempi ben più recenti (1917-18) passò di qui anche Lawrence d'Arabia, e l'eco delle sue avventure arabe si diffuse in occidente assieme alla fama della bellezza del wadi.
Alcune formazioni rocciose particolari, come il grande arco di pietra, 

Wadi Rum. Arco (foto C. Nicotra)

costituiscono una delle mete irrinunciabili del percorso che si snoda lungo piste, a tratti irriconoscibili, che percorrono la parte più accessibile e totalmente sabbiosa della valle.


Wadi Rum. Lungo le piste del deserto (foto C. Nicotra)

Le popolazioni beduine che vivono oggi una vita semi nomade, allevano dromedari e capre e difendono l'integrità del territorio proprio perché lo vivono ancora in modo tradizionale, almeno per una parte dell'anno. 

Wadi Rum. Fuoco beduino (foto C. Nicotra)

Questo stato di cose è stato fortemente voluto dal governo giordano il quale ha compreso come proprio queste popolazioni fossero le custodi ideali di una regione fragile e nel contempo aspra come questa che, tra l'altro, ospita una fauna ed una flora endemiche e preziose, che è necessario tutelare. Nel 1988 l'intera zona è stata dichiarata area protetta.


Il libro: Edoardo Borzatti, Wadi Rum (disponibile su Amazon, in italiano)

La guida / The guide: Treks and Climbs in Wadi Rum (disponibile su Amazon, anche Kindle /available on Amazon, also Kindle)



lunedì 30 ottobre 2017

La valle del fiume Giordano




Monte Hermon

Il fiume Giordano nasce dal massiccio del monte Hermon, che si trova al confine tra Israele, Siria e Libano e, dopo un percorso di 320 chilometri, durante il quale attraversa anche il lago di Tiberiade, si getta nel Mar Morto. La cima della montagna, che supera, seppur di poco, i 2800 metri di quota, viene identificata, in alternativa al monte Tabor, con il luogo biblico in cui avvenne la trasfigurazione di Gesù.
Il fiume, anticamente, come ricorda la Bibbia, faceva della valle in cui scorre un vero e proprio giardino, rendendola fertile e facilmente coltivabile. Nel libro della Genesi, al momento in cui Abramo e Lot decidono di separarsi, quest'ultimo deve scegliere da che parte andare “E Lot alzò gli occhi e vide l'intera pianura del Giordano. Prima che l'Eterno avesse distrutto Sodoma e Gomorra, essa era tutta quanta irrigata fino a Tsoar, come il giardino dell'Eterno, come il paese d'Egitto. E Lot si scelse tutta la pianura del Giordano, e partì andando verso oriente. Così si separarono l'uno dall'altro”.



Valle del Giordano e Tiberiade
Da Umm Qais la Valle del Giordano e il lago di Tiberiade (foto C. Nicotra)

Oggi però quel giardino meraviglioso non esiste più, poiché la portata del fiume, soprattutto dal lago di Tiberiade in poi, è drasticamente diminuita, a causa dello sfruttamento da parte degli stati attraversati da queste acque così preziose in un territorio tendenzialmente arido, come quello della parte settentrionale della grande depressione della Rift Valley.
I paesi che sfruttano maggiormente il fiume sono Israele, Siria e Giordania. Già cinquant'anni fa Israele ha iniziato a captare l'acqua del lago di Tiberiade per poter irrigare un vasto territorio che va fino al deserto del Negev e, parallelamente, Siria e Giordania hanno iniziato a sfruttare le acque dello Yarmuk, importante affluente del Giordano, per i medesimi motivi.



Area Mar Morto
Accesso all'area del Mar Morto dalla Giordania (foto C. Ncotra)

Ma ciò che succede solo pochi chilometri a sud del lago di Tiberiade, dove è stata costruita una grande diga in territorio israeliano, caratterizza fortemente il paesaggio della valle. Chi percorre la strada che, parallela al fiume, segna il confine tra Giordania ed Israele, osserva come da un lato, quello israeliano, le coltivazioni di alberi da frutto siano verdi e rigogliose, mentre dall'altro lato, quello della Giordania, vi sia una lunga fascia desertica. L'acqua, bene prezioso e conteso, in questo tratto di terra segna fortemente il paesaggio e condiziona la vita degli abitanti dei due paesi. 
Parallelamente le acque del Mar Morto calano vistosamente ogni anno e sono fortemente inquinate dagli scarichi fognari che confluiscono nel letto del fiume, convogliati subito dopo l'ultima diga israeliana, pochi chilometri a sud del lago.

Umm Qais
Umm Qais. Valle del Giordano (foto C. Nicotra)

Del problema si occupa anche la Ong giordano-israelo-palestinese, EcoPeace Midlle East, con sede ad Amman, che tenta di sensibilizzare le amministrazioni dei tre stati confinanti, affinché si provi a porre rimedio a questa catastrofe ambientale.
Anticamente il Mar Morto si estendeva su una superficie molto vasta oggi ridotta a meno di 650 chilometri quadrati, a causa certo del fattore importantissimo (e negativo) del cambiamento climatico e della maggior aridità della zona, ma soprattutto delle azioni umane di captazione e sfruttamento delle acque messe in atto dagli anni Sessanta a monte dello specchio d'acqua, ormai a rischio estinzione. Dei due bacini collegati di pochi anni or sono ne è rimasto, in pratica, uno soltanto, che continuamente cala di livello. Per questo motivo nel 2013 Giordania, Israele e Palestina hanno presentato un progetto per alimentarlo, attraverso una conduttura, al Mar Rosso. 
Nel sito di al-Bakoora, dove ci si affaccia sulla strada 90, che va da Eilat al lago di Tiberiade, e dove è severamente proibito scattare foto, la portata del fiume è ridottissima. Proprio nei pressi di questa località la ONG ha proposto la creazione di un Parco della pace, su un isolotto artificiale, dove gli abitanti della regione possano accedere liberamente, senza documenti, incontrarsi e confrontarsi. Non solo un'utopia per una zona così tormentata.
E non lontano da qui il fiume Giordano è attraversato da tre ponti, quasi a simboleggiare la continuità del suo ruolo di unione e non di divisione sul territorio. Non a caso si tratta di un ponte romano, di un ponte ottomano e di un ponte britannico. 
Del resto la valle era percorsa fin dall'antichità da una fitta rete commerciale, come dimostrano i rinvenimenti archeologici a Beit She'an (Israele), Pella ed Umm Qais (Giordania), che testimoniano di culture ampiamente condivise tra i diversi centri della regione. 
La ONG pertanto tenta di recuperare queste caratteristiche della zona a favore della pace tra i popoli confinanti.


Pella
Pella nella valle del Giordano (foto C. Nicotra)


⇒(click)Il giardino di Dio è sfiorito e inquinato   (interessante articolo sulla situazione della Valle del Giordano )






mercoledì 25 ottobre 2017

Giordania- Jerash


Jerash - Foro ellittico e cardus maximus
Jerash. Foro e cardus maximus (foto C. Nicotra)

Situata a circa 30 chilometri a nord di Amman, Jerash, l'antica Gerasa, sorgeva a lato della Via Regia che collegava un tempo Heliopolis, in Egitto, al fiume Eufrate.
Abitato sin dalla preistoria, il sito, probabilmente, non fu mai abbandonato e ad una cultura ne succedette un'altra ed un'altra ancora. Ciò fu dovuto senza dubbio alla posizione favorevole, accanto al Wadi Jerash, corso d'acqua che consentiva di praticare l'agricoltura. Gli scavi archeologici ci restituiscono reperti che confermano una presenza costante dell'uomo, dal neolitico all'epoca romana, epoca in cui si sviluppò una città di notevole importanza. Già dopo la conquista di Alessandro Magno il piccolo centro si era sviluppato notevolmente ma i romani, annettendolo alla provincia di Siria (64 a.C.), ne fecero uno dei centri nevralgici della Decapoli, incrementandone l'importanza strategica e commerciale. E furono proprio i traffici regolari con il regno nabateo del sud della regione, oltre alla possibilità di coltivare i terreni resi fertili dalle acque del Wadi Jerash, ad arricchire la città, che nel corso del I secolo d.C. venne ampliata secondo il modello romano: comparve allora l'ampia strada centrale, sull'asse nord-sud (cardo), facente capo al foro ellittico, che rimane ancor oggi una delle più significative testimonianze del passato, e vennero realizzate anche le vie laterali (decumani), sull'asse est-ovest. Man mano che la città si arricchiva e si ampliava venivano eretti nuovi ed imponenti edifici. La città crebbe in particolare sotto Traiano, che annesse il regno nabateo, e sotto Adriano, che la visitò nel 129. In quell'occasione fu eretto l' imponente arco di trionfo, tuttora visibile. All'inizio del III secolo divenne colonia, ma già alla fine del secolo iniziò il processo di declino, dovuto principalmente allo spostamento degli assi commerciali verso il mare, anche a causa della caduta di Palmira. Tuttavia rimase comunque una città importante per un lungo periodo, almeno fino alla conquista da parte dapprima dei persiani e poi degli arabi, nei primi decenni del VII secolo. Fu il terribile terremoto del 747 che la rase al suolo e che ne determinò il declino definitivo.


Jerash - Porta meridionale
Jerash. Porta meridionale (foto C. Nicotra)


Il sito archeologico che oggi vediamo è uno dei più importanti del paese.

Pianta di Jerash (By Hobe / Holger Behr (Proprio lavoro) [Public domain], via Wikimedia Commons)

Ciò che colpisce il visitatore è innanzitutto il foro, di forma ellittica, che prelude al cardus maximus, lastricato in pietra calcarea, che ospitava al centro una statua o un altare, sostituiti poi da una fontana. Il foro collegava l'area del tempio di Zeus con la grande via colonnata diretta alla porta nord. 


Jerash - cardus maximus
Jerash. Lungo il cardus maximus. Sullo sfondo la porta nord (foto C. Nicotra)

Lungo la stessa incrociavano i decumani, segnati da due tetrapili e sorgeva il ninfeo, una fontana monumentale, eretta nel 191, riccamente decorata e composta da due piani, coperti da una cupola a forma di conchiglia dalla quale fuoriusciva l'acqua che si raccoglieva nella grande vasca sottostante, dalla quale defluiva attraverso le bocche di sette leoni.

Jerash - Ninfeo
Jerash. Ninfeo (foto C. Nicotra)

Proseguendo lungo la strada lastricata e fiancheggiata da colonne, si raggiungono i propilei, che preludono al tempio di Artemide. Eretto alla metà del II secolo l'edificio era caratterizzato da dodici colonne con capitelli corinzi e nei sotterranei vi si custodiva il tesoro del tempio. La scalinata d'accesso, all'epoca, era fiancheggiata da botteghe. Dopo aver superato relativamente intatto la conquista araba, fu distrutto dai crociati.


Jerash - Propilei
Jerash. Propilei (foto C. Nicotra)

Jerash - Tempio di Artemide
Jerash. Tempio di Artemide (foto C. Nicotra)

Dalla parte opposta, al di fuori della cerchia muraria, risalente per gran parte al periodo bizantino, si trova l'arco di Adriano, eretto in occasione della visita dell'imperatore, nel 129.
La struttura è possente. Era stato progettato come porta meridionale della città, anche se non ebbe mai questa funzione. 


Jerash - Arco di Adriano
Jerash. Arco di Adriano (foto C. Nicotra)
Accanto all'arco si trova l'ippodromo e, più in là, il teatro meridionale; più grande e capace di quello settentrionale, poteva ospitare 5000 persone. La scena si è in parte conservata.
Nell'area archeologica sono presenti anche le rovine di alcune chiese costruite in periodo bizantino, sfruttando in parte i materiali lapidei dei monumenti romani. 


Jerash - Teatro meridionale
Jerash. Teatro meridionale (foto C. Nicotra)


domenica 8 ottobre 2017

Il segreto della Gioconda



Leonardo da Vinci. La Gioconda

Nell'ultima giornata della 28a Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, è stato proiettato,  fuori concorso, il film "Le mystère de la Joconde  révélé" (Inghilterra). La scelta di farlo passare alla rassegna ma al di fuori della votazione del pubblico, è dovuta al fatto che il film non tratta un argomento archeologico, ma documenta i risultati di una lunga indagine in campo storico e storico-artistico, quindi al di fuori delle tematiche trattate nell'ambito del festival.
L'argomento particolarmente interessante ha comunque convinto gli organizzatori a presentarlo. Ed in effetti ciò che alcuni studiosi hanno recentemente scoperto non manca di stupire. Il famoso ritratto della Gioconda, esposto al Louvre, non sarebbe infatti, come ritenuto fino ad oggi, quello di Lisa Gherardini, fiorentina, moglie di Francesco del Giocondo, il quale l'avrebbe commissionato a Leonardo, bensì quello di Pacifica Brandani, amante di Giuliano de' Medici, morta di parto dopo aver dato alla luce Ippolito, figlio illegittimo del duca, il quale avrebbe richiesto all'artista un dipinto che potesse ricordare al figlio la madre, che non aveva conosciuto. 


Raffaello. Ritratto di Giuliano de' Medici

La teoria, avallata da documenti coevi, sarebbe confermata anche da nuove analisi sul dipinto che, grazie ad una nuova tecnica, consentono di individuare tutti i pentimenti del pittore, coperti dalla versione definitiva. Con questo metodo viene messo in luce, sotto il volto della Gioconda, un altro  volto, corrispondente a quello descritto dal Vasari, che aveva visto il quadro originale. La figura ritratta appare con un viso più arrotondato, la testa più grande ed una complicata acconciatura. Inoltre lo sguardo risulta girato di circa 14 gradi, rispetto a quello che si vede oggi, e vi sono dipinte della sopracciglia ben delineate. La vicenda sarebbe dunque questa: effettivamente Francesco del Giocondo avrebbe commissionato a Leonardo,  che al tempo rifiutava di eseguire ritratti, il dipinto che doveva immortalare la moglie. Per qualche motivo, forse un prestito di denaro non restituito, l'artista non poté rifiutare ed eseguì il ritratto che, però, benché fosse stato visto da diverse persone, tra cui il Vasari, non venne mai consegnato. Nel frattempo Giuliano de Medici richiese a Leonardo un altro ritratto, quello dell'amante defunta. L'artista eseguì il quadro, riutilizzando lo stesso supporto di quello precedente ed anche l'impostazione, ma questa volta dipinse una donna idealizzata, con un abbigliamento ed un'acconciatura che si addicono più ad una divinità che ad una persona in carne ed ossa, destinata a celebrare la figura di Pacifica Brandani agli occhi del figlio. Anche Giuliano però morì, prima di ritirarlo e Leonardo lo portò il quadro con sé, in Francia, quando vi si trasferì, chiamato da Francesco I. 
Il famoso sorriso enigmatico  che incanta ancora oggi migliaia di  visitatori del museo parigino, sarebbe forse allusivo dell'essenza effimera della vita, un messaggio universale veicolato dall'artista negli ultimi anni della sua esistenza. 


⇨(click)Il film / The film (francese / french)