mercoledì 7 marzo 2018

Il disorientamento di Amin Maalouf


Una telefonata avverte Adam, stimato professore di storia a Parigi ed alter ego dell'autore, che un suo amico dal quale si è allontanato da anni, per una fondamentale divergenza, è moribondo e desidera vederlo. Una riconciliazione tardiva o il voler ribadire ancora una volta ciò che li ha divisi? Nonostante abbia lasciato il suo paese molti anni addietro, senza mai farvi ritorno, Adam sale su un aereo ed arriva a casa dell'amico poche ora dopo quando, tuttavia, questi è già morto. Ciò nonostante, una serie di circostanze e di incontri imprevisti, lo convincono a restare ed anzi, ad organizzare una rimpatriata con gli amici più cari, che frequentavano l'università assieme a lui ed all'amico scomparso. E sarà proprio in suo ricordo, nonostante i dissapori che li hanno divisi per anni, che si terrà l'incontro. 
Il romanzo, uscito in Francia nel 2012, con lo stesso titolo che in italiano, Les désorientés, ha senza dubbio alcuni aspetti autobiografici, soprattutto nelle circostanze che vedono l'allontanamento dell'ancor giovane studente dal Libano (che, come Beirut, non viene mai nominato, anche se la trama lo rende palpabile), negli anni Settanta, agli inizi della lunga guerra civile che sconvolse il paese, ed il suo stabilirsi a Parigi, effettiva terra d'adozione dello scrittore. Tuttavia la narrazione di Maalouf centra soprattutto lo spinoso tema della situazione socio-politica libanese e medio-orientale, attraverso la narrazione delle vicende che hanno portato i diversi amici a lasciare il paese o a rimanervi, compiendo tutti delle scelte radicali, sebbene assai diverse tra loro. 
A mio parere il romanzo non è pienamente riuscito poiché il tentativo di illustrare. attraverso il vissuto dei singoli amici, i diversi aspetti della cultura e della società di un paese complesso come il Libano, richiederebbe un altro passo ed una mano più ferma, mano che del resto l'autore ha dimostrato di avere in Origini, del 2004, ben più equilibrato e coerente, e senz'altro riuscito meglio. 
La narrazione, benché scorrevole e piacevole, si presenta debole ed a tratti incerta, proprio nella costruzione di quello che, nelle intenzioni dell'autore, dovrebbe essere il significativo mosaico di vite che il protagonista si sforza di riunire, affresco dell'epoca in cui maturarono le decisioni di partire di alcuni e di rimanere degli altri. Sembra che l'autore stesso sia "disorientato", come i suoi protagonisti e, nella possibile, duplice interpretazione del titolo, ormai lontano da quel Medio Oriente che muta con rapidità sorprendente  e sul quale, forse, non si può scrivere nulla oggi, senza cadere nell'ovvio o nel banale. La fine, che non svelerò, e che vuole simboleggiare la situazione di provvisorietà in cui si trova oggi quella parte del mondo che fu il mitico Levante, ma anche l'Occidente che ospita Adam e molti, come lui, sembra offrire all'autore una comoda scappatoia dal trarre le conclusioni di un racconto in cui, in definitiva, ha introdotto troppi elementi discordanti, ma rappresenta tuttavia un espediente interessante che potrebbe consentirgli, in un futuro, di proseguire il racconto su binari più sicuri.

In Italia il romanzo è stato pubblicato da Bompiani, con la bella traduzione di Fabrizio Ascari.


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