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lunedì 29 ottobre 2018

Il pane del ritorno (Franca Cancogni)



Recentemente ho letto questo bel libro di Franca Cancogni che, a 98 anni, ha scritto il suo primo romanzo. In effetti aveva già lavorato in passato, a quattro mani, con il fratello, Manlio, scrittore e giornalista affermato, ma questa è la prima volta che si è cimentata da sola in una lunga e bellissima storia. Il racconto, che si basa su una storia vera, seppur dando spazio alla fantasia dell'autrice, ripercorre gli accadimenti occorsi alla famiglia della nuora. 
Il personaggio principale, Frida, una bimba ebrea, adottata dalla famiglia di un ricco mercante Uzbeko, non è reale, ma le sue avventure, con le severe prove che tutta la famiglia deve affrontare nella diaspora, prima di raggiungere la Palestina, corrispondono in gran parte alla storia vera. 
L'agiatezza iniziale in casa del mercante ebreo di Bukhara, che accoglie Frida e la sorella più grande, rimaste orfane, e, man mano, il deteriorarsi della situazione politica, le difficoltà economiche ed il passaggio da un paese all'altro, dall'Uzbekistan, all'Afganistan ed all'India, in un lunghissimo viaggio che vede i membri della famiglia dapprima uniti e poi divisi, nel tentativo di raggiungere il paese che dovrebbe  accoglierli e dar loro una nuova vita ed un lavoro ma che invece si rivela una meta provvisoria e difficile, ed ancora l'ulteriore spostamento di Frida e del marito verso l'Italia, restituiscono al lettore la dura realtà non solo della famiglia rappresentata, ma di molte altre famiglie ebree. 
Il sogno di raggiungere la Palestina si infrange, paradossalmente, proprio nel momento in cui Frida arriva a Gerusalemme, nel periodo in cui molti ebrei confluiscono in quel paese e l'accoglienza si dimostra selettiva e, specie per gli ebrei provenienti da certi paesi, non certo amichevole. 
Frida, ormai vecchia, ripercorre la sua storia, con il disincanto che è dell'autrice, mentre si trova in una casa di riposo per persone agiate di Tel Aviv, in anni recenti, quando ormai la situazione in Israele si è stabilizzata e lei, rimasta vedova, accetta il ricovero nella casa assieme alla sorella, che però morirà dopo qualche tempo.
Il titolo deriva dall'usanza uzbeka di mettere un pane sulla porta della casa di chi si allontana per un lungo viaggio, perché ne prenda un pezzetto e torni un giorno a consumare la parte restante. 
Franca Cancogni è stata traduttrice raffinatissima per la Rai, e per diverse case editrici, tra le quali l' Einaudi. Tra i suoi molti lavori va ricordata almeno la traduzione dei Dubliners di Joyce.
In una recente intervista ha affermato di avere nel cassetto alcune altre storie alle quali sta lavorando. 


⇒(click) Il libro: Franca Cancogni, Il pane del ritorno (Bompiani, 2018) (anche formato Kindle)

venerdì 26 ottobre 2018

"Galeas per montes". Storia di una traversata leggendaria

Valletta di Santa Lucia
Lungo la Valletta di Santa Lucia tra Nago e Torbole (foto Daniela Durissini)

Questa storia, rigorosamente documentata, inizia nel 1438, quando Venezia si trovava contrapposta a Milano, in una guerra destinata ad espandere il dominio della Serenissima in Terraferma. L'esercito dei Visconti di Milano era allora condotto da Niccolò Piccinino, mentre quello veneziano era agli ordini del Gattamelata (Erasmo da Narni). 
Quando i milanesi cinsero d'assedio Brescia, allora in mani veneziane, fu evidente che sarebbe stato assai difficile portare aiuto alla città, data l'organizzazione dell'esercito nemico, pertanto il Senato veneziano decise di attuare il piano, all'apparenza folle, di Sorbolo da Candia, il quale pianificò una risalita della flotta lungo il fiume Adige ed un trasferimento della stessa, su terra, nel lago di Garda, dove si pensava di affrontare il nemico e di aprirsi la strada verso Brescia. 

Galea veneziana
Antonio de Brugada "Battaglia di Lepanto"

Fu così che, tra la fine del 1438 e l'inizio del 1439, sei galee e venticinque altre imbarcanzioni di dimensioni più piccole risalirono il fiume e, giunte a Mori, vennero trasportate, le più grandi facendole avanzare su tronchi, le altre caricate su carri, fino a Nago. La parte più complessa doveva ancora arrivare, infatti, giunti alla Valletta di Santa Lucia, percorsa da un'antica strada romana, la flotta dovette superare una discesa ripidissima fino alla riva del lago, a Torbole. La traversata fu compiuta e, incredibilmente, la flotta poté navigare sul Garda ed affrontare le imbarcazioni dei Visconti, che però la sconfissero e la distrussero. Senza perdersi d'animo i veneziani costruirono una seconda flotta a Torbole e, l'anno successivo, affrontarono di nuovo l'esercito nemico e, questa volta, lo sconfissero. Era il 17 maggio del 1440.
L'impresa ebbe grande risonanza già allora e fu tramandata dalle cronache. Nonostante la prima sconfitta i veneziani furono riconoscenti a Sorbolo da Candia ed alla sua idea di mandare "galeas per montes".

lunedì 22 ottobre 2018

Robert Capa

Robert Capa in Spagna fotografato da Gerda Taro (1937)

Robert Capa, ovverosia  Endre Erno Friedmann, era nato a Budapest, nell'ottobre del 1913. Emigrato in Germania, a causa del suo coinvolgimento nelle proteste contro il governo di destra e della sua militanza nel partito comunista, fu costretto a lasciare anche quel paese, con l'avvento del nazismo, a causa delle sue origini ebraiche. Recatosi in Francia, dove tentò, tra mille difficoltà, di affermarsi come fotografo, incontrò Gerda Pohorylle, più giovane di lui, alla quale insegnò il mestiere ed alla quale si legò sentimentalmente. I due, sembra piuttosto Gerda, decisero che per potersi affermare dovevano cambiar nome e divennero così Robert Capa e Gerda Taro. 
Furono coinvolti nella guerra civile spagnola, dalla quale mandarono reportage fotografici di grande effetto, anche se proprio Capa, con la notissima foto del miliziano ferito a morte, incappò in una lunga serie di contestazioni, che mettevano in dubbio l'autenticità dello scatto. Peraltro fu proprio quella foto che, conosciuta universalmente, gli diede la notorietà. 
Dopo la prematura morte della compagna in Spagna, Capa continuò il suo lavoro, specializzandosi in reportage di guerra e fotografò, tra l'altro, lo sbarco alleato in Sicilia, nel 1943, relativamente al quale scrisse e pubblicò anche un diario, lo sbarco alleato in Normandia, nel 1944, la guerra arabo-israeliana del 1948, ed il conflitto indo-cinese in cui rimase ucciso. Era il 1954 e Capa, salito su un terrapieno per scattare una foto, saltò su una mina. 
Nel 1947 Robert Capa, assieme a Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodger, aveva fondato l'agenzia fotografica Magnum Photos.




venerdì 19 ottobre 2018

Pensieri d'autore. Il Carso di Scipio Slataper

Alto carso
Altipiano Carsico (foto Daniela Durissini)

Il mio carso è duro e buono. Ogni suo filo d'erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l'arsura per aprirsi. Per questo il suo latte è sano e il suo miele odoroso.
Egli è senza polpa.  Ma ogni autunno un'altra foglia bruna si disvegeta nei suoi incassi e la sua poca terra rossastra sa ancora di pietra e di ferro. Egli è nuovo ed eterno. E ogni tanto s'apre in lui una quieta dolina, ed egli riposa infantilmente tra i peschi rossi e le pannocchie canneggianti.
Disteso sul tuo grembo io sento lontanar nel profondo l'acqua raccolta dai tuoi abissi, una sola acqua, e fresca, che porta la tua giovane salute al mare e alla città.


da Scipio Slataper, Il mio Carso (La Voce, 1912)

Scipio Slataper (Trieste 1888 - Monte Calvario 1915)

⇒(click) Il libro: Scipio Slataper, Il mio Carso (pdf Progetto Manuzio)

giovedì 18 ottobre 2018

Giovanni Antonio Canal, il Canaletto (17 o 18 ottobre 1697)

Palazzo Barberini Canaletto
Canaletto. Venezia. La piazzetta con la biblioteca, 1738 ca. (foto Daniela Durissini)
Roma. Palazzo Barberini


Il 17 o 18 ottobre del 1697 nasceva Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto, pittore ed incisore, conosciuto soprattutto per la sua ricca produzione di vedute, in particolare della città di Venezia, della quale era originario.
Tuttavia fu a Roma, con l'incontro di alcuni tra i più noti vedutisti dell'epoca, che maturò la sua arte ed è qui che produsse le prime opere di un certo rilievo. 
Tornato a Venezia si dedicò alle vedute, che interessavano molto gli acquirenti inglesi, arrivati in città per il famoso Grand Tour, che comprendeva le città d'arte italiane.
E fu a Venezia che conobbe Joseph Smith, collezionista d'arte e console britannico nella città lagunare, che gli procurò molti ordini da parte dei connnazionali e che facilitò il trasferimento dell'artista a Londra, nel 1746. 
Solo nel 1756 o 1757 Canaletto tornò a Venezia, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1768. 
Roma, quest'anno, gli ha dedicato un'importante mostra al Museo di Roma (11 aprile-18 agosto), poi prorogata al 23 settembre.





martedì 16 ottobre 2018

I gatti di Dino Buzzati


Cividale. Gattolandia (foto Daniela Durissini)

A Milano, diciamo la verità, i cani hanno ormai raggiunto una solida posizione morale. Sono coccolati, sono portati alle mostre quasi fossero chissà che bellezze, si organizzano in loro onore serate e spettacoli. Non penso già che a Milano non esistano dei cani trattati da cane; ce ne sono a migliaia, probabilmente. Ma la maggioranza è trattata da cristiani. Mentre noi!
Noi come categoria sociale, siamo quasi completamente trascurati. Noi siamo i tipi poco raccomandabili, noi siamo gli zingari, noi siamo i fuori legge, ecco in che conto ci tenete, a Milano, come regola generale. Che importa la nostra proverbiale venustà fisica, al cui paragone i cani (e scusa se la mia lingua batte sempre sul medesimo tasto dolente) sono delle autentiche schifezze? Che importa la nostra illustre tradizione nel mondo artistico e culturale? Che importa se tanti uomini di subline ingegno hanno prediletto noi sopra ogni altra creatura vivente? Che conta la nostra intelligenza, che non ostentiamo puerilmente come i cani? Che conta la nostra fedeltà a voi uomini, fedeltà maturata da un sereno apprezzamento, non già da un umiliante rapporto alimentare, come succede nel mondo canino?


da Dino Buzzati, Due volte disgraziati i gatti randagi di Milano, 
in "Il Bestiario". Cani, gatti e altri animali
a cura di L. Viganò (Mondadori, 2015) 

Dino Buzzati  (Belluno, 16 ottobre 1906 - Milano, 28 gennaio 1972)




lunedì 15 ottobre 2018

La natura sconosciuta. (Italo Calvino)


Disegno sull'asfalto davanti ad una scuola materna in montagna (foto Daniela Durissini)


Papà” dissero i bambini, “le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov'è il capolinea delle mucche?”
Niente a che fare coi tram” spiegò Marcovaldo, “vanno in montagna.”
Si mettono gli sci?” chiese Pietruccio.
Vanno al pascolo a mangiare l'erba.”
E non gli fanno la multa se sciupano i prati?”.


Italo Calvino, Un viaggio con le mucche, da Marcovado (Einaudi, 1963) 


Nel 1963 veniva pubbicato da Einaudi un libro per ragazzi, Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città, che raccoglieva venti novelle di Italo Calvino, una parte delle quali era già apparsa sull'Unità. 
Il protagonista, Marcovaldo, è un manovale, che vive e lavora in una grande città di cui non si fa il nome, ma che si può identificare con Torino e con ogni altra grande città, già allora così lontana da quella natura che Marcovaldo cerca disperatamente e scopre, sperduta, in qualche angolo delle strade, che occupa i suoi sogni, che racconta ai suoi figli, che non la conoscono. 
Ed è questo il fulcro della denuncia di Calvino: in pieno boom economico, quando si era raggiunto il culmine dell'emigrazione dal sud Italia verso il nord, stava crescendo una generazione che avrebbe perduto del tutto la dimensione naturale, destinata a vivere un ambiente degradato e ostile, quello costruito dall'industria, che attirava i lavoratori in città ma che, in definitiva, consentiva loro di sopravvivere e nulla più. Alla generazione dei padri era consentito sognare un mondo diverso, ai loro figli, troppo spesso, non sarebbe stato possibile nemmeno rifugiarsi nella fantasia e nell'immaginazione.
Il libro, che in realtà si rivolge ad un pubbico assai più vasto di quello al quale l'editore l'aveva inizialmente destinato, è stato ristampato numerosissime volte, ed ora lo troviamo in edizione Mondadori.


⇒(click) Il libro: Italo Calvino, Marcovaldo (anche formato Kindle)