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giovedì 11 maggio 2017

Trieste e il suo territorio in alcune mappe dei secoli XVI e XVII (p. II)


Mappa del territorio triestino

Tra le tre mappe dei secoli XVI e XVII conservate presso l'Archivio Diplomatico della Biblioteca civica Attilio Hortis di Trieste, vi è una rappresentazione del territorio triestino molto particolare ed interessante.
La mappa restituisce una visione singolare della parte dell'altipiano carsico che va dai monti interni al costone ed al mare, curiosamente raffigurato allo stesso livello dei colli che delimitano verso sud la parte pianeggiante, in un tentativo di resa della reale prospettiva che si ha dalle cime dalle elevazioni retrostanti.
Partendo dal paese di Prosecco si notano la chiesa al centro dell'abitato, la piccola chiesa di Santa Maria della Salvia, che sappiamo edificata nel XV secolo, ed il borgo di Contovello con la chiesa. Non appare invece il castello di Moncolano, all'epoca già in rovina. 


Prosecco, Contovello, Santa Maria della Salvia

Sul vicino colle di San Primo mal si distingue la chiesetta dedicata al santo. Molto interessante la strada principale, che appariva con chiarezza anche nella mappa precedente, lungo la quale sono qui evidenziate le pietre miliari. 


Pietre miliari lungo la strada del Carso

Questa strada infatti, esistente da secoli, ampliata e resa più facilmente percorribile, fu la romana Gemina, e costituiva la principale via d'accesso alla città di Trieste. Lungo la stessa si nota la colonna con la croce dalla quale deriva il nome dell'attiguo abitato. Il paese di Santa Croce, con la chiesa, appare discosto dalla strada. 


Santa Croce

Poco oltre vengono segnate due strade secondarie che, da una parte e dall'altra di quella principale, aggirano l'abitato successivo, di Obresina (Aurisina), dove sono segnate le cave di marmo, già note e sfruttate in epoca romana. 


Aurisina

Poco dopo l'abitato le due strade secondarie si ricongiungono a quella principale che prosegue verso Sistiana, dove una diramazione scende verso il mare.
Questa mappa, tracciata come le altre per chiarire e fissare quali fossero i confini tra il territorio triestino e quello di Duino, rivela alcuni particolari interessanti della zona, benché la resa degli stessi dipenda evidentemente dalla capacità e dalla sensibilità di chi l'ha tracciata. Tuttavia appaiono importanti qui alcuni elementi che in qualche modo segnano e caratterizzano il territorio come le chiese, sempre riportate con un campanile svettante, le pietre miliari che ancora esistevano lungo la strada principale e che qui vengono enfatizzate, caratterizzandola e determinandone l'importanza, benché già l'ampiezza della carreggiata rendesse evidente l'essenzialità di quella via di comunicazione. Interessante anche l'enfatizzazione dello sbocco a mare di Sistiana, che non viene segnata come abitato, dove passava il confine del territorio triestino. 


Sistiana e confine territoriale

Qui una diramazione della strada scende verso la riva del mare (proprio in mezzo alla baia passava il confine territoriale) e sul margine della mappa, dove la strada principale si interrompe, è riportata la colonna che segnava il limite della giurisdizione triestina.


martedì 9 maggio 2017

Trieste e il suo territorio in alcune mappe del secolo XVI (p. I).


Mappa del territorio triestino del sec. XVI

Presso l'Archivio Diplomatico della Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste sono conservate alcune carte del secolo XVI che riproducono il territorio triestino come si presentava all'epoca. Questa raffigurazione è assai interessante poiché a fronte di una documentazione piuttosto abbondante sul periodo non esistono rappresentazioni grafiche della zona.
I disegni, eseguiti presumibilmente in occasione di alcune controversie in materia confinaria tra Trieste e Duino, riportano le strade, i centri abitati ed anche parte delle caratteristiche fisiche del territorio, segnando i monti della Vena, la parte pianeggiante tra questi ed il limite del costone carsico, gli approdi.
Una delle carte comprende la fascia costiera che va da San Giovanni di Duino, fino a Trieste e la parte interna che da un lato va fino a San Pelagio (Villa de Sancto Paladio) e dall'altra, sopra Trieste, va fino a Corgnal (attuale Lokev, Slovenia). Qui vengono segnate due strade importanti: una parte da Trieste e passa per Basovizza (Villa de Besoviza) e per Lipizza (Villa de Lippiza, attuale Lipica, Slovenia), mentre l'altra raggiunge il paese direttamente da Opicina (Villa de Opchiena). All'epoca non esisteva alcun percorso costiero e pertanto l'altipiano si raggiungeva da Treste salendo ad Opicina per due strade, l'una in partenza dalla parte orientale della città ed una dalla parte occidentale che, con lungo giro, raggiungeva il centro abitato. Da Opicina si andava a Prosecco lungo la strada che poi continuava per Santa Croce e San Giovanni. Il paese più importante dell'altipiano carsico sembra essere Prosecco.


Prosecco e Contovello

Viene segnato anche il vicino centro di Contovello con la chiesa e le due strade secondarie che scendono al mare, una delle quali arriva a Barcola, dove vengono riportati la chiesa di San Bartolomeo ed il porto di Cedas, mentre l'altra arriva a Grignano, dove si trova la chiesa di Santa Maria. Tra le due strade, a livello del mare, è segnata la chiesa di San Canziano. Il paese di Santa Croce appare molto piccolo e discosto dalla strada principale, sulla quale è segnata una colonna con croce (che dà il nome al paese) in corrispondenza della strada che scende al mare, dove il porticciolo risulta difeso da un muro.
La strada principale prosegue quindi fino a San Giovanni di Duino. Dove sono riportati due chiese ed il fiume Timavo che sfocia nel mare con due bocche. Duino è riportato come due distinte frazioni: Duin piccolo e Duino, divise dal porto.
Per quanto concerne la città di Trieste, nella carta compaiono il colle edificato, con la chiesa di San Giusto sulla cima, le mura, le saline esterne alla città, una parte ad est, divisa dalla città da un canale, ed una ad ovest, a Campo Marzio, ma soprattutto si notano il vecchio porto, ben difeso, ed una banchina esterna allo stesso. 



Trieste con le saline ed il porto



lunedì 8 maggio 2017

Percorrendo un'antica strada romana lungo la valle del Vipacco




Tabula Peutingeriana  con le strade verso il Norico



L'amministrazione romana, nel corso dell'espansione dell'impero, provvide alla realizzazione di molte strade, destinate a collegare il centro, cioè la città di Roma, con i luoghi più periferici, in tempi brevi ed in modo sicuro. Lungo gli assi viari principali vi era la possibilità di sostare nelle stazioni di posta, dove generalmente si potevano cambiare o far riposare i cavalli. Questo tipo di servizio era essenziale soprattutto per coloro che recavano importanti messaggi e che dovevano percorrere nel più breve tempo possibile distanze alle volte molto lunghe. Inoltre, dove necessario, vennero costruite delle fortificazioni a difesa dell'asse viario e del territorio.
Occorre dire però che per la maggior parte di questi tracciati non si trattava di nuove realizzazioni, ma che venivano seguite e, nel caso, ampliate e rese più facilmente percorribili, strade preesistenti e talvolta molto antiche come quella che si inoltrava nell'area danubiana e che era conosciuta come la “Via dell'ambra”, importante asse di collegamento tra il Nord Europa e l'Adriatico.



Schema della via dell'ambra


Vi erano poi molte strade secondarie, che si dipartivano da quelle principali e che collegavano parti di territorio meno importanti dal punto di vista politico o commerciale. Nella maggior parte dei casi la manutenzione di queste piste era demandata all'amministrazione territoriale e la percorribilità non era sempre garantita e dipendeva dalle stagioni e dalle condizioni atmosferiche.
Un asse viario di notevole importanza strategica per il nord-est della penisola italiana era indubbiamente rappresentato dalla strada che collegava Aquileia a Lubiana, l'antica Aemona, passando per la valle del Vipacco, attraversando il valico Ad Pirum, e scendendo quindi sul lato opposto. Nella valle del Vipacco era stata eretta la fortezza Ad Fluvium Frigidum, l'attuale Aidussina, ed il passo Ad Pirum era stato difeso con la realizzazione di un'altra fortificazione e di un lungo vallo, presidiato. Precauzioni non del tutto immotivate dato che fu proprio attraverso questa strada che passarono i barbari che, in varie ondate, invasero il territorio italiano.



Aidussina. Mura (Claustra ad Fluvium Frigidum) (foto Daniela Durisisni)


Il Castra ad Fluvium Frigidum venne realizzato sulle rive del fiume Hubelj, la cui sorgente si trova ai piedi delle pareti che delimitano l'altipiano carsico poco distante, difesa naturale a settentrione dell'abitato. Su un'altura vicina sorgeva già precedentemente un castelliere illirico. La cinta murata realizzata dai romani era munita di torri. L'insediamento però non aveva soltanto uno scopo difensivo ma anche di scambio commerciale. 




Elemento decorativo romano inserito nelle mura di Aidussina (foto Daniela Durissini)


Da lì infatti transitavano le merci che dal centro Europa raggiungevano l'area mediterranea, e viceversa. Era lì che la strada si divideva: da un lato saliva fino al valico di Ad Pirum, dall'altro, compiva un giro molto più lungo transitando per il valico di Preval e raggiungendo la città di Lubiana lungo un percorso prevalentemente pianeggiante.
Abbandonato a seguito delle invasioni barbariche e della decadenza dell'impero, in epoca medievale non sembra essere frequentato mentre viene spesso nominata la vicina località di Vipava (nei documenti spesso Vipach).
Se dal castra si prendeva la strada più breve ed erta per raggiungere il Norico, si doveva guadagnare il primo zoccolo dell'altipiano carsico, baluardo naturale verso la valle del Vipacco. La strada attuale ricalca sostanzialmente quella antica e con molte svolte raggiunge l'abitato di Col e poi prosegue verso il valico Ad Pirum, attuale Hrušica. 



Ad Pirum. Vecchia posta (foto Daniela Durissini)


Qui si trova un'antica stazione di posta (oggi trattoria con alloggio), che a sua volta sorge entro le mura della fortezza romana, delle quali si distinguono le parti basali, in parte consolidate e lungo le quali si individuano alcune delle torri, 



Ad Pirum. Resti di una torre (foto Daniela Durissini)


alte un tempo 10 metri, che rafforzavano il perimetro della costruzione. 



Ad Pirum. Mura e vallo (foto Daniela Durissini)


Accanto alla porta occidentale, verso Lubiana, sorgeva la vecchia chiesa di Santa Gertrude di cui si vede la base delle mura perimetrali. 



Chiesa di santa Gertrude. Parte absidale (foto Daniela Durissini)



Il vallo prosegue quindi sul lato occidentale della costruzione da entrambi i lati della strada. La fortificazione faceva parte di un più ampio sistema difensivo denominato Claustra Alpium Iuliarum, realizzato nel III sec. d. C. per controllare le tre principali strade che percorrevano la parte orientale d'Italia: quella che andava da Trieste a Fiume ed a Tersatico, quella che collegava Trieste a Lubiana ed infine quella che da Aquileia portava al Norico.
L'opera fu iniziata a seguito di un' importante invasione di Alemanni e Marcomanni, avvenuta nel 271. Questi erano riusciti a raggiungere la pianura padana ed erano scesi lungo la costa Adriatica fino a Fano. Sconfitti in due decisive battaglie dall'esercito dell'imperatore Aureliano, si erano ritirati ma era apparsa chiara ed urgente la necessità di rinforzare quelle strade che rappresentavano le vie di più facile accesso al territorio italiano. Sembra tuttavia che questo sistema richiedesse un'organizzazione importante alle spalle e soprattutto un'amministrazione in piena efficienza, impossibile all'epoca per un impero ormai in netta decadenza. Probabilmente gran parte delle fortificazioni subirono dei gravi danni nel corso della battaglia del Frigido, avvenuta nel 394, in cui si affrontarono l'imperatore Teodosio e l'usurpatore Flavio Eugenio, e già all'epoca della venuta in Italia di Alarico, nel V secolo, non erano più in funzione.
Grazie alla recente ricerca archeologica slovena si sono individuati nuovi tratti di mura che sono stati in parti portati alla luce e consolidati, mettendo così in evidenza il complesso di questa grande opera fortificatoria che rappresentò un grosso sforzo per l'impero ormai in decadenza e che non servì a contenere le invasioni dei barbari che ne minarono facilmente le difese e dilagarono nelle pianure friulane e da lì verso Aquileia ed ancora verso il cuore dell'impero.




⇒ (Click) Interessante filmato (in sloveno) con rendering del Claustra Alpium Iuliarum. Di particolare interesse la vista dall'alto e la ricostruzione di Ad Pirum


lunedì 24 aprile 2017

Chiesa di San Michele a Erzelj. La pesa delle anime

Erzelj. Chiesa di San Michele
Erzelj. Chiesa di San Michele. Bassorilievo (foto Daniela Durissini)
Il tabor di Erzelj, sul Carso sloveno, è posto su un'altura sovrastante il paese, in un'eccezionale posizione dalla quale si domina tutta la valle del Vipacco.
Fa parte di una straordinaria rete di fortificazioni spontanee, sorte nei secolo XV-XVI, per difendere le popolazioni dalle scorrerie dei Turchi che percorrevano le valli diretti verso le campagne Friulane. All'avvicinarsi del nemico gli abitanti delle zona correvano a rifugiarsi entro il perimetro del tabor, portando con sé quel poco che potevano trasportare ed attendendo, protetti dalle mura di difesa, che però non avrebbero resistito ad un assedio, il veloce passaggio degli uomini a cavallo. Questi per lo più si limitavano a razziare le case e le campagne poste lungo il loro passaggio, non essendo quelli i loro obiettivi di conquista, e perciò, dopo poco tempo, i contadini potevano abbandonare il tabor e far ritorno alle loro abitazioni ed alle loro occupazioni usuali. Avevano forse perso qualche animale o parte delle provviste, ma avevano salvato la vita.

Chiesa di San Michele. Erzelj
Erzelj. Chiesa di San Michele (foto Daniela Durissini)

La chiesa, posta entro le mura, aveva una funzione di protezione e di aggregazione.
Il tabor di Erzelj, a differenza di molti altri, poteva usufruire di un valido sistema di raccolta delle acque piovane e, poco lontano, di una sorgente alla quale si poteva accedere senza allontanarsi troppo.
Salendo dal paese alla cima dell'altura si incontra una prima chiesa, dedicata a san Lorenzo, mentre la chiesa di san Michele (eretta alla fine del XIII secolo e più volte rimaneggiata) si trova proprio in vetta al colle. Sul campanile, a pianta quadrata, è posto un interessante bassorilievo raffigurante san Michele che pesa le anime dei defunti e, sotto alla bilancia, il diavolo, pronto a carpire quelle condannate (XV secolo).


Chiesa di San Michele. Erzelj
Erzelj. Chiesa di San Michele. Particolare del bassorilievo  (foto Daniela Durissini)

La raffigurazione è molto interessante, poiché in questo contesto è piuttosto rara, mentre è assai più diffusa la rappresentazione dell'uccisione del drago.
Nello specifico della rappresentazione iconografica san Michele appare nell'atto di pesare le anime su una bilancia che, spesso, viene abbassata furtivamente dal demonio con l'intento di accaparrarsi un'anima in più, mentre l'arcangelo con la spada lo allontana.
L'immagine della pesa delle anime si ritrova già nell'antico Egitto, dove la psicostasi rappresenta uno dei momenti salienti del passaggio all'aldilà, allorché Anubi conduce il defunto verso la bilancia che, pesando il suo cuore, e mettendolo a confronto con una piuma, stabilisce il passaggio alla vita eterna o la definitiva condanna e la caduta nelle fauci di Ammit, creatura mostruosa che lo divorerà.
Questa rappresentazione sembra attraversare quasi inalterata i secoli e le religioni, la si ritrova infatti anche nello zoroastrismo e nell'antico testamento. Nel cristianesimo l'operazione della pesa delle anime viene assunta da san Michele, altre volte rappresentato come un guerriero che con la lancia colpisce il drago o, soprattutto in epoca paleocristiana e bizantina, come guaritore degli infermi, vestito in questo caso con abiti da dignitario di corte.
Ed è interessante notare che come la raffigurazione della pesa delle anime percorre i secoli e le religioni, così anche la figura stessa di san Michele, sembra derivare, almeno in parte, da quella di Mitra-Sole, le cui funzioni però sono arricchite dal quella mediatrice di Hermes-Mercurio, il che spiega la collocazione della festa nel periodo immediatamente successivo all'equinozio autunnale, cioè il 29 settembre. Tutte le religioni del Libro riconoscono una funzione primaria a Michele.



Erzelj. Chiesa di San Michele
Erzelj. Chiesa di San Michele. Particolare del bassorilievo (volto di San Michele) (foto Daniela Durissini)

Tornando alla rappresentazione iconografica specifica della pesa d'anime si ricorda che anche a Mitra era attribuita la funzione di separazione degli uomini malvagi da quelli buoni, che avrebbe dovuto esercitare alla fine del ciclo cosmico, e che tale funzione era analoga a quella del greco Hermes.
Qui, sul campanile della chiesa di Erzelj, si vede un san Michele in abiti nobiliari, che regge la bilancia ed impugna una lancia. Il demonio, in basso, creatura mostruosa dall'enorme bocca, quasi fuori dalla cornice della rappresentazione, tenta di afferrare la bilancia.
Curiosamente, un affresco più recente (XVIII sec.), all'interno della chiesa, raffigura un san Michele molto diverso, che riunisce in sé molte delle caratteristiche in genere rappresentate singolarmente. L'arcangelo qui dispiega le ali bianche, indossa un'armatura, impugna la spada con la quale deve colpire il demonio, ma in una mano ha anche una piccola bilancia.



Erzelj. Chiesa di San Michele. Affresco (foto Daniela Durissini)

Per le notizie sulla trasformazione del culto di san Michele cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Mondadori, 2008, p. 286-292



venerdì 21 aprile 2017

Aquileia. Il porto fluviale romano



Porto fluviale di Aquileia (foto Daniela Durissini)

Aquileia, città portuale, nonostante non sorgesse direttamente sul mare, al quale tuttavia era collegata attraverso canali ed attraverso il fiume Natisone-Torre, che scorreva accanto alle mura cittadine, in età giulio-claudia era dotata di ottime strutture per l'approdo, venute alla luce grazie agli scavi archeologici effettuati negli anni Trenta del secolo scorso.
Tuttavia sembra probabile che alcune strutture esistessero già precedentemente, in età repubblicana.
L'alveo del fiume, oggi interrato, era allora ampio 48 metri e le banchine, come la maggior parte delle strutture attinenti all'attività del porto, sorgevano sulla sponda destra orografica. Sulla sinistra invece, è stato messo in luce un muro in blocchetti di pietra, interrotto da gradinate che scendevano all'acqua.
Camminando lungo il viale che affianca gli scavi si possono individuare chiaramente le banchine rivestite nella parte superiore con lastre verticali di calcare d'Istria, sopra le quali si notano gli ormeggi, mentre più in basso è stato individuato quello che si ritiene fosse un piano di carico inferiore.


Banchine con scalinate (foto Daniela Durissini)

Dalle banchine si dipartono tre passaggi lastricati che corrispondono a tre decumani cittadini. Due di questi sono costituiti da delle rampe spezzate, mentre il terzo e più meridionale, è gradinato. Esso corrisponde al decumano di Aratria Gallia, che prese il nome da colei che ne finanziò la realizzazione. Da questo punto in poi la banchina appare realizzata in modo molto diverso ed è probabile che possa essere datata ad un periodo successivo a quello in cui fu realizzato il settore precedente.
In una posizione arretrata rispetto alle banchine sono stati rinvenuti i resti di un edificio inizialmente individuato come magazzino ma con più probabilità un portico, destinato allo scarico ed allo smaltimento delle merci.


Porto fluviale di Aquileia. Banchine (foto Daniela Durissini)

Nel corso del III secolo d.C., probabilmente nel 238, allorché Massimino il Trace cinse d'assedio la città, furono erette alcune opere di difesa che in parte vennero a sovrapporsi alle banchine del porto. Si fece ampio ricorso al materiale lapideo già esistente in loco. Le scalinate furono sbarrate per la necessità di chiudere un facile accesso al cuore della città. Il porto fu ancora utilizzato ma agli accessi al fiume furono difesi per mezzo di torrioni rettangolari. Una cinta difensiva venne eretta nella parte più meridionale del porto, di cui costituì il muro di sponda. Nel corso di un successivo assedio, avvenuto nel 361 d. C., le opere di difesa furono rinforzate per mezzo di due torrioni circolari, ma sembra che in quell'occasione gli assedianti avessero deviato il fiume, contribuendo così all'interro, già in atto naturalmente, dello stesso, il che spiegherebbe la realizzazione di pontili utili a raggiungere le imbarcazioni ormeggiate al largo e l'utilizzo di pali per il contenimento delle rive.


Porto romano di Aquileia. Elemento decorativo (foto Daniela Durissini)

Gli scavi più importanti vennero condotti negli anni compresi tra il 1926 ed il 1931 dalla direzione del Museo Archeologico aquileiese. La passeggiata archeologica è stata realizzata nel 1934. Nel corso degli anni sono stati rinvenuti, in località Monastero, poco a nord del porto fluviale, tre ponti che attraversavano il corso del fiume Natisone.



mercoledì 19 aprile 2017

I mulini del Timavo, monumento culturale.


Disegno relativo ad un mulino sul Timavo (da una tabella segnaletica) (foto Daniela Durisini)


Anticamente, lungo il corso del fiume Timavo, in sloveno Reka, sono sorti numerosi mulini e segherie. Le ruote in legno mosse dalle acque del fiume avviavano gli ingranaggi che muovevano le grosse macine per le granaglie oppure le seghe.
Il fiume garantiva la possibilità di un'attività per buona parte dell'anno e le rive offrivano lo spazio necessario per la costruzione degli edifici e per la realizzazione dei canali che deviavano le acque verso le ruote. Uno di questi mulini sorgeva già nella forra che precede le grotte ed oggi si possono vedere i resti dell'edificio e delle opere annesse. L'attività di molitura era così presente nella zona che la valle era conosciuta come “Valle dei mulini”.
Le macine in pietra arrivavano dal Tirolo ed erano ricercate per la buona qualità della pietra impiegata nella loro realizzazione. Gli edifici erano in genere semplici e di dimensioni modeste, costruiti in pietra, con tetto anch'esso in pietra.



Cartello esplicativo sul percorso didattico del Timavo (foto Daniela Durissini)


I mugnai dovevano lavorare sodo, non solo al mantenimento del mulino, ma anche sul letto del fiume e in alcuni punti, dove si formavano degli inghiottitoi e l'acqua si inabissava invece di scorrere in superficie, provvidero ad otturare i fori con pietre e legna.
Inoltre occorreva effettuare una manutenzione continua del complesso sistema costituito dai canali, dalle dighe costruite per deviare parte delle acque del fiume, e dei meccanismi che muovevano le ruote che a loro volta facevano muovere le macine o le seghe. Lavoro sovente vanificato dalle frequenti piene del fiume che danneggiava i manufatti. 



Schema di mulino ad acqua (tradizionalemondin)


Il lavoro del mugnaio insomma richiedeva esperienza e tenacia ed una preparazione tecnica che le famiglie si tramandavano di generazione in generazione.
Tuttavia non furono solo i danni provocati dalle acque ma anche il declino dell'attività, sempre meno richiesta, di fresatura e taglio, ed anche di quella di molitura a far sparire, ad uno ad uno i mulini della valle del Timavo.
Un patrimonio culturale importantissimo, andato perduto in anni relativamente recenti (alcuni mulini erano attivi ancora alla metà del secolo scorso).
Oggi alcuni edifici sono stati recuperati a scopo turistico, i resti dei mulini (e tutto ciò che ricorda questa attività) sono considerati monumento culturale e sono stati inseriti in un percorso didattico lungo il fiume.



martedì 18 aprile 2017

San Canziano (Škocjan). Storia e archeologia


Castelliere di San Canziano
Ricostruzione del castelliere di San Canziano (foto Daniela Durissini)


Al di là dell'importanza scientifica e turistica delle celebri grotte nelle quali scorre il fiume Timavo, San Canziano (Škocjan) sul Carso Sloveno, è una località storicamente interessante che porta i segni evidenti di una continuità abitativa che ebbe inizio dalla preistoria. Il breve itinerario che conduce dal centro del paese al vicino borgo di Betanja offre la possibilità di riconoscere queste importanti evidenze. Una serie di cartelli bilingui (sloveno/inglese) accompagna il percorso che si snoda lungo carrarecce e stradine secondarie, partendo dall'area dello stagno, un tempo usato per l'abbeveraggio degli animali ed oggi riattato al solo scopo esplicativo dell'attività di allevamento un tempo praticata in zona ed ora, a dire il vero, in netto recupero.
Tutta l'area di San Canziano è estremamente ricca di importanti siti archeologici. Le prime tracce della presenza umana risalgono a 5000 anni or sono. Nelle grotte Tominčeva Jama e Roška špilja, due importanti siti archeologici ipogei, si sono trovati reperti risalenti all'età del rame ed alla prima età del bronzo, alcuni dei quali inusuali per la cultura locale ed evidentemente portati da località lontane, il che ha orientato gli studiosi verso l'ipotesi di una frequentazione di tipo cultuale dell'area. San Canziano, doveva essere già allora un luogo di pellegrinaggio, legato senza dubbio alla presenza delle acque del fiume che si inabissa misteriosamente nelle profondità della terra (per uscire poi in mare a San Giovanni di Duino), e come tale era anche un luogo di scambio di merci ed una località ricca, rispetto a quelle circostanti.


Tabella esplicativa del percorso (foto Daniela Durissini)


A conferma di questa teoria si sono trovati sul fondo della Velika jama na Prevali o Mušja jama, formata da un pozzo di più 50 metri, resti di armi, ma anche di vasellame in bronzo, databili dal XII all'VIII secolo a.C., provenienti sia dalla zona mediterranea che da quella pannonica, gettate nell'abisso a seguito di pratiche rituali.
Un'importante necropoli è stata trovata sotto Brežec, con più di trecento sepolture, alcune delle quali datate fin dall'XI secolo a.C. e contenenti corredi funerari in ferro, mentre all'epoca questo meteriale era assai poco diffuso nell'Europa centrale. La maggior parte delle sepolture sono comprese tra il IX e l'VIII secolo.
Sepolture sono state trovate anche presso la Okostna jama, ed in una di queste è stata rinvenuta una situla bronzea con un'iscrizione che, per la precocità della datazione (IV secolo a.C.) viene ricollegata alle pratiche cultuali della zona.
Risalendo il colle alle spalle dell'abitato ci si trova nel sito dove furono rinvenuti i resti di un castelliere, villaggio fortificato, posto sulla sommità dell'altura e circondato da mura di difesa realizzate in pietra. Accanto al lato meridionale della cinta muraria è stato trovato un deposito contenente il cosiddetto tesoretto di San Canziano, composto da collane, bracciali, ciondoli, databili al V secolo a.C..



Tabella esplicativa (foto Daniela Durissini)


Sulla cima del colle si trova la ricostruzione di una casa in pietra con un tetto in paglia usato anticamente e sostituito in seguito, laddove la presenza del materiale lapideo lo rese possibile, dal classico tetto in pietra. L'edificio ospita un piccolo museo etnografico. 




San Canziano Museo etnografico
Museo etnografico (foto Daniela Durissini)



Ancor più avanti un altro stagno e, di fronte, un'apertura nel muro che delimita la strada e che consente di affacciarsi in tutta sicurezza sulla profonda fenditura che giunge fino alla caverna dove scorre il Timavo poco prima di inabissarsi. Il paese infatti, che conserva ancora l'impianto medievale, è stato costruito sul ponte naturale che separa le due grandi caverne in cui scorre il fiume.



Fenditura verso il Timavo (foto Daniela Durissini)


La profonda fenditura della roccia misura 90 metri ed è larga 22 metri.
Poco più avanti la chiesa, di origini antiche, ma ristrutturata nel corso dei secoli XVII e XIX.
Di grande interesse la titolazione a San Canziano, che corrisponde a quella di molte altre chiese della zona e che è strettamente legata alla presenza delle acque.




Chiesa di San Canziano
Chiesa di San Canziano (foto Daniela Durissini)



Scendendo si arriva al piccolo abitato di Betanja, che presenta edifici rurali chiusi e cinti da mura, con cortile interno e pozzo centrale. L'edificio di questo tipo costituiva un nucleo autonomo e autosufficiente ed alla casa principale affiancava, piccole dipendenze rustiche per il ricovero di animali ed attrezzi. Uno di questi edifici conserva ancora la tipica copertura in pietra. 



Betanja. Edificio con copertura in scandole di pietra (foto Daniela Durissini)


⇒ (click) Notizie sull'archeologia nella zona di San Canziano